I buoni e i cattivi
di Fabio Lauri

      


Fabio Lauri

 

I buoni e i cattivi: questo il titolo del programma ideato da Fabio Lauri per Radiolibro (www.radiolibro.com), che esplorerà la letteratura scandinava di genere poliziesco, alla ricerca di ragioni storiche, politiche e sociali, che superano i limiti del fenomeno letterario.

In questa sezione potrete seguire l'evolversi delle puntate accompagnate da un'intervista all'autore, che approfondirà, grazie alle parole scritte, i temi affrontati nel programma di Radiolibro: un vero e proprio "tandem" muldimediale, al quale potrete, come sempre, partecipare.

Ecco il collegamento alla sezione della trasmissione, che troverete su www.radiolibro.com.


L'intervista all'autore
I Caffè Culturali: "Cos'è I buoni e i cattivi?".
Fabio Lauri:

"Innanzitutto un grande saluto a tutti i lettori de i Caffè Culturali e di Radiolibro.
"I buoni e i cattivi" si propongono come programma di esplorazione dei nuovi assetti geografici del romanzo poliziesco. Un appuntamento che si occuperà nello specifico, del clamoroso successo della letteratura scandinava "gialla". Un fenomeno editoriale che ha sconvolto una mappa sino a due decenni or sono all'apparenza completa ed immutabile.
Un'ulteriore riprova dell'onda globalizzata e globalizzante che non puo' risparmiare neppure il mondo della letteratura di intrattenimento. Settore trainante, quello del delitto, per volume di vendite e sentimento tra gli esploratori della pagina scritta. Gli appassionati del genere poliziesco, soprattutto quelli tra i 40 ed i 60 anni, sono stati testimoni di una rivoluzione quasi impensanbile nei mitici anni '70 del ventesimo secolo. Ancora agli albori dei reaganiani '80, l'attuale novità non era apparsa all'orizzonte se non in forma oscura e nebulosa. Chi legge romanzi gialli da qualche decennio, come il sottoscritto, mai e poi mai avrebbe potuto immaginare che il dominio inglese, americano e francese di Agatha Christie, Edgar Wallace, Ellery Queen e Georges Simenon potesse essere scalfito dalle fondamenta. Ho citato questi famigerati marchi di fabbrica, solo per fare qualche nome mitico, tra i tanti mitici del genere. Potrei snocciolare altri 50 autori immortali quasi a pappagallo se volessi. E sarebbero tutti fenomeni da centinaia di milioni di copie vendute. 
I giganti del "giallo", gli eroi di carta letti, tradotti e conosciuti in tutto il mondo, da Sherlock Holmes a Nero Wolfe, da Arsenio Lupin a Miss Marple e Perry Mason, passando per Sanantonio ed Hercule Poirot, non hanno mai abbandonato il triangolo Londra-Parigi-New York. Quasi impossibile sino alla caduta del Muro di Berlino, per qualsivoglia altro autore che non fosse anglofono o francofono, varcare i confini provinciali del proprio paese di origine. Gran Bretagna, Francia e gli Stati Uniti d'America erano le superpotenze.
Ad est tutto era impenetrabile, Cina e Russia vivevano un forzato e sanguinoso isolamento da Guerra Fredda. Il resto del vecchio continente leggeva prono al volere dell'idioma di William Shakespeare e di Voltaire.
Inevitabile che chi comandasse il pianeta, non si limitasse a sparare e ad imporre le proprie merci. Poteva anche permettersi di scrivere, stampare e vendere il frutto del proprio talento senza tema di pericolosi concorrenti. Ma anche nei muri più solidi prima o poi si aprono delle crepe. La globalizzazione, anche quella del mondo delle arti, ha comportato un deciso rimescolamento delle carte sul tavolo da gioco.
Soprattutto l'ascesa prepotente di tanti protagonisti, spiccicanti nuovi idiomi. Una salutare concorrenza artistico-capitalistica della quale si sentiva la mancanza da troppo tempo.
I paesi americani di lingua spagnola, l'immensa Cina ma soprattutto il resto d'Europa hanno avuto modo di prendersi una significativa rivincita. A cominciare dalla Spagna post-franchista, capace di sfornare autori e titoli di grande successo internazionale. La Germania, il Belgio, la Grecia e persino la nostra Italia, hanno conquistato visibilità e successi oltre le anguste mura domestiche. Ma è in una remota e fredda porzione dell'ormai allargata comunita' europea, che il primato del Commonwealth, della Grandeur transalpina e delle Stelle e Strisce ha subito lo smacco più clamoroso. Essere tradotti in lingua inglese in casa dei maestri, non e' da tutti nell'insidioso universo del mistero cartaceo.
I vichinghi sono tornati. Per saccheggiare e godersi il bottino grazie ad un nuovo approccio al nemico. I figli di Odino non sono più costretti a solcare i freddi mari per fare cassa. Parlano un inglese perfetto e sono figli di una società colta e benestante. Adesso si limitano a navigare in rete, riportando a casa bigliettoni fumanti e calorose acclamazioni.
La Svezia per prima, seguita a ruota da Norvegia, Finlandia, Danimarca e persino dalla quasi sconosciuta Islanda, hanno conquistato stima e rispetto universali con i loro delitti in capo al mondo.
Ecco cosa ci piacerebbe. Portare avanti il tentativo di comprendere il perché ed il per come di questo incredibile trionfo, unico nel suo genere.
Voglio concludere con un quesito a mio avviso perfetto per dare l'avvio ad una analisi e ad un eventuale dibattito successivo.
Un autore islandese di grande successo, tradotto in ben ventisei paesi, tale Arnaldur Indridasson, con il tipico pragmatismo luterano-scandinavo ha rilasciato la seguente e lapidaria dichiarazione: "Abbiamo successo probabilmente perché siamo i migliori".
Chiaro, limpido e cristallino. Pertanto, da fan curioso e di lunga data, non ho potuto fare a meno di chiedermi: "E se avesse ragione lui?".
Questo il dibattito proposto dal programma "I buoni e i cattivi", trasmesso in video ed in audio su www.radiolibro.com e scritto in questo spazio de I Caffè Culturali".

