Viaggio in Italia - Prologo
di Fabio Lauri

Prologo e spiegazione per il lettore (si fa per dire)

Addormentarsi ubriachi di stanchezza e...something else, in una fredda e tempestosa serata del mese di Gennaio dell'anno 2004, non dovrebbe rappresentare un fatto eccezionale. Non più di tanto se si ha regolare residenza nel vecchissimo emisfero boreale. Nient'altro che l'ormai collaudata nonchè squallida routine dell'umana esistenza. Un'abitudine di puro stampo impiegatizio e piccolo borghese. Molto formale, assai monotona a voler proprio essere sinceri. Cadere a corpo morto su un materasso dopo una monotona giornata uguale a tante altre, può solo favorire sogni standardizzati o creare i più tipici tra i mostri, figli ripudiati di una digestione troppo pesante. Ed anche chiamarsi Bartolomeo Pittaluga non dovrebbe essere niente di speciale.

Pertanto, da qualche parte a Genova, in una casa qualunque sulla collina di Castelletto, con le finestre che guardano sul porto e sul mare, questi rituali notturni si ripetono ogni giorno per migliaia di volte e per milioni di individui. Quasi sempre uguali a se stessi, sia gli uni che gli altri. Quasi sempre però...è questo il bello di una vicenda incredibile che ormai non possiamo più non condividere con qualcuno, anzi con tutti. Anche a costo di passare per pazzi, per ubriachi, per visionari od anche solo per degli inveterati "conta musse"*.

Perchè, che ci crediate o no, sempre da qualche parte a Genova, nell'anno di grazia 2004, lo stesso"zeneize" addormentatosi "ciucco perso" di sonno la sera del 4 Gennaio, ebbe l'incredibile sorte di svegliarsi molto ma molto tardi la mattina del 5. E di ritornare nel mondo reale con la bocca impastata, un mal di testa sconvolgente ed una sensazione di freddo intenso che neppure le spesse coperte di lana erano ormai in grado di nascondere e negare. Perchè quel genovese qualunque ed un po' grigio d'indole, scelto a casaccio da un destino insondabile, siamo noi, Bartolomeo Pittaluga. Quelli che adesso vogliono, devono e più non possono non raccontare la loro esperienza a cavallo tra la storia, la magia, il teatro e la fantascienza. Perchè l'uso pretenzioso del plurale maiestatico, si potrebbe forse a ragione chiedere l'eventuale lettore? Perchè il protagonista, come tutti coloro i quali sono stati baciati dal destino almeno una volta nella vita, si è montato un po' la testa pur restando con i piedi saldamente ancorati al terreno. Piccolo volo dell'ego ma senza esagerare. L'uso del "noi"servirà per tornare a subire senza troppi traumi un'esistenza per troppo tempo squallida, vivendo della rendita dolcissima dei ricordi. Ma l'avventura incredibile resta, ed allora perchè non condividerla? La risposta non poteva che essere positiva.

Primo indizio dell'eccezionalità della situazione. Finestre spalancate sul freddo tagliente di una giornata invernale di tramontana. Solo poche ore prima le suddette erano ben chiuse, sigillate ed anche un bel po' sporche. Topi d'appartamento? Ladri di suppellettili e di piccoli valori? Un moderno Arsenio Lupin in fase di apprendistato? Improbabile, anche se non impossibile. Abitiamo all'ultimo piano, il nono, di un'enorme torre svettante nel vuoto, isolata alcune decine di metri dalle abitazioni più vicine. Che l'Uomo Ragno sia tornato in città ed abbia stretto uno scellerato patto criminale con l'ipovedente Dare Devil? Anche questa ipotesi, ragionandoci sopra, molto se non assai poco credibile.

Secondo indizio. Un rotolo di pergamena chiuso da un nastro rosso e delicatamente fermato con una spilla da balia sul cuscino ad un centimetro dal nostro naso.

Terzo indizio. Colto ed avvertito con uno solo dei due occhi ancora semichiusi. Orme di pesanti scarpe infangate sul pavimento di marmo un tempo ben lucido, tutt'intorno al letto. Altre ancora abbastanza fresche che attraversano la camera da letto e si perdono verso il buio del corridoio.

