Viaggio
in Italia - Introduzione
di Fabio
Lauri
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Genova
nella lunga e gloriosa storia del Grand Tour.
Una meta quasi obbligata ma spesso molto amata.
Un
museo a cielo aperto lungo mille chilometri. Un approdo di chilometri
duemila. Un'immensa pinacoteca da percorrere e, quando possibile,
da godere per la gioia degli occhi e dell'anima. Un giardino
lussureggiante, variopinto e mai uguale a se stesso. Una biblioteca
da consultare con occhi avidi ed estasiati. Un sogno da vivere
e da realizzare, trasformandolo in realtà palpabile.Ecco
come apparve e come in gran parte si rivelò, agli occhi affamati
degli aristocratici, degli intellettuali e dei ricchi borghesi
europei la penisola italiana a partire dalla seconda metà del
sedicesimo secolo. Non l'Italia, come l'intendiamo noi oggi,
la quale purtroppo era ancora molto di là da venire.
Ma
ciononostante e malgrado noi ed il nostro modo di essere, diventammo
all'unanimità il "Giardino d'Europa"
ed
il "Bel Paese".
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Così fummo ribattezzati dall'intellighenzia d'oltralpe, d'oltremanica
ed infine anche d'oltreoceano. A scandire cronologicamente l'inizio
del Grand Tour italiano, e cioè del viaggio di studio, di vita e di
lavoro, intrapreso dai giovani di buona famiglia attraverso il continente
europeo, fu la stipulazione del trattato di pace di Londra del 1604
tra Spagna ed Inghilterra. Un accordo con il quale, la "Perfida Albione",
cominciò ad imporsi come potenza marittima, commerciale e culturale
anche sulle rotte commerciali del Mediterraneo. I rampolli della borghesia
e dell'aristocrazia francese,inglese ed in buona parte anche tedesca,
svolsero spesso il loro apprendistato ad una carriera dirigenziale,
diplomatica o mercantile di alto livello, in quel "paese incantato"
ed in quella "culla della civiltà" che tanto colpiva i loro gusti estetici
e tanto solleticava la loro voglia di esotismo, mistero e divertimento.
Aristocratici, borghesi benestanti della classe media, studenti con
borse di studio, artisti ed esperti al seguito di queste carovane del
turismo culturale. Questo fu il popolo "colto" che ci invase pacificamente.
L'Italia
poteva vantare il titolo di casetta di sicurezza di gran parte dei
tesori artistici dell'umanità. Come la culla, l'incubatrice e la depositaria
della civiltà greca e romana, la fiduciaria di queste civiltà e la
madre di quel magma socio-culturale irripetibile e straordinario quale
fu il Rinascimento delle signorie italiche. L'Italia di allora non
era certo una nazione, un popolo o un'entità politica con un volto
ben preciso. Per il resto d'Europa, era solo un'idea a cui tendere
ed una realtà politica smembrata. Un sogno dai contorni mitici e forse
proprio per questo ancora più cercato e desiderato. Qualche volta
anche un miraggio, per gli spiriti più sognatori e più audaci ma pur
sempre un passaggio obbligato cui nessuno "spirito", "lignaggio" o
"portafoglio" di rango avrebbe potuto o saputo sottrarsi. A partire
dalla seconda metà del diciassettesimo secolo, Venezia, Milano, Firenze,
Pisa, Siena, Roma, Napoli e Palermo, si trasformarono nelle tappe
obbligate ed imperdibili di un percorso sia fisico sia spirituale
che per tutto il diciottesimo secolo formò e forgiò l'umanità che
contava del Vecchio Continente. Ma oltre a queste capitali, non si
possono dimenticare Lucca, Siena, Pisa, Bologna, Parma, Verona, Catania
e Siracusa. La pittura, l'architettura, la musica, lo stile di vita
e non ultime le vestigia del nostro passato plurimillenario, furono
i motivi ufficiali e prevalenti della grande invasione straniera entro
i nostri confini. Lo stivale, con i suoi paesaggi ed il suo patrimonio
artistico, si trasformarono sull'onda di questo nuovo successo, anche
in un grande negozio di antiquariato nel quale rifornirsi di capolavori
, da esportare ed esporre poi nei castelli e palazzi francesi oppure
negli imponenti manieri e nelle lussuose residenze della campagna
inglese. Le metropoli degli allora tanti, di certo tropppi stati italiani,
furono attraversate in lungo ed in largo, ammirate misurate, cantate,
godute e vissute dagli esponenti della classe dirigente d'ancien regime.
Avida di sensazioni forti e di profumi esotici meridionali se non
esotici.