I Caffè Culturali: "Da dove si inizierà?".
Fabio Lauri:

"Si comincerà allargando l’obbiettivo sui famigerati anni 60'. Che piaccia oppure no, quelli sono stati la fine e l'inizio di tutto anche nel dorato ma non per questo poco competitivo universo del romanzo giallo. La bomba che ha scatenato tutto il putiferio che ci circonda ed ancora ci ferisce ed esalta. Il decennio della Beat Generation, ha dato un giro di chiave definitivo all’uscio dell’universo aristocratico-alto borghese che aveva trovato la forza di trascinarsi ancora pimpante oltre la catastrofe della Seconda Guerra Mondiale, spalancando definitivamente la grande porta della presunta felicità all'epoca del benessere e dello stato sociale, quello che ti allevia i dolori del corpo e gli spasmi dell'anima, dalla culla alla tomba. Per il mondo del giallo, di certo non meno che in altri campi, l'imporsi di una società progressivamente globalizzata, capace di parlare apertamente di sesso, potere e denaro e di produrre beni materiali in quantità industriale, ha rappresentato un trampolino di lancio irresistibile, per l'esplorazione di nuove galassie dell'animo umano e della società che lo circonda e talvolta ghermisce. I primi figli dello stato sociale e del benessere diffuso sono cresciuti con la convinzione ed il sogno che la tanto sospirata felicità universale fosse a portata di mano, proprio dietro l'angolo del proprio io. Anche l'omicidio, la tossicodipendenza e l'alcolismo, nel rampante universo giallo dei sessanta fatidici, si sono trasformati in un laboratorio sociale e sociologico volto alla scoperta ed al debellamento di quelle che, da sfizi aristocratici, si erano ormai trasformate in patologie finalmente curabili da un mondo perfetto. Ma i soloni del consumismo diffuso, non avevano fatto i conti con il lato oscuro della felicità: il fattore umano, purtroppo indomabile anche dai piani territoriali e dalle strategie di settore più sofisticate ed assistenzialiste.
E parlando di nuova società, migliore e per tutti, di quel "welfare" nordico-anglo-sassone divenuto mito e chimera per gran parte del mondo occidentale, chi meglio della Svezia, poteva farne un cavallo di Troia anche in materia di narrativa poliziesca? In quegli anni gli alfieri della socialdemocrazia sembravano invincibili, non era dato immaginare che qualcuno osasse scalfire la loro infallibilità assistita. E per cominciare questa indagine con parecchie vittime ed un certo numero di colpevoli, risaliremo sino al 1965, anno fatidico, per la Svezia opulenta e neutrale. Ma di importanza estrema anche per tutto l'universo mondo geograficamente sottostante. Busseremo con discrezione e riconoscenza, alla porta di casa di una vulcanica e battagliera famiglia svedese. Lei, la moglie della coppia, e' originaria di Stoccolma, capitale e grande metropoli di un paese in grandissima ascesa economica. Ha un sorriso dolce ed all’apparenza assente. Lui il legittimo consorte arriva, con la perenne sigaretta tra le labbra ed un ghigno sarcastico, dalla tranquilla ed un po' sonnacchiosa costa sud-occidentale della Svezia. Di estrazione alto borghese ma socialista di elezione, la nostra coppia vichinga troverà modo di fare sodalizio nella vita. Di mettere al mondo due figli e di presentarsi agli occhi dei lettori del vecchio continente, quali veri e propri rivoluzionari di un genere letterario all'apparenza insensibile a qualunque pericolosa scossa. Saranno proprio loro, per primi, a scardinare certezze premature ed a regalare divertimento di alta qualità da lande remote e cieli tersi. Siamo lieto di presentare i coniugi Maj Sjowall e Per Walhoo. Non sottovalutateli e non fatevi ingannare dall'apparente bonarietà dei loro sorrisi. Non sono così borghesi,  genitori appagati ed artisti soddisfatti come potrebbe sembrare ad un primo e superficiale esame. Cova parecchia rabbia nelle loro fumanti penne al vetriolo. Con la realizzazione del famoso ed eversivo “Decalogo”, nulla sarà più come prima sulla scena del crimine europeo. Ma non solo".