Quarto indizio. L'arredamento della nostra camera contemporaneo-minimalista. Al freddo ed essenziale stile nordico del ventunesimo secolo, si era purtropo sostituito un altrettanto modesto arredamento databile tra la Presa della Bastiglia e la caduta del corso Bonaparte. Scomparsi lo stereo, la radio, il computer, i fumetti ammucchiati sul pavimento, il divano letto per eventuali ospiti, l'armadio a muro laccato di bianco ed il tepore rassicurante di un termosifone, sono arrivati un letto cigolante, una candela mezza consumata sul comodino, un armadio sgangherato e tarmato, un treppiede con tanto di baccinella per l'acqua, una vecchia scrivania a ribaltina ed un calamaio semi rovesciato su una mensola.

Quinto e decisivo indizio. Non ci eravamo risvegliati nel consueto e stralavato mezzo pigiama con maglietta della salute dal candore e l'afrore sospetto. In testa portavamo una cuffia di lana spessa, mentre le lenzuola si erano trasformate in spesso, cartonato e ruvido lino. Ma soprattutto, constatammo con stupore misto ad orrore, indossavamo un lungo vestaglione da notte altrettanto spesso. Ed allora, correre imbambolati alla finestra e ritrovare sbigottiti lo stesso mondo di ieri, non servì a tranquillizzarci. Il traffico automobilistico, gli abiti contemporanei dei passanti, il porto petroli sullo sfondo, i containers, i traghetti per la Sardegna, la Sicilia, la Tunisia che si stagliano ora minuscoli ora possenti all'orizzonte, ci regalarono tutto sommato un'amara e quotidianissima realtà. Non eravamo impazziti. Magari. Se era qualcosa di incredibile era davvero successo in questo caro e vecchissimo mondo degli uomini, era capitato solo e soltanto a noi poveri tapini. Adesso raccontarlo è facile, sin troppo agevole a posteriori. Adesso che siamo tornati a mangiare popcorn, bere coca-cola, sgranocchiare pizza ed a collegarci quotidianamente a quel grande e vorace mostro soprannominato Internet.

Ma allora, in quello strano giorno, in quei lunghissimi momenti di incertezza e di perdita di identità cronologica, vi possiamo assicurare che l'unica sensazione percepibile fu quella dei nostri denti che battevano l'uno sull'altro, al ritmo della mitraglia. E non solo per il freddo dell'ambiente circostante. Ma l'uomo è stato creato anche per reagire al buio, all'incertezza ed alla paura. Con l'istinto e le doti imprevedibili che ciascuno di noi, nonostante tutto, si porta in saccoccia sin dal primo straziante vagito. E per agire soprattutto quando la cosa più difficile è proprio capire. Ed allora, perso per perso, vestiti come degli scemi, pardon come le nostre trisnonne in pieno ventunesimo secolo, compimmo l'unico gesto sensato e praticabile in quel momento. Srotolammo la pergamena ancora fissata al nostro cuscino, spalancare le pupille ed accendere il cervello. L'incomprensibilità della situazione esigeva che cercassimo di capire e di sapere.

Vergato a penna d'oca, con un inchiostro spesso ed un po' grigiastro, ecco un lungo elenco di nomi illustrissimi, di formidabili scrittori del passato. Questo fu tutto e quanto riuscimmo a scorgere sullo spesso ed ingiallito foglio, che ci condannò al più dolce dei castighi e delle pene. Fino a quando, girato il suddetto, un postscriptum della stessa mano ci apostrofò con severità e nel seguente modo: "Egregio Mister Pittaluga. E' giunta l'ora che qualcuno torni ad usarla, questa mia benedetta "creatura! La poverina è ancora in ottimo stato e funziona che è una meraviglia. Ma il mondo è crudele, e la tecnologia moderna ancora di più. Nessuno si fida più dei prodigi della "Macchina del Tempo"! "E' superata", tanto si permettono di blaterare, gli stolti presuntuosi! Colga al volo l'occasione che offro sul più lucido dei piatti d'argento, prorpio a Lei, che è solo un uomo comune, anzi qualunque. Quella di diventare immortale tra gli immortali, privilegiato tra i fortunati. In fede Suo H. G. Wells". Post scriptum: "Non impallidisca, per favore, e non si lasci andare ad isterie infantili e femminee" Post post scriptum: "Segua le mie orme...si lasci guidare e non se ne pentirà per il resto dei suoi noiosissimi giorni".

Da non credere. Da strabuzzare gli occhi. Una firma mitica, quella del grande scrittore inglese. Uno dei padri indiscussi e venerati della fantascienza moderna. Una penna profetica e visionaria dell'Inghilterra vittoriana. Un messaggio arrivato da un passato che per tanti di noi è sempre stato, pur nella finzione letteraria, realtà e speranza di viaggi a ritroso nel tempo e nello spazio. E, soprattutto, come dargli torto? Quale migliore opportunità di sfuggire alla piovra tentatrice di un'esistenza insulsa e sempre, sempre uguale a sè stessa? Ma perchè mai avrà scelto proprio uno come me Bartolomeo Pittaluga, per questo esperimento pazzesco? Noi tra i milioni di anonimi, pronti a popolare ed annoiare il mondo, ogni santo giorno? Questa domanda senza possibile risposta la pronunciamo ad alta voce, buffamente agghindati con il pigiama di Robespierre e Saint-Just. Increduli e storditi di essere a piedi nudi in una stanza arredata con le povere cose della società genovese del diciottesimo secolo. Mentre a dieci metri da noi, là fuori, il mondo continuava a scorrere in sincronia con i tempi dello Shuttle, della TV satellitare e dei microchips. Risposta? Nessuna come è ovvio. Questa è una storia di fantascienza, non si spiega razionalmente. Si vive e basta. Pertanto, altro non potemmo fare se non seguire docili ed increduli, in casa nostra, le orme di mister Wells fino a quello che solo poche ore prima era ancora l'anonimo soggiorno di un qualunque appartamento in un condominio genovese. Il quale soggiorno, arredamento ancien regime a parte, era ancora lì, intatto ed al suo posto. A rendere l'ambiente un po' demodè, la presenza di un tavolo di legno che vide giorni assai migliori, quattro sedie di paglia, due piccole credenze mangiate dalle tarme ed uno specchio macchiato. Oltre, naturalmente, al regalo dello scrittore inglese, laggiù nell'angolo più buio e lercio di tutta la stanza. La prodigiosa "Time Machine" di wellsiana concezione. Il sogno per antonomasia di milioni di appassionati del fantastico e del futuribile. Un po' impolverata, opaca, anche sporca a dirla tutta. Con qualche traccia di ruggine sparsa qua e là ed in bella evidenza. Ma nel complesso ancora tutta intera ed all'apparenza funzionante e scalpitante. Il grande padellone posteriore del magico strumento al suo posto, la consolle ripulita ed oliata di fresco. Revisionata e pronta all'uso. A condire il tutto,un altro candido biglietto faceva bella mostra di sè, fissato con un pezzo di spago alla leva dello start. Stessa grafia dell'elenco, stessa mano, stessa personalità geniale, spiccata e vivida. Quasi luciferina : "Caro signore, scelto a caso per far rivivere i tempi d'oro di Genova. Vengo con questa mia per dirLe che Le sarei estremamente grato se volesse seguire scrupolosamente le mie istruzioni. Accanto ad ogni nome, troverà una data. Altro non dovrà fare se non spostare la leva di comando sull'anno abbinato a ciascun nome, e suo sarà il privilegio di rivivere il passato. Non capisce? Crede sia uno scherzo? O un sogno? Ha paura?, E' confuso e inspiegabilmente spaventato? Non cerchi telecamere nascoste. Questa è pura e semplice realtà. Si calmi e si metta comodo dentro la "creatura. Ma soprattutto si sforzi di divertirsi, soprattutto di vivere finalmente a cuore aperto . Viva a sua volta questo privilegio, che io solo ho avuto la fortuna di sperimentare. Perchè non provare? Tanto nessuno ma proprio nessuno Le crederà mai . Mai ma proprio mai. Alternative? Nessuna. Scappare? Impossibile. O viaggerà nel tempo e nello spazio seguendo il mio suggerimento, oppure resterà per il resto dei suoi giorni un uomo del ventunesimo secolo vestito come uno scrivano della Rivoluzione Francese. In una casa del diciottesimo secolo con vista sull'aeroporto di Genova. Non mi crede? Pensa che io sia solo un furioso ed incontrollabile pazzo visionario? Non mi provochi e non mi tenti. Potrei fare di meglio ed assai di più. Ma soprattutto di peggio per Lei. Pertanto si adatti, accetti e viva l'ineluttabile. Segua passo passo l'elenco e viva fino in fondo quest'esperienza unica ed irripetibile. Regalare ai suoi concittadini una cronaca impossibile ed un viaggio incredibile proprio perchè irrealizzabile secondo logica umana. Solo così avrà una possibilità di ritornare nel suo tanto tecnologico ma anche tanto noioso ventunesimo secolo. Non mi deluda e si fidi". Sempre Suo H.G. Wells.

E lo sventurato Bartolomeo Pittaluga, per una volta almeno nella sua inutile e noiosa esistenza, rispose. Per la precisione, si fidò con cieca ed illogica sicurezza, investendo nell'ignoto e nel più insicuro degli azzardi possibili. Messa giù così comunque, dopo tutto, era un'offerta che proprio non si poteva rifiutare. A piedi nudi, vestiti come il povero ed indimenticabile Geppetto di collodiana memoria. Se con le buone spesso si ottiene qualcosa, è altrettanto certo che con le cattive si possa quasi sempre portare a casa il bottino pieno e la più naturale delle soddisfazioni. Oltretutto, per gli insondabili misteri della psiche umana, alla fine la curiosità quasi prende sempre il sopravvento sulla prudente paura. Ed era anche inevitabile che la sfida, per quanto pazzesca ed illogica, si facesse di minuto in minuto sempre più irresistibile. Quasi magnetica. Viaggiare nel tempo? Attraversare lo spazio, gli anni ed i secoli? Disgrazia o privilegio? L'Homo Sapiens, anche noi quindi nonostante tutto, ha sempre scelto la seconda terribile ed al tempo stesso meravigliosa opzione. Altrimenti saremmo ancora tutti riuniti in piccoli ed irsutissimi gruppi di quadrupedi gutturali, mulineremmo clave nell'aria ed alla luna, cacceremmo cervi a colpi di pietra e trascineremmo slitte in mancanza dell'invenzione di quella benedetta manna chiamata ruota. Tanto per cominciare comunque, dal momento che ormai ci trovavamo prigionieri del passato e della sua scarsa tecnologia, di lampadine e corrente elettrica non se ne poteva parlare. Onde per cui si rivelò giocoforza provvidenziale la mezza candela sul comodino in camera da letto. Di necessità virtù. Nel bel mezzo di una situazione disgraziata, non potemmo fare affidamento su fibre ottiche, centraline elettriche e soprattutto sul nostro beneamato riscaldamento autonomo. Belin! A volte diventare uomini può essere traumatico e troppo, troppo inaspettato. A guardarla bene la sfilza di nomi aveva anche un titolo. "Viaggio a Genova. Personaggi famosi alla scoperta della Superba. Dall'esperienza aristocratica del Grand Tour al moderno turismo di massa". Ed in effetti, a guardarlo ancora meglio, l'elenco si rivelò impressionante per la qualità dei soggetti inclusi. Il buon Pittaluga a stretto contatto di gomito con alcuni dei giganti della letteratura degli ultimi tre secoli? La fantascienza può anche questo. Rendere serio il comico. E reale l'impossibile. Pittaluga non è un intellettuale famoso. Ha un diploma di Liceo Scientifico risalente al 1984 e nessuna cognizione tecnologica di alto profilo. Solo una dilettantesca ed ormai datata passione per la storia di Genova nei secoli passati. La sua libreria lo potrebbe testimoniare a chiunque volesse bere un caffè od una birra in sua compagnia nell'anomimo appartamento di Castelletto. Forse è solo per questo se il diplomato Pittaluga fu scelto per un esperimento che un intellettuale contemporaneo, sdegnosamente ed a ragione, si rifiuterebbe anche solo di prendere in considerazione. L'insignificante Bartolomeo è solo un cultore occasionale di storia patria. Un pennivendolo incompiuto da riviste parrocchiali e di quartiere. Ma fu lui l'eletto, il prescelto per quella che fu un'autentica follia visionaria. Ed è anche per questo che Pittaluga accettò all'istante la sfida e l'arduo compito. Perchè l'avventura che seguirà e che ci aspetta, è la risposta un po' personalizzata ad una delle più tipiche domande del genere umano sin da quando ebbe uno straccio di passato da ricordare e rimpiangere. Un quesito che anche l'anonimo Bartolomeo di castelletto, cultore dilettante di storia, si era sempre posto nel corso delle sue appassionate e disordinate letture. Com'era questa benedetta città prima di noi? Chi erano gli uomini che affollavano Via Garibaldi e Via Lomellini nel secolo dei Lumi, nel successivo quello dei grandi rivolgimenti sociali e tecnologici ed in quello che da poco meno di un brevissimo lustro ci ha appena salutati con tanta arroganza, ? E quelli che brulicanti abitavano allora il centro storico ed il porto antico, chi diavolo erano? Talvolta entrando precipitosamente nella cattedrale di San Lorenzo per pregare o cercare protezione per i propri peccati all'epoca della congiura dei Fieschi? Senza dimenticare la città ed il popolo dei naviganti, di quegli "zeneizi" che attraversavano il mondo in lungo ed in largo a caccia di palanche, gloria e vanità. I quali medesimi , se bravi, scaltri e fortunati, facevano ritorno in patria ancora più "superbi" dei loro già sin troppo insopportabili compatrioti, rimasti tra le umide e poco riscaldate mura domestiche. E che dire della nostra fama di sfrenati parsimoniosi al limite dell'avarizia? Era leggendaria, allora come oggi, anche al di fuori dei confini cittadini? Ma le domande potrebbero non finire mai. Come vestivano gli uomini e le donne della Lanterna? Che cosa mangiavano l'opulenta aristocrazia, la ricca borghesia ed il coriaceo ceto popolare nei giorni infausti della caduta della Repubblica? Quali erano le abitudini quotidiane e le mode che impazzavano in quell'ultimo tormentato secolo di vita della Superba? Quali i passatempi ed i giochi più praticati nei salotti dell'aristocrazia? Ed il clima che si respirò nelle strade della nobile decaduta nel corso dell'800, il secolo delle grandi trasformazioni politiche e tecnologiche? E la Genova della Belle Epoque, riservò piaceri e soddisfazioni al suo popolo di gaudenti? Quale il modo migliore per scoprirlo? Per paradosso, forse, proprio attraverso gli sguardi di chi zeneize non era e ci studiò a lungo e con occhio clinico. Come dovette apparire la genovesità al microscopio di quei viaggiatori stranieri, di passaggio in Italia per il loro Grand Tour o per ragioni politiche e militari? Quali gli spassionati giudizi di questi "foresti", quasi sempre immortali uomini di lettere, politici di professione o semplici viaggiatori benestanti se non facoltosi? Tutti con il bel vizio del diario di viaggio, del colpo d'occhio e della memoria imperitura catturata per i fortunati posteri.

Prima di tentare questo esperimento forzato dal destino e dalla ferrea, fantasiosa volontà di mister H.G. Wells, vogliamo premettere le nostre più sentite scuse alla cultura con la C maiuscola. Ed avvertire tutti gli eventuali lettori, che il nostro vuole essere solo un esperimento, un gioco ed un passatempo virtuale. Puro divertimento. "Un sogno lungo un giorno", o poco più. Lo scopo di questa follia sarà quello e solo quello di vivere un'avventura a cavallo tra la realtà materiale ed il gioco di matrice fantastica. Proponendo una serie di escursioni storico-paesaggistiche con gli autentici protagonisti del Gran Tour genovese nel corso del diciottesimo, diciannovesimo e ventesimo secolo. Non solo. Alla fin fine lo scopo autentico, vero e profondo di questo "leggero" od addirittura "lieve" esperimento, è stato in realtà quello di provare a "giocare" con la bellissima, difficilissima ma al tempo stesso straordinariamente malleabile lingua italiana. Rifiutando la sintesi e la ricerca dell'essenza di un idioma che in questo momento sta cercando di snellirsi e presentarsi al mondo appetibile e veloce da apprendere. Aspirazione del resto lodevole, giustificabile e comprensibile per le esigenze ed il ritmo dei tempi attuali. Ma siccome qui si è voluto parlare del passato al presente, a chi scrive non è parso vero di avere la possibilità di sperimentare le qualità della quantità e soprattutto della ridondanza. Invece di ridurre il vocabolario, in questa avventura idiomatica si è andati invece alla ricerca pervicace ed ostinata del maggior numero possibile di parole, modi di dire, motti di spirito, intercalari o più semplicemente vocaboli. Tentativo con ogni probabilità non riuscito, carico di lacune ed irto di passi falsi. Ma nonostante questi rischi con il profumo delle certezze, sempre e piacevolmente avvertito come opportunità di imparare e di mostrare all'eventuale lettore le infinite opportunità creative di una lingua tanto grande, formidabile ed impossibile da apprendere e sviluppare compiutamente. Anche nel corso di una pur lunga e fortunata esistenza di studio e letture. Una scelta costellata di sconfitte quasi inevitabili. Brutte figure sempre dietro l'angolo ma non per questo meno cercate ed eventualmente accettate con il sorriso sulle labbra ed il desiderio di correggere i propri eventuali errori grammaticali o le malaugurate scelte sintattiche. Con l'italiano si può e si deve giocare, a rischio di scottarsi ben bene le dita. Qui non si parla di neologismi, ridicole e cicliche pennellate di modernismo che più di tanto nulla aggiungono all'agilità inventiva di un idioma ben più complesso ed entusiasmante di quanto si pretenda far credere. Soprattutto attraverso le falsità e le storpiature dei cosiddetti e moderni mass media. Sia comunque ben chiaro: indicativo e congiuntivo, in questo eventuale oltraggio, saranno nonostante tutto e sempre sullo stesso piano. Andando a braccetto come buoni amici e cedendosi il passo quando le reciproche necessità lo imporranno con speranza ed a gran voce. A tutto c'è un limite. Soprattutto alla barbarie. Battaglia persa in partenza e di pura retroguardia? Non c'è dubbio. Ma anche e soprattutto per questo, ancora più degna di essere combattuta con disincantata ironia ed indomabile rassegnazione ai disegni del fato. Dove si è sbagliato, lo si è comunque fatto per eccesso di amore o di ignoranza. Mai per presunzione od incoscienza dei propri limiti di artigiani e sperimentatori della propria cultura parlata.

Premesso ciò, va in ultima battuta aggiunto che, al di là dell'azzardo storico, dell'oltraggio e della blasfemia riconosciuta e giammai negata dell'intera opera, alla base di tutto c'é un profondo rispetto per coloro i quali accompagneremo, in virtuale, sulle strade ben lastricate della Superba. Commentando quanto descritto da alcuni illustrissimi "grandi" del passato, nel corso delle loro avventure genovesi, noi vorremmo in realtà rendere omaggio alla loro grandezza e ringraziarli per quanto hanno regalato di sconosciuto della Città della Lanterna agli stessi suoi abitanti legittimi, un po' ignoranti e di lunga data. Da questo momento, con rinnovata umiltà, ci caleremo baldanzosi nel difficile ruolo di premurosi compagni di viaggio dell'ospite di giornata. Cercando di dialogare con lui, di suggerne il dolce e geniale nettare che egli ci ofrrirà di volta in volta. Ma soprattutto di essergli d'aiuto e conforto nelle vesti di valletti, maggiordomi e guide turistiche spensierate ma giammai distratte o irrispettose. Ci prenderemo la libertà di giocare a rimpiattino con la Storia gallonata, di falsare qualche volta la realtà e di inventare situazioni un po' autentiche, un po' improbabili ed un po' di fantasia. Senza però mai tradire l'essenza e la sostanza delle loro materiali esperienze genovesi. Con un taglio improntato ad un umorismo affettuoso e paradossale. Di veramente irreale ci saranno solo le nostre parole ed i nostri commenti da genovesi del terzo millennio. Tutto quanto sentirete per bocca dei nostri ospiti non sarà altro che un adattamento fedele di quanto videro e di quanto dissero di noi "superbi". Vil razza dannata. Per riuscire in quest'impresa titanica, non ci resta che invitarvi a salire insieme a noi su questa rugginosa ma ancora scopiettante Macchina del Tempo. Dimenticando per qualche ora e per qualche pagina l'automobile, la radio, il cinema, la televisione ed il DVD. Tra i tanti ostacoli insormontabili che sbarreranno la strada al pieno trionfo della nostra lucida follia, uno solo però si rivelerà facile da affrontare e superare di slancio. Il tempo. Parlando di Genova, partiamo tutti con un grande ed incolmabile vantaggio. Il palcoscenico, il campo di battaglia se preferite, é ancora quello. Quasi tale e quale. A noi spetta il privilegio, servendoci del più potente, pulito ed immortale tra tutti i mezzi di trasporto, la fantasia, di svestire i blue-jeans e le scarpe da tennis, le giacche a vento e le cravatte senza eccessive difficoltà. Di lasciare le automobili in garage, le moto ben incatenate ai pali segnaletici ed i perfidi telefonini ben spenti. Non dovendo fare altro che indossare tricorno, calze di seta, redingote, mantello, stivali e tuba, prima di ogni altra cosa, cercheremo di adeguarci ad un abbigliamento consono alla circostanza ed ai tempi che ci sono stati brutalmente gettati in faccia mentre eravamo ingenui dormienti. Siamo, ahinoi, in camicia da notte lunga fino ai piedi e spessa cuffia di lana tipo "Il malato immaginario" di Alberto Sordi. Mentre noi rovisteremo in una cassapanca alla ricerca di una camicia degna di questo nome, di un paio di "brache" e di scarpe decenti nonchè consone al secolo nel quale siamo stati giocoforza proiettati, siate pronti a reggervi forte perchè la nostra mano ha ormai impugnato la leva di accensione della perfida macchina wellsiana.

Con grandissimo trambusto stiamo per essere catapultati nell'ignoto della pulsante attualità di mondi ormai morti e sepolti. I giorni passeranno nel giro di secondi. I minuti saranno null'altro che battiti di ciglia. Attraversare l'oceano dei secoli sarà questione di pochi minuti. Tutto intorno a noi sembrerà sussultare e crollare, sfaldarsi e disintegrarsi per sempre. L'importante è che il diabolico trabiccolo regga le tremende sollecitazioni alle quali la sottoporremo. Senza andare in mille pezzi. Perchè se così dovesse succedere, dove mai potremmo trovare i ricambi originali? A chi avremmo il coraggio di chiedere aiuto? Ad un maniscalco figlio del diciottesimo secolo? Ad un fabbro ferraio del diciannovesimo oppure, ancora meglio, ad un elettrauto del ventesimo? Non possiamo rischiare che le porte di un manicomio qualsiasi si chiudano per sempre sul nostro straordinario ed incredibile segreto, sigillandolo per sempre in un triste e freddo destino di autismo irreversibile. E quindi cinture ben allacciate, mano felpata sulla cloche e piede di velluto sull'acceleratore della nostra "Time Machine". Prima fermata? anno domini 1718. Primo ospite? Per dovere di ospitalità, non ci è affatto sfuggita la squisita galanteria del signor Wells, faremo gli onori di casa ad una straordinaria rappresentante del gentilissimo sesso. Lady Mary Wortley Montagu. Sarà lei a tenerci a battesimo nel difficilissimo ruolo di cacciatori del tempo perduto.

E che Dio o chi per lui ce la mandi buona. Anzi buonissima.

Da qualche parte a Genova nell'inverno del 2004 Bartolomeo Pittaluga (Fabio Lauri)

*"In dialetto genovese, "raccontare musse"= in lingua italiana "raccontare balle".

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Idea: Programma Italiano - Area Didattica
Progetto: Programma Italiano - Area Didattica
Elaborazione: I.S.U. Media
Realizzazione: I.S.U. Media
Pubblicata in rete il: 22/09/2007
Ultimo aggiornamento: 22/09/2007