Anche
i nostri costumi mediterranei furono passati al setaccio, esaltati,
criticati e talvolta disprezzati, a seconda dei gusti e della sensibilità
di ciascun ospite. Non solo arte ma anche costume, tradizioni e stile
di vita. Le regate storiche veneziane, le grandi processioni del cattolicesimo
papista, il carnevale romano e quello veneziano, il Palio di Siena,
contribuirono in maniera decisiva ad ingigantire e nobilitare il fascino
dell'Italia sullo straniero in caccia di un universo a cavallo tra
il mito ed la storia. Ai viaggi di formazione del settecento aristocratico,
poi trasformatosi nel secolo del "Lumi", succedettero poi quelli degli
intellettuali, degli scrittori, dei pittori e dei poeti dell'universo
romantico, rivoluzionario, borghese, protoindustriale, democratico,
liberale e socialista dell'800. Il secolo dei grandi tormenti della
politica e dell'animo umano. Per noi italiani, il secolo della ritrovata
unità politica dopo oltre un millennio di smembramenti territoriali
tormentati e subiti. Ma non si può dimenticare che anche la prima
metà del ventesimo secolo, il "secolo breve", il "secolo tragico",
il "secolo del grande balzo in avanti dell'umanità", fu in grado di
offrire alle "teste d'uovo" straniere, una realtà ed un'idea dell'Italia
non meno sentite, vissute e restituite in pagine di altissima poesia,
pittura e letteratura. Se l'invasione della penisola italiana da parte
di Napoleone nel 1796 e la pace Campoformio sancirono in pratica la
fine del "Grand Tour "aristocratico, al tempo stesso decretarono l'inizio
di quello "borghese" ed il progressivo affermarsi del "turismo" moderno
come noi lo concepiamo oggi. Tre secoli fondamentali per la storia
d'Europa. Nel corso dei quali il ruolo dell'Italia, se fu spesso passivo
dal punto di vista decisionale e degli avvenimenti materiali, per
riflesso delle azioni altrui fu tra i più attivi da quello culturale
e sociale.
Milano
si impose come il fulcro di una nascente economia industriale e tecnologica.
Mettendosi in vetrina come produttrice di benessere e di progresso
e proponendosi come capitale morale della nascente società italiana.
Venezia, nel diciottesimo secolo grande potenza in decadenza e da
lì a poco decaduta, con il suo immenso e inimitabile carnevale, le
sue acque limacciose, gli abbandoni struggenti, i tramonti velati
e le sue notti folli, vestì dapprima i panni di ricettacolo altolocato
di politici, spie camuffate da diplomatici e diplomatici camuffati
da spioni, gaudenti, biscazzieri, bari, libertini e puttanieri. Per
poi riciclarsi, perduta l'indipendenza e trasformatasi nell'800 romantico
nel primo grande parco turistico della nuova Italia, regalò a tutti
coloro che la amarono soffrendo ed amandola soffrirono, due su tutti
Marcel Proust ed il pittore inglese J.M.W Turner, l'immane peso della
sua bellezza, del suo struggimento romantico, della sua grandezza
passata, dei suoi immensi tesori, delle sue albe nebbiose e dei suoi
tramonti misteriosi ed onirici.
Firenze, ed in gran parte anche la Toscana, la grande metropoli dell'arte,
della finanza e della politica rinascimentale, offrì per trecento
anni a ciascuno dei suoi innumerevoli visitatori, tutta la sua bellezza
mediterranea. La sua classe aristocratica e la sua "volgarità" plebea
e sanguigna. Unica ed a tratti violenta. Le sue forme gentili, la
sua luce, i suoi inimitabili musei, i suoi monumenti, la sua natura
addomesticata e le sue colline dai colori non riproducibili artificialmente,
conquistarono all'istante gli animi più sensibili al fascino ancestrale
della civiltà del Vecchio Continente.
Henry
James, a sua volta invaghito di Venezia, fu tra i moltissimi che l'amarono
con slancio, struggimento e muta ammirazione. Dal canto suo, Roma
la "Città eterna" fu la meta obbligata, irrinunciabile, più cercata,
desiderata, esplorata e setacciata dall'universo pittoresco del Grand
Tour. Roma, la "Capitale del Mondo Antico", fu il vero baricentro
di questo fenomeno turistico, internazionale ed itinerante. E la meta
per eccellenza di quel popolo di appassionati d'arte, poeti, pittori,
scultori, critici e romanzieri impegnati in un "safari della classicità"
che non conobbe tregua sino ai nostri giorni. Per dare solo una vaga
idea del magnetismo esercitato dalla romanità, tra le sue rovine imperiali
affioranti da un passato di splendore, un immortale della cultura
di tutti i tempi quale Johann Wolfgang von Goethe, lo scrittore e
poeta più celebre della Germania del diciottesimo secolo, alla disperata
ricerca di sè stesso, quasi si perse travolto dall'emozione. Per poi
ritrovare tutto il proprio talento sopito e la propria anima palpitante.
Scendendo
poi nel profondo sud, fu Napoli con la sua miseria straziante, il
suo abbruttimento sociale e la sua nobiltà arretrata ed illuminata
allo stesso tempo, a perpetuare l'incanto ed a tenere vivo il fuoco
della passione "forestiera" per i tesori climatici, paesaggistici
ed artistici italiani. Dopo Roma, la seconda città italiana più visitata.
Ma
le "acculturate orde nordiche", ebbero il coraggio di spingersi fino
alla scoperta della Magna Grecia, della Sicilia e di Palermo. Il simbolo
di un'isola magica e terribile al tempo stesso. Di una terra che pur
essendola più del tutto, è ancora e molto più di altri luoghi Italia
ed italianità, grazie al fondersi inestricabile al suo interno della
tradizione plurimillenaria della Grecia classica, della civiltà araba
nord africana per secoli dominante, di quella normanna nord europea
ed infine di quella spagnola.
In
mezzo a tutte queste meraviglie italiche, a questa magia della tradizione
classica e mediterranea, seppe inserirsi anche Genova. Senza clamori
od esibizionismi, come suo solito d'altronde. Se non in punta di piedi,
almeno con un approccio ed uno stile in buona parte differenti dai
clichè tipici dell'italianità. Genova la "Superba", a differenza delle
metropoli appena citate, si dotò sin dall'inizio di qualità tutte
sue, offrendosi all'occhio straniero con uno stile eccentrico. In
sintonia con la sua storia ed il suo carattere. Se Venezia, Firenze
E Roma possono essere a buon diritto definite "bellissime", di una
bellezza classica stordente e di un "sex appeal" aristocratico e costruito
nel corso dei secoli, la nostra Superba ebbe in dote un "fascino"
selvaggio, molto poco femminile ed educato. Come un "amazzone", Genova
montò a cavallo, tirò con l'arco e si comportò da maschiaccio, pur
tenendo nascosta dentro di sè una femminilità stupefacente e stordente.
Genova, ancora oggi, non ama essere ammirata, viziata, adorata e lusingata.
Corteggiarla con parole delicate, gentili e talvolta false, non serve
a nulla. L'unico metodo sicuro per aprire una breccia nel suo cuore
è quello di stregarla. Di rubarle il cuore. Da nord a sud, da est
ad ovest, l'Italia fu setacciata tutta o quasi dai "barbari arricchiti
e neoacculturati" del settentrione del continente. Più ricchi di noi,
più organizzati, fors'anche assai più civili. Ma pur sempre consapevoli
del proprio ritardo storico e di un passato ancora troppo giovane
e privo di grandi ed indelebili impronte di civiltà materiale. L'italia
fu un miraggio divenuto per molti, un bellissimo giorno, realtà toccata
con mano. Un'ossessione legata al mito della bellezza. Un'idea da
realizzare nella realtà, inseguita da tutti coloro i quali riconobbero
alla civiltà italica una plurimillenaria superiorità culturale.
Detto
ciò, solo per inquadrare storicamente e socialmente il fenomeno in
questione, perchè così va considerato, del Grand Tour italiano, potrebbe
sorgere spontanea la domanda: "Ma Genova fu anch'essa protagonista
di questa esperienza sentimentale, filosofica e di vita vissuta?".
La risposta, ai più forse ancora sconosciuta, è in realtà ampiamente
affermativa. Genova, seppur con atteggiamenti, forme e modalità in
buona parte diverse da quelle di altre metropoli italiane, non si
lasciò escludere da questo fenomeno unico ed irripetibile. Perchè,
dal punto di vista turistico, fu sempre una delle mete più battute,
descritte ed apprezzate della grande esperienza italiana dei viaggiatori
stranieri. Una tappa obbligata, un'ingresso forzato all'universo italiano
e mediterraneo. Un'esperienza esotica, la prima per i viaggiatori
provenienti dal nord. Perchè nel diciottesimo e nel diciannovesimo
secolo, una città come la Superba poteva già essere identificata come
profondo sud. Come anticamera del meridione del mondo. Per tutti quei
popoli del nord ormai impegnati nella conquista territoriale e commerciale
del pianeta. Il successo che "Zena" riscosse, pur con le ovvie e naturali
eccezioni, fu comunque lusinghiero. Di certo non lasciò indifferenti
i suoi ospiti e non passò inosservata. Fu vissuta con trasporto e
sentimento, analizzata, valutata nei suoi innegabili difetti e valorizzata
nel mondo intero per i suoi innumerevoli pregi. Storici, artistici,
sociali, culturali, climatici, paesaggistici. Come è sempre stato
nella sua tradizione, non si rivelò una città facile da sedurre. Anche
perchè a Genova non interessa. Non vuole piacere per forza. Non scende
a compromessi pur di raccogliere un sorriso od un complimento. Se
le città possiedono un anima, allora poche altre più di Genova potrebbero
arrogarsi questo diritto. Genova, opinione personalissima dell'autore,
non appartiene a nessuno. Neppure ai genovesi di nascita, di lingua
e di generazioni. La genovesità appartiene agli uomini non alle "foreste
di pietra". Le è stata imposta, dagli sterotipi e dal folklore. E'
veramente una città Superba e superiore a tutto ed a tutti. Indifferente
all'altrui giudizio e consenso. Ma dietro alla maschera di ghiaccio
che da calza per pura ed umanissima autodifesa, si nasconde un cuore
di fuoco palpitante come un sole appena esploso. E' sempre stata emancipata
e libera. Soprattutto indipendente ed alternativa nell'italico panorama.