Per Wahloo e Maj Sjowall con i figli Tetz e Jens
Fonte immagine: http://www.sweden.se/

I Caffè Culturali: "Come è iniziata la storia di questa strana coppia?".
Fabio Lauri: "Con un misto di autentico romanticismo, crudeltà e slancio ideologico. E' una storia al tempo stesso classica e borghese, moderna ed estremista. Molto dinamica. Per Wahloo nasce nel 1926, nei pressi di Goteborg sulla costa occidentale svedese. La sua futura compagna, Maj Sjowall, di nove anni più giovane, arriva invece dalla capitale Stoccolma. Nessuno dei due proviene dalla classe operaia, anzi. Entrambi di estrazione borghese, rinnegano in gioventù valori e canoni della loro classe sociale. Si scoprono comunisti, insofferenti non solo al sistema capitalistico ma anche alla trionfante e protettiva socialdemocrazia svedese del secondo dopoguerra. Al momento del loro incontro nel 1962, il loro background privato era non poco complesso. Wahloo era già sposato con un figlio, mentre la Sjowall era una classica ragazza madre con alle spalle ben due matrimoni falliti. Tutto assai moderno e destabilizzante, per i canoni benpensanti e granitici di una società svedese che solo allora si affacciava all'accettazione della libertà sessuale e della convivenza extraconiugale. Ma siccome dalle macerie non è detto che non possano sorgere costruzioni ancora più belle e durature, galeotti furono l'amore, la fede comunista, la comune professione giornalistica, il culto svedese per la birra e quello molto hard-boiled per le sigarette. Ultimo ma non meno importante, il fatto di lavorare per lo stesso editore di riviste e di frequentare nelle medesime ore il classico bar da giornalisti d'assalto in libera uscita. La scintilla scoccò quasi istantanea, facendo nascere un sodalizio umano, sentimentale e lavorativo lungo ben tredici anni, spezzato solo dalla prematura scomparsa di Per Wahloo nel giugno del 1975, poco prima della pubblicazione dell'ultimo romanzo della serie del commissario Martin Beck. La loro storia è significativa, nel dare riscontro della forza delle idee "rivoluzionarie" della sinistra nel mondo del giornalismo e della letteratura negli anni della contestazione. Non riuscendo a trovare visibilità e lettori con noiosi ed ideologici lavori prettamente politici, ebbero l'intelligenza e la sensibilità di comprendere che per fare arrivare un messaggio, non era per forza obbligatorio fare gli intellettuali soporiferi e spocchiosi. Il romanzo poliziesco vende benissimo ed è vera letteratura, nonostante gli intellettualoidi che popolano i salotti buoni. Quindi perché non farlo proprio manipolandolo a piacimento? Usare la "storia di un crimine", questo il sottotitolo alla loro raccolta di dieci romanzi realizzati per criticare il capitalismo svedese, si rivelò quasi un colpo di genio. Il messaggio che lanciarono attraverso una forma di letteratura ritenuta volgare, fu proprio quello di denunciare il crimine, a loro avviso, perpetrato dalla socialdemocrazia scandinava ai danni delle classi lavoratrici. Una crociata anti globalizzazione e pro socialità con quattro decadi di anticipo. Quindi, non storie di miniera, catena di montaggio o lavoro nero, bensì di indagine nel mondo borghese e consumistico tra il 1965 ed il 1975. Volendo parafrasare il celebre romanzo di John Reed sulla rivoluzione russa di ottobre, dovremmo forse definire l'opera di Maj Sjowall e Per Wahloo come "i dieci romanzi che sconvolsero il mondo del giallo". Possiamo senza dubbio considerare la loro opera una pietra miliare ma soprattutto un bivio dal quale non si potrà più tornare indietro in materia di letteratura poliziesca. Il fatto poi, che Per Wahloo sia morto a soli 48 anni, interrompendo la produzione del dinamico sodalizio, aggiunge fascino alle loro figure. Si sarebbero riciclati, ripetuti oppure avrebbero abbandonato il genere? Di certo hanno lasciato un segno indelebile, aprendo una voragine con il passato. Non per niente, la loro uscita di scena coincise, a distanza di pochi anni, con l'apparire sulla scena di un’imponente ondata di nuovi giallisti svedesi e scandinavi. Tutti consapevoli di essere in debito con questa coppia di veri e propri innovatori. Primo e più famoso tra tutti, il secondo ospite dei nostri appuntamenti dedicati al delitto nordico. Il bravissimo e complesso Henning Mankell".
I Caffè Culturali: "Henning Mankell l'autore del personaggio di Kurt Wallander?".
Fabio Lauri:

"Proprio lui. In persona. Anzi, a mio avviso, si dovrebbe dire, proprio loro. Perché l'autore Henning Mankell ed il personaggio Kurt Wallander fanno, loro malgrado, coppia nella realtà e nella finzione letteraria. Impossibile parlare dell'uno senza considerare l'altro. Mankell e' un grande scrittore, lo svedese più tradotto nel mondo. Wallander un enorme personaggio. Contorto e complesso come pochi altri del suo genere.
Se è vero ed innegabile che senza la rivoluzione di Sjowall e Wahloo, non vi sarebbe mai stato un fenomeno scandinavo nel mondo del giallo, è ancora più evidente che senza la qualità della narrazione, la profondità di indagine ed il conseguente successo delle avventure del commissario Wallander, avremmo forse assistito solo ad un lampo fugace della letteratura nordica.
Mankell ha gettato l'asfalto sul sentiero polveroso tracciato dalla formidabile coppia della quale abbiamo parlato in precedenza. Il suo grande merito è quello di aver introdotto nell'universo del poliziesco europeo, elementi per molti aspetti nuovi e più sofisticati. Henning Mankell e Kurt Wallander sono entrambi figli della irresistibile ascesa economica e sociale della Svezia del secondo dopoguerra. Da paese sostanzialmente contadino a potenza industriale ed antesignana del settore del terziario avanzato. Autore e personaggio sono stati bambini e sono diventati uomini nel periodo del grande ottimismo del progresso perpetuo, gli anni 50' e 60'. Nati entrambi nel 1948, hanno ricevuto il meglio di una società progredita come non mai in passato. Ma hanno anche avuto la privilegiata sventura di ritrovarsi adulti in un periodo assai complesso storicamente. Quel ventennio contorto che si snoda tra il 1980 ed il 2000, culminato nella grande tragedia della società e del popolo svedese. L'omicidio, ancora oggi irrisolto, del primo ministro socialdemocratico Olof Palme, il 22 febbraio 1986. L'affermarsi della società post-industriale e di un capitalismo diverso, anche nella Svezia del super-benessere sociale, ha prodotto squilibri ed incertezze di grande portata nell’opinione pubblica scandinava. Per non parlare della montante globalizzazione e del trionfo del tanto vituperato liberismo, grande cruccio della sinistra svedese.
I moderni romanzieri dediti al crimine, per quanto animati da più che nobili intenzioni, sono figli e vittime del tribolato periodo storico nel quale ci troviamo immersi. Nonostante le apparenze di privilegio, tutto ciò ha forgiato una generazione turbata e spaesata, portando nuova linfa vitale al genere. Il risultato e’ stato quello di creare innovativi scenari di indagine ed analisi sociologica. L'arrabbiata utopia socialista di Sjowall e Walhoo sempre a caccia di una società ingiusta da denunciare e raddrizzare, con Henning Mankell lascia il posto ad un realismo pragmatico costretto a fare i conti con nuovi fenomeni quali la xenofobia ed il razzismo. Anche per questo l'essere di sinistra di Mankell travalica la classica contrapposizione tra classi sociali e si lega a concetti di nuova generazione quali "integrazione", "solidarietà", "diseguaglianza" e "coscienza sociale". Anche le idee per quanto radicali possono subire i contraccolpi originati dai fatti, è la dura legge dei sogni infranti e delle necessità degli eventi terreni. Non bastano quando l’azione decide di prendere il sopravvento.
Anche Henning Mankell è socialista di lunga data sia chiaro. Ma e’ soprattutto figlio della contestazione benestante del 68’. E così lo scopriamo anche terzomondista, filantropo, pacifista ed attivista militante. Non solo. Ci troviamo di fronte ad un autore teatrale di successo e ad un grande viaggiatore nel senso reale del termine. La vita stessa del suo autore, ha fatto si che il personaggio Kurt Wallander, fosse profondamente diverso dal Martin Beck del terribile duo Sjowall e Wahloo. Il primo romanzo della serie dedicata all'ispettore del profondo sud svedese, "Assassino senza volto" risale al 1991. Sono passati ben 26 anni dall'esordio dei coniugi Wahloo e la Svezia ha visto spezzarsi la bolla di sapone della quale si credeva unica prigioniera. Anni di significativa crisi anche per la dorata socialdemocrazia scandinava, di taluni sogni infranti e di non poche disillusioni inaspettate. La caduta del Muro di Berlino, infine, spazzerà via per sempre il dorato isolamento geografico e politico della penisola scandinava.
Grazie all'opera ed alla sofisticata personalità di Mankell, la commedia ed il dramma si sono trasformati un'altra volta in tragedia shakespeariana. All’aspra denuncia delle lacune di una società ritenuta perfetta, propria dei coniugi Wahloo, si e' potuto aggiungere un elemento fondamentale ed inaspettato per le fredde lande settentrionali: la passionalità. Un vichingo romantico e melomane, al tempo stesso eticamente calvinista, è quanto di più affascinante ed inaspettato potesse arrivarci dal grigiore del Mar Baltico. Per questo, le biografie di Henning Mankell e Kurt Wallander, oltre alla collocazione geografica delle loro storie, il profondo sud della penisola scandinava, ricoprono un ruolo fondamentale per apprezzare la lettura di queste opere di grandissimo successo".

Henning Mankell
Fonte immagine: http://www.randomhouse.com/
Kenneth Branagh
interpreta l’ispettore Kurt Wallander
Fonte immagine: http://www.telegraph.co.uk/

 

I Caffè Culturali: "Come ha risposto il pubblico e la critica scandinava e mondiale?".
Fabio Lauri:

"Hanno risposto come meglio non avrebbero potuto. Il grande sogno di Henning Mankell di riuscire nell'impresa di diventare un autore di fama mondiale, si è avverato proprio grazie al suo considerevole talento di romanziere nel genere poliziesco. Il personaggio di Kurt Wallander, per così dire, ha bucato subito la pagina e lo schermo. Sin dal primo romanzo della serie, "Assassino senza volto" del 1991, la risposta di critica e pubblico è stata positiva. Grandi tirature e premi letterari nazionali ed internazionali, degni di un veterano del settore. Forse Mankell è arrivato sulla scena al momento giusto, sfruttando le proprie doti di autore teatrale ed una particolare fase di crisi della storia svedese. Dato non trascurabile, parlando di successo, è anche il fatto che il personaggio di Kurt Wallander si sia trasformato in un richiamo turistico considerevole per la città di Ystad. Una vera propria gloria locale degna di una virtualità realistica.
Si organizzano gite-pellegrinaggio sui luoghi descritti nei romanzi, in stile 221 B di Baker Street per l'immortale londinese Sherlock Holmes. L'ufficio turistico offre opuscoli sul cittadino virtuale più famoso della zona e persino il sito Internet del comune di Ystad, consente di scaricare un'esauriente brochure elettronica dall'inequivocabile titolo "Sulle orme di Wallander". Coincidenze e fortuna non bastano comunque a spiegare il trionfo di numeri che riguardano Mankell . Qualcosa nella figura del commissario Wallander e nelle atmosfere che lo circondano, ha fatto la differenza. Undici romanzi nell'arco di un ventennio, non sono molti. Eppure, la sua fama ha da subito varcato i confini svedesi. Più di trenta milioni di copie vendute e circa 35 traduzioni in altre lingue. Giapponese, vietnamita, turco, tanto per dare un'idea di questo successo planetario. In Italia, per esempio, ha superato il milione di copie vendute per l'editore Marsilio.
Il dato decisivo sopra ogni altro, però, è quello di aver conquