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1968
Ogni
epoca è caratterizzata dalle sue parole o comunque
è tale perché è espressa.
Desideriamo in questa sezione, attraverso l'aiuto del nostro
ospite, Loris Dadam, ripercorrere le parole del 1968 in
Italia. Abbiamo letto il "1968" sulle sue opere
pittoriche. Esse esprimono una prospettiva su di un momento
della nostra storia direttamente vissuto dall'artista, che
ci aiuterà, per mezzo dell'intervista concessa a
"I Caffè Culturali" e delle sue immagini
esposte nella galleria della sezione, a comprendere le parole
di un periodo e la storia nella parole dello stesso.
Nella
galleria potrete prendere visione delle opere dal 1965 al
1968 (con una eccezione risalente al 1973 per conformarci
al catalogo della mostra), che ci permetteranno di dialogare
con Loris Dadam sulle dinamiche evolutive di un'epoca. La
seconda parte dell'esposizione sarà aggiunta durante
lo svolgersi dell'intervista, per comprendere l'eredità
di un periodo storico e delle sue parole nel vissuto e nell'immaginario
collettivo.
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L'ospite:
Loris Dadam
Nato a Trento nel 1946. Progettista, pittore, disegnatore,
si occupa di storia dell'arte dall'infanzia. Allievo di Remo
Wolf fino al 1964 e di Augusto Cavallari Murat fino al 1970.
Nel 1973, grazie al lusinghiero giudizio di Mayer Shapiro,
tiene una grande personale di disegni a Londra. Vive per trent'anni
con la pittrice Giacinta Villa, con la quale collabora nella
realizzazione di alcune opere architettoniche e territoriali
e dalla quale impara il valore dei rapporti di luce e colore
nelle opere artistiche. Partecipa saltuariamente a mostre
collettive. Ha pubblicato saggi e studi su Carlo Levi, Francesco
Tabusso, Giacinta Villa, Maria Teresa Rosa.
Nel 2008 a Torino tiene una mostra antologica di 240 opere
dal titolo "Il Sessantotto, prima dopo e durante".
E' il Direttore Scientifico della Fondazione Giorgio Amendola,
Socio Benemerito della Società Piemontese di Archeologia e
Belle Arti, membro della Società degli Ingegneri e degli Architetti
in Torino e della Società Promotrice delle Belle Arti del
Valentino.
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I
Caffè Culturali:
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"Pensa
sovente al 1968?". |
| Loris
Dadam: |
"Non
penso spesso al ’68 e, devo dire, nemmeno con particolare
nostalgia. Questo succede perché la classe dirigente uscita
da quegli anni è stata un vero disastro, in particolare
per i giovani che sono venuti dopo. Per fortuna questa
classe dirigente sta per essere messa in pensione (ed
io fra essi) e speriamo che nuove facce assumano responsabilità
di governo. L’elezione di Obama, primo Presidente USA
che non è passato attraverso il trauma della guerra nel
Vietnam, è un grosso passo in questa direzione. Personalmente
sono convinto che il ’68 non sia stato l’inizio della
“rivoluzione”, ma la celebrazione della sua fine. Se guardiamo
oltre i movimenti politici, all’arte, alla letteratura,
al cinema, al costume, alle invenzioni e a tutto quel
complesso di avvenimenti e creazioni che hanno cambiato
il mondo, sono tutti negli anni precedenti il 68. La “beat
generation” è degli anni ’50; nel 1957 escono i due “manifesti”
letterari di questa nuova generazione, Howl (Urlo) di
Allen Ginsberg e On the Road (Sulla strada) di Jack Kerouac,
che, assieme al Jazz freddo del be-bob (primo fra tutti
di Charlie Parker), ai film con James Dean e Marlon Brando,
urlavano la loro difesa dell’anima dai pericoli di una
civiltà che tendeva a distruggerla. Il mondo vive nel
terrore dell’olocausto nucleare, alimentato dalla guerra
fredda fra Stati Uniti ed Unione Sovietica, e nel 1962
mai la terza guerra mondiale fu più vicina, con la crisi
dei missili sovietici a Cuba. Bob Dylan scrive Blowing
in the Wind, Masters of War, A Hard Rain’s A-Gonna Fall
e diventerà la voce poetica della nuova generazione. L’enciclica
“Pacem in terris” di Papa Giovanni XXIII è dell’aprile
1963. Nello stesso anno viene assassinato il Presidente
Kennedy ed il successore, Lyndon Johnson, inizia, nel
1964, l’escalation militare in Vietnam e questa guerra
segnerà in modo indelebile tutta una generazione. Nel
frattempo avviene una rivoluzione artistica e di costume
senza precedenti. La crisi e disfacimento dell’impero
britannico provoca in Inghilterra una reazione sociale,
artistica e culturale: dalle periferie operaie dei mods
e rockers al teatro e cinema degli “Angry Young Men” (giovani
arrabbiati) di Osborne, Reisz, Richardson. Nell’ottobre
1962 esce Love me do, la prima canzone dei Beatles, che
diventeranno l’icona degli anni 60, rivoluzionando il
mondo della musica ed attraversando tutti gli stili della
decade, dal pop alla liberazione sessuale, dalla droga
al misticismo orientale, dagli hippy al pacifismo. In
pittura si passa dal dramma dell’Espressionismo Astratto
all’inquietudine, celata sotto le immagini multicolori
della società dei consumi, della Pop Art, di cui Rauschenberg
sarà il grande poeta e Warhol il divulgatore di massa.