Diversa nel ricevere e nel concedere. Pronta a guardare dritta negli
occhi chi a sua volta la stia fissando con interesse. Mai vanitosa
o vanesia. L'epopea lunga tre secoli del "Grand Tour" e del "Turismo"
è lì a dimostrarlo. Fu unica anche in questo. Per la sua posizione
tutta particolare di "Porta" dell'occidente per l'oriente, si presentò
all'esercito di itineranti a caccia di "antichità", "italianità" e
"mediterraneità, come una tappa obbligata nel lungo itinerario che
da nord a sud, costrinse il popolo dei "grand touristi" a tappe intermedie
o supplementari. Sia che la si incontrasse per la prima volta arrivando
dal mare, dalla Costa Azzurra francese, da Marsiglia o da Lione, oppure
la si scoprisse all'improvviso calando su di essa dalle pianure lombarde
dopo aver valicato gli impervi Appennini al passo del Turchino, si
presentò con grande semplicità per ciò che è sempre stata. Una meravigliosa
ed aspra foresta di marmo impermeabile agli slanci degli altrui cuori.
Avvinghiata con rabbia e furore alle montagne, nonchè costretta a
protendersi sull'orrido delle profondità marine sottostanti. Un antro
misterioso, ostile ed impenetrabile, dal quale poter emergere all'improvviso
nella sfavillante luce del cielo e nell'azzurro tenebroso del mare.
E
che non sia stata solo una meta transitoria per pochi eletti o casuali
ospiti, lo dimostra l'elenco lunghissimo di nomi noti ed "importanti"
che arrivarono a scoprirla ed a conoscerla. A renderla in parte unica
nel panorama delle altre capitali italiane dell'arte, è il dato di
fatto che la Superba attrasse poco gli umanisti stranieri ed ancora
meno gli affamati collezionisti di rovine e classicità. E a dispetto
della sua fama planetaria di città adorante il "Dio Denaro", non si
svendette allo straniero acculturato. Ma i numeri ed i nomi sono tutti
dalla sua parte. Formando una lista di "touristi foresti" che doppia
o triplica addiritura quella dei protagonisti presi in esame da questo
volume. Si potrebbe partire dalla descrizione di Genova di un gigante
della letteratura quale Francesco Petrarca, risalente addirittura
al 1358. E continuare con il resoconto dell'ammiraglio ottomano Piri
Reis datato 1521. Videro, guardarono, annusarono, ascoltarono, attraversarono
e nella maggior parte dei casi si innamorarono della Superba, questi
moltissimi "grandi" ancora oggi famosissimi. Filosofi, storici, navigatori,
avventurieri, diplomatici, politici, rivoluzionari, esuli, bombaroli
e perseguitati, poeti, pittori, scultori, romanzieri, drammaturghi,
musicisti, umoristi, critici, medici, psicologi e psichiatri. Francia,
Inghilterra e Germania fornirono il grosso di quest'esercito di avidi
esploratori della Superba e della Liguria nel suo insieme. Ma a partire
dalla seconda metà del diciannovesimo secolo, anche la Russia, la
Polonia, l'Austria e gli ancora giovanissimi Stati Uniti d'America,
fecero la loro parte nel portare il ricordo di "Zena" e della riviera
ligure in ogni parte del mondo. Tra i grandi di Francia potremmo citare
Michel De Montaigne, Horace-Benedict de Saussure, Madame de Stael,
Louis Aubin Millin, Alphonse De Lamartine, Fernand Perrot, Albert
De Montemont, Louis Simond, Alphonse Duprè, Francois De Mercy- Argenteau,
Maximilien Misson, Francois Gabriel Coyer, Rodolphe Topffer Alfred
de Musset, Honorè Fragonard, George Sand, Louis Enault, Eugène Viollet-le
Duc, Camille Corot Amedèe Achard, Jules Michelet, Arthur Rimbaud,
Claude Monet, Guy De Maupassant, Paul valery, Paul Claudel, Valery
Larbaud, Albert Camus, Jean Cocteau e Fernand Braudel. L'onore dell'impero
britannico fu tenuto alto da personaggi quali Fynes Moryson, William
Bromley, John Addison, Joel Tyler Headley Edward Wright, Lord Byron,
Percy Bysshe Shelley, Marguerite Gardiner Blessington, William Brockedon,
James Johnson, J. M. William Turner, John Ruskin, Oscar Wilde, Joseph
Conrad. La Germania non fu da meno con, Cristoph Furttenbach, Lorenz
Schrader, Heinrich Schickhardt, Martin Zeiller, Sigmund Birken, Johann
Balthasar Klaute, Barthold Heinrich Brockes, Johannes Fichard, Karl
Friedrich Schinkel, F. W. Waiblinger, Johan Kaspar Goethe, Sibilla
Mertens Schaaffhausen, August Von Platen, il grande Richard Wagner
(in assoluto uno dei più entusiasti di Genova), l'immenso Friedriche
Nietzsche, Max Nohl, , Adolph Starr, Hermann Hesse, Rosa Luxemburg,
Jacob Burckhardt, Thomas Mann, Max Frisch, Karola Bloch. La grande
madre Russia poi, ci sommerse con il suo genio e con i suoi esuli
politici. Dapprima del regime zarista e poi di quello bolscevico.
A Genova ed in Liguria arrivarono Petr Borisovic Kozlovskij, Sil'vestr
Scedrin, Fedor I. Tjutcev, Nikolaj Vasil'evic Gogol, Ivan Turgenev,
Aleksandr Herzen, Anton Cechov, Nikolaj Pavlovic (in arte neintemeno
che lo Zar Nicola I Imperatore di tutte le Russie), Dmitri V. Grigorovic,
Il'ja E, Renin, Anastasia e Marina Cvetaeva,Vjaceslav Ivanov,Michail
A. Osorgin, Boris K. Zajcev, Vladimir Jakovlev, Maxim Gor'kij. A sua
volta la colonia proveniente dal nuovo mondo, se non così nutrita
in quantità come le altre, lo fu per la qualità dei suoi ospiti. Margaret
Fuller, John Singleton Copley, Washington Irving, Rembrandt Peale,
Herman Melville, Hernest Hemingway. E poi, così alla spicciolata,
non si possono dimenticare il danese Hans Cristian Andersen, lo svizzero
Paul Klee e gli spagnoli Pio Baroja y Nessi e Pablo Neruda. L'elenco
di personalità tutte più o meno grandi, è davvero impressionante.
Un "parterre des rois" di altissimo lignaggio. A riprova che anche
Genova, pur se in forme in parte differenti da Venezia, Firenze e
Roma, rappresentò una tappa fondamentale nel circuito del "Viaggio
in Italia".
Ma,
domanda legittima e doverosa, cosa alla fin fine rappresentò in realtà
Genova nell'immaginario di chi la scoprì come tappa intermedia e poi
la riconobbe per ciò che realmente era? E cioè una meta fondamentale
per conoscere la nostra penisola e scavare nei meandri della sua intimità.
Una porta per il paradiso tanto cercato ed il tepore di un sole altrettanto
agognato. Ad avviso di chi scrive però, e a diferenza forse di molte
delle sue grandi ed illustri rivali, la Superba si distinse per una
caratteristica tutta e solo sua. La Città della Lanterna rimase sempre
e comunque sè stessa anche di fronte al più curioso e meglio disposto
tra gli ospiti che ebbero il fegato di bussare alle sue tante ed imponenti
porte. Nonostante tutto e tutti, non si concesse mai oltre un certo
limite. Con un superbo menefreghismo ed un ostentato snobismo da ex
capitale del mondo. Perchè Genova è pur sempre una città italiana
atipica. A noi piace pensarla come "un'isola di terraferma". Unita
al continente fisicamente ma con dei tratti così peculiari da renderla
a volte indecifrabile, usando il metro dell'italianità. Forse non
sono solo la leggendaria parsimonia, la scontrosità, l'introversione,
la diffidenza, la durezza del carattere dei suoi abitanti, la superstizione,
l'ossessione per il denaro, l'avarizia, l'umiltà mista alla fierezza,
i veri tratti caratteristici della genovesità. Ad aver fatto di Genova
qualcosa di unico, diverso ed irripetibile nella plurisecolare avventura
del Grand Tour, è stata la sua "aristocratica superiorità" per il
fenomeno stesso e per quanti vi arrivarono per guardarla e conoscerla.
Una sorprendente consapevolezza delle proprie qualità innate. Senza
risorse naturali, senza ricchezze a portata di mano, seppe soffrire,
costruirsi lentamente, lottare senza quartiere per la supremazia dei
mari e dei mercati mediterranei. Arrivata in alto, seppe poi regnare
per quanto glielo concessero il destino e la storia del mondo. Perso
il rango di grande potenza, visse anni difficili anche dal punto di
vista psicologico. Ma non abdicò alla sua unicità ed alla sua indipendenza
ideologica. Non si trasformò in un accomodante emporio a disposizione
del miglior offerente, con merce ben esposta e prezzi ampiamente promozionali.
A quanto si sappia, "Zena" non fu saccheggiata in modo significativo
da astuti ed amorali mercanti d'arte, non si trasformò in un grande
negozio di antiquariato pronto a svendere i suoi pezzi migliori pur
di tirare a campare. Solo i Savoia, negli anni venti del diciannovesimo
secolo, appena diventati padroni della città, si permisero di smembrare
e di "rubare" alcune ricchissime collezioni. Una su tutte la "Collezione
Durazzo" nell'omonimo palazzo in Via Balbi.
Eccezioni
significative a parte, Zena non si camuffò mai sotto la maschera struggente,
decadente, libertina, festaiola, romantica e malinconica della Serenissima
e ricchissima Venezia. E non si concesse mai in tuttta la sua gloria
passata, nei suoi tratti più volgari così come in quelli più sofisticati
ed imprevedibili. Come fece invece e senza troppe remore l'immensa
Roma, ex "caput mundi", poi papalina ed infine decaduta. Così come
non ebbe mai la dolcezza e la mitezza della Firenze postmedicea, un
luogo eletto per i romantici sognatori d'oltremanica. L'eccentrica
"diversità" di Genova non mancò mai, nei ricordi, nelle impressioni
e nelle emozioni di quanti la conobbero arrivando da realtà molto
lontane. La Superba si offrì con la confusione del suo porto, con
la babele dei suoi traficci indefessi, con il brulicare dei suoi vicoli
animati da un'umanità, indaffarata, combattiva, guerriera, ricchissima,
poverissima, vincente o sconfitta. Nel settecento fu il centro storico
il vero protagonista delle escursioni "forestiere". Perchè allora,
ancora, la Superba era tutta lì. Arroccata intorno al porto, su una
stretta striscia di roccia che andava grosso modo dalla Lanterna alla
collina di Castello nei pressi della Basilica di Carignano. Ma con
la fine della Repubblica, con l'arrivo dei piemontesi nel 1821 e con
l'espansione urbanistica ed industriale degli anni 60 del diciannovesimo
secolo, la Superba che gli "stranieri" non più "Grandi Touristi" ma
sempre più "turisti moderni" conobbero, si espanse con un dinamismo
ed una voracità incredibile. Allargandosi verso le colline circostanti
ed occupando nuovi territori. Con l'edificazione frenetica, mattone
su mattone della grande Genova borghese di Castelletto e di Albaro,
nacquero nuove opportunità di esplorazione turistica, pur mantenendosi
intatte nel loro fascino anche quelle passate. Ed in seguito a questo
fenomeno migratorio, il fenomenale centro storico che per secoli aveva
imposto ad aristocrazia, borghesia e popolo una coesistenza tutto
sommato riuscita ed altrove impensabile, andò poi trasformandosi in
un grande "contenitore di plebe" e di emarginati con poche o nessuna
speranza. Ma anche la prima metà del 900 non fu comunque da meno.
Gli intellettuali con passaporto straniero, esuli o semplicemente
di passaggio, ebbero l'opportunità di assistere con i loro stessi
occhi, alla definitiva affermazione di quella città allargata, di
quella "torta su più strati" che oggi riunisce la Genova medioevale,
quella dei "secoli d'oro", quella barocca, quella del secolo dei "Lumi",
quella borghese ottocentesca ed infine quella industriale e tecnologica
dei giorni nostri. Tutto in uno. Ma non un tutt'uno indistinto ed
indecifrabile cronologicamente.
Ogni
Genova, dalla più antica alla più recente, è solo appoggiata alle
altre, come i pezzi di un domino. Ma questi tasselli dai bordi ben
disegnati, non si sono mai fusi in una massa indistinta, regalandoci
così e pur sempre un agglomerato che è la storia palpabile di un popolo
che cominciò la propria avventura con il dare dei bei grattacapi alle
legioni romane, la continuò creandosi uno spazio immortale nel novero
delle grandi potenze marittime e commerciali e seppe poi riciclarsi
nel miracoloso boom dell'industrializzazione contemporanea. Un "melting
pot" strutturale, urbanistico ed anche multiculturale ma di tipo tutto
particolare e nostrano. Non una zuppa indistinta. Sempre e comunque
un minestrone con i suoi ingredienti ben riconoscibili ad occhio nudo.
Gustabili separatamente, ciascuno ed uno per uno. E questo miracolo
di civiltà fatatsi realtà, ebbe la forza di rivelarsi in uno spazio
così ristretto, esiguo, barcollante, improbabile, scosceso e precario,
da far dubitare, più di una volta, che la Superba di ieri e di oggi
sia reale e non un sogno dell'infanzia dell'uomo. Impensabile ed impossibile
se ci si limita a guardare la città da lontano e nel suo insieme.
Realtà tangibile e stupefacente se invece la si vuole vivere nei suoi
molteplici particolari e si ha la pazienza di scoprirla un velo alla
volta. Lasciandosi fagocitare dall'infinito profondo del suo ventre
molle, dal profumo delicato della sua pelle e dalla luce stordente
dei suoi occhi ammalianti. Non una sola Superba ma tre, quattro, cinque
città con questo nome, in gran parte diverse ma tutte identificabili
sempre e comunque con lo stesso inconfondibile nome. Una metropoli
nata dal mare ma tenuta a battesimo dalla roccia di montagna. Infatti
non si deve mai dimenticare che "Zena" è stata ed è anche, soprattutto,
una città di terraferma. Per cercare di raccontare Genova ed i genovesi,
in questo lavoro che forse si potrebbe etichettare come un tentativo
di dare dignità ad una "realtà romanzesca", sono stati scelti e rielaborati
i "ricordi scritti" e gli appunti di viaggio più corposi e per forza
di cose più manipolabili e più adatti all'invenzione di un dialogo
immaginario tra passato e presente. Il presente di chi scrive adesso,
nel contemporaneo 2004, e la testimonianza di chi ancora vive attraverso
le testimonianze del proprio genio e della propria sensibilità ben
oltre il normale sentire. Buon per noi che i viaggiatori, soprattutto
quelli di un tempo che fu, fossero colti, di talento e soprattutto
indefessi grafomani. Altrimenti a descrivere Genova, forse, resterebbe
solo il vecchio e denigratorio proverbio che da sempre grava come
una cappa di piombo sulle nostre teste e sulla nostra indifendibile
reputazione: "Genova, mare senza pesci, monti senza legna, uomini
senza fede, donne senza vergogna". Sarà anche stato vero ma, e chi
avrà la pazienza di mettersi in questa avventura insieme a noi lo
scoprirà a suo vantaggio, siamo stati anche molto ma molto di più.
Alla resa dei conti il bilancio è comunque positivo. Genova ha vinto
la sfida più importante e più difficile, quella con il tempo e la
bellezza. Resistendo al primo e conservando la seconda. Una città
che non conosce soste, indugi o mollezze. Ma sa riconoscere e proteggere
la forza dei sentimenti propri ed altrui. Il che, se ancora non è
troppo, è quasi tutto.
Buona
lettura et bon voyage
Fabio
Lauri
P.S.
Ma prima di incominciare a fare sul serio e mettersi in strada con
i piedi scalpitanti ed il cuore gonfio di curiosità a chi scrive è
sembrato opportuno, ad esclusivo vantaggio di chi forse leggerà, iniziare
come sempre si dovrebbe dalla fine. Dalla realtà dei fatti e delle
opinioni consolidate. Da ciò che è già assodato e da quanto, tra il
chiaro e lo scuro, si và dicendo in giro sull'argomento in questione.
Nelle numerose pagine che seguiranno questa introduzione, si parlerà
e si racconterà di Genova. Con toni ora seri, ora faceti. Pertanto
e solo per dare un'idea, un'impronta ben definita alle centinaia di
parole e di sensazioni che ci sommergeranno da qui a breve, ci farebbe
piacere che il gentile nostro compagno di viaggio virtuale leggesse
con attenzione e tenesse bene a mente le poche ma illuminanti righe
che seguiranno. Frutto della spessa e ficcante lente di ingrandimento
di un altro grande "turista" straniero. Uno tra i tantissimi assenti,
il quale purtroppo non sarà parte del nostro piccolo esercito di prodi
e della nostra affascinante avventura sull'affilata lama del tempo
perduto. Lui, che di nome faceva Jules Michelet e fu un geniale e
famigerato intellettuale romantico, uno storico stimato, un insigne
docente ed uno scrittore dalla penna fulminea e l'inchiostro graffiante,
descrisse la storia e l'indole della Superba con una fotografia al
tempo stesso spietata, immortale, quantomai realistica ed in sintonia
con il comune sentire, lungo un buon millennio, di quanti genovesi
non furono, la conobbero, la studiarono od anche solo ne lessero.
In parole povere, ci operò a cuore aperto e senza anestesia. Quanto
segue non è la verità assoluta bensì la realtà più intima e profonda
del carattere, delle origini e della storia di una grande città con
moltissime colpe e quasi altrettanti pregi. Ma le prime, si sà, per
ragioni talvolta insondabili e talaltra facilissime da intuire, tendono
a prevalere quasi sempre sui secondi. Ecco quindi da dove partiremo.
Dal nostro "lato più oscuro", da ciò che non si può e non si deve
cancellare dalla propria ed altrui memoria. Da un "cuore nero" e da
"scheletri nell'armadio" con i quali bene o male dobbiamo ogni giorno
convivere. Ecco come ci vide e tratteggiò un uomo di straordinario
talento, in un periodo cruciale della nostra esistenza quale fu la
metà del diciannovesimo secolo. Forse il nostro punto più basso, l'occasione
insperata per una successiva ed esaltante resurrezione. Da questa
stazione di partenza assai poco lusinghiera, cercheremo poi di riguadagnare
posizioni nell'altrui stima e di tornare a respirare aria pura e cristallina.
Soprattutto grazie all'apporto decisivo dei tanti altri grand-touristi
che lo stesso Michelet precedettero o seguirono nell'arco di un lunghissimo,
strabiliante e fulmineo secolo contrassegnato da grandi rivoluzioni
sociali, morali e tecnologiche. Quanto segue, è troppo bello e troppo
vero, per non meritare di essere regalato a tutti coloro i quali avranno
la gentilezza e la pazienza di seguirci, da qui sino all'ultimo dei
nostri eccezionali e spesso imprevedibili viaggiatori del tempo passato.
Lettura illuminante, a nostro avviso. "Genova non ha pensato al clima
quando ha deciso di fondarsi là, al centro del golfo omonimo. Il commercio
armato, la rapina, la tirannia del mare, erano tutto il suo pensiero.
Senza preoccupazione per la terra che ignorava e disprezzava, essa
ha ammucchiato, sulla stretta linea di confine tra il mare e la montagna,
strato su strato, come una scala titanica di palazzi di marmo, che
di lontano sembrano posati gli uni sugli altri. Questi magnifici ripiani,
coperti d'aranci, ritagliati in terrazze, colpiscono e sorprendono
più ancora di quanto non affascinino. Perchè? Si partecipa alla fatica
di un così grande sforzo; si sente bene che un popolo siffatto, poco
amante della natura, non ha fatto tutto ciò per semplice divertimento.
Quei palazzi sono delle fortezze, chiusi in basso da grate, da porte
di ferro massiccio come portali di città, che difendono la cassaforte.
Quelle terrazze aeree, di salire sempre più in alto, di vedere al
di sopra delle loro vicine, sono osservatori da cui il capitalista
controllava le sue navi in mare, da cui l'armatore seguiva con l'occhio
i suoi corsari. Genova è stata una banca prima d'esser una città;
è stata di buon'ora una compagnia di usurai avventurosi, un'associazione
di marinai armati. Il gusto della lotteria vi infuria tuttora; ed
essa ebbe per molto tempo quello della più grande lotteria, la guerra.
Rude, rude contrada, ligure più che italiana! La lingua, così diversa
da quella dell'Italia, è più che a metà provenzale. Nessun gusto per
le arti del disegno. I loro freddi palazzi di marmo non riscaldati
dalla pittura nazionale. Non vi ho visto che quadri fiamminghi. I
ricchi senatori, cortigiani della Spagna, ne hanno seguito la moda,
hanno escluso Raffaello per Rubens, Tiziano per Van Dyck. Popolazione
valida al lavoro, tuttavia, e degna di una sorte migliore. Picchia
sull'asino come i suoi padroni picchiano su di lei con l'eccesso del
lavoro; i suoi padroni, i mercanti, sono colpiti non meno rudemente
dai sovrani di tutti: i banchieri. Non mi fu inutile aver conosciuto
e colto sul vivo a Genova queste abitudini d'oppressione e di violenza.
In effetti è sempre andata così; Genova non è cambiata. I suoi nobili
capitalisti esercitavano l'usura, come quelli di oggi. Nessuna vera
industria. l'oligarchia attuale è formata, come un tempo, da una dozzina
d'uomini all'incirca, di cui più d'uno ha rapinato, dapprima, in America,
con sistemi rapidi e violenti, i primi capitali che, bene investiti,
li rendono oggi padroni assoluti della piazza, stretti nella loro
consorteria. (1) Crediamo basti ed avanzi per sapere, più o meno,
cosa ci aspetti di qui ad una dozzina abbondante di immortali talentuosi,
geniali e profondissimi.
Note:
(1)-Michelet, Jules, Le banquet. Papiers intimes, Paris, 1879
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