Nel 1963, tre anni dopo il processo per oscenità intentato
all’Amante di Lady Chatterly, Mary Quant lancia la minigonna,
simbolo della nuova libertà femminile. Ma gli anni 60
sono stati un grande laboratorio dell’innovazione dei
prodotti e dell’applicazione delle conoscenze tecnico-scientifiche
alla vita di tutti i giorni. C’è la conquista dello spazio
(da Gagarin nel 1961 al primo uomo sulla Luna nel 1969),
ma anche le nuove frontiere della medicina (il polmone
artificiale, il rene artificiale per la dialisi, i primi
trapianti di cuore,..), il primo satellite per le telecomunicazioni
(Telstar), il primo laser, Olivetti produce il primo computer
da tavolo del mondo (Programma 101), entra in servizio
il Boeing 747, sono prodotte le piccole automobili popolari,
che diverranno un cult: La Mini Minor, la Fiat 500, il
Maggiolino, la Citroen 2CV; nasce il transistor e la miniaturizzazione
dei mezzi di comunicazione (radio, televisioni, giradischi,
.....), nasce la penna a sfera, l’aspirapolvere Hoover,
i frullatori Moulinex,..., e, in generale tutti gli elettrodomestici,
che contribuiranno non poco a liberare le donne dalla
loro storica fatica di casalinghe. Il problema di questa
decade sta nel fatto che, ad uno sconvolgimento enorme
in tutti i campi della cultura e della creatività umana,
non ha corrisposto un parallelo mutamento negli assetti
del potere. Tutto cambiava, ma chi comandava erano sempre
gli stessi. E qui sta l’origine del 68: è stata l’ultima
grande dimostrazione pacifica contro il potere. Sembrava
che tutti gli spezzoni di libertà costruiti qua e là nel
mondo da una nuova generazione riuscissero a saldarsi
assieme, senza preclusioni di ideologia, di religione,
di razza, di costume. Ma è stata una fantastica favola,
ed è stata anche l’ultima, prima della fine. Già l’anno
prima il cadavere del Che ci guardava circondato dai militari;
la guerra del Vietnam continuerà ancora per sei anni;
in aprile uccidono Martin Luther King, il campione dei
diritti civili per i neri ed apostolo della non violenza;
viene gravemente ferito in un attentato Rudi Dutschke,
il leader degli studenti di Berlino; a giugno viene assassinato
Bob Kennedy; in agosto i carri armati sovietici entrano
a Praga; ad ottobre i soldati messicani uccidono 25 studenti
in Piazza delle Tre Culture. In Italia, il 12 dicembre
1969, scoppiano le bombe nella Banca dell’Agricoltura
a Milano. Dopo questa data ci sarà solo una lunga scia
di violenza per tutti gli anni 70. Il sogno di cambiare
il mondo con le nostre mani nude e con la fantasia al
potere è finito. L’anno dopo anche i Beatles si scioglieranno.
The dream is over (il sogno è finito), canterà John Lennon.
Più che al ’68, penso spesso alle occasioni perdute degli
anni ’60". |
| I
Caffè Culturali: |
"Quale
parola o quali parole ricorda in modo particolare del
periodo ed in quale Sua opera si potrebbero riscontrare
con particolare evidenza?". |
| Loris
Dadam: |
"La
parola più ricorrente del periodo è “antiautoritarismo”,
un vero neologismo dell’epoca, che, mi pare, ne riassuma
al meglio lo spirito. Come ho detto in precedenza, il
’68 è “scoppiato” in quanto tutta la creatività ed il
bisogno di libertà espressi negli anni ’60 avevano trovato
un limite invalicabile nel sistema di potere vigente,
indisponibile a mettersi in discussione. La risposta a
questa ondata di creatività non fu il dialogo, ma la chiusura,
anche quando poteva sembrare formalmente un’apertura.
Il termine coniato da Marcuse di “tolleranza repressiva”
stava ad indicare come dietro una formale libertà di espressione
vi fosse in realtà una struttura dei rapporti di potere
pensati come immutabili e sempre nelle mani delle solite
figure autoreferenziali. La lotta non poteva che essere,
quindi, antiautoritaria ed investì quindi tutte le figure
sociali portatrici di autorità, dal padre dentro la famiglia
al padrone sul posto di lavoro, dal professore nella scuola
al prete nella chiesa, ecc.. E’ curioso, a questo proposito,
come l’autorità in Italia, comincia sempre per “P” (padre,
professore, padrone, prete, presidente,…). L’antiautoritarismo
fu il tema centrale di tutto il ’68 e di gran parte del
’69, con tutte le sue venature di anarchia e sperimentalismo
estremo. Poi venne la reazione violenta del potere minacciato.
In Italia scoppiano le bombe di P.zza Fontana. E da quel
giorno non fummo più gli stessi. Per quello che riguarda
i miei lavori, direi che le due serie di disegni del 1968
sulla guerra del Vietnam e sull’università siano abbastanza
rappresentativi dello spirito del tempo: My personal account
to students’ day for peace in Vietnam e Il Sessantotto
al Politecnico. La tecnica del disegno è il rapidograph
a china, che permette una realizzazione immediata, senza
mediazioni e ripensamenti. La linea, diceva Argan, è la
rappresentazione grafica dell’idea, del concetto. Per
questo è stata scelta per rappresentare una ben precisa
visione intellettuale della guerra e dell’università.
Il tutto con un grande spirito satirico: il bombardiere
americano è un maiale che vola, i professori sono delle
maschere grottesche, gli stessi studenti sono vittime
dell’industria culturale. Ma il mondo non è, come appare,
solo diviso fra burattinai e vittime: il messaggio positivo,
di ribellione, è dentro il modo stesso di disegnare: l’arma
è la penna, quando il segno si torce sarcastico attorno
agli occhi, ai nasi, alle labbra dei generali bombardieri
e degli accademici sclerotizzati. Emerge qui un’altra
delle parole del ’68: “una risata vi seppellirà!”. |
| I
Caffè Culturali: |
"Perché
l'ironia ed il sarcasmo appaiono particolarmente evidenti
in questo periodo rispetto ad
altri ? ". |
| Loris
Dadam: |
"Perché
l’ironia ed il sarcasmo sono le armi di chi non ha potere
nei confronti di chi ce l’ha. E sono delle armi efficaci,
in quanto gli uomini potenti non temono le critiche e
gli insulti, secondo il principio “tanti nemici, tanto
onore”, ma non sopportano di apparire ridicoli. Autoritari,
prepotenti, spocchiosi, feroci, ma non ridicoli. Un pezzo
di Sessantotto è stato duro ed ideologico, ed ha portato
alla fine dell’utopia ed ai disastri degli anni seguenti.
Un altro pezzo è stato allegro e creativo, ironico ed
alternativo. Questo, con tutti i suoi limiti, è stato
la parte migliore, quella che ricordiamo senza rimpianti".
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| I
Caffè Culturali: |
"Sessantotto
e creatività: cosa è rimasto?". |
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Tra
qualche giorno la risposta alla domanda. |
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titolo: "1968"
data di pubblicazione: 25.11.2007
ultimo aggiornamento 01.03.2009
autore: Programma Italiano - Area Didattica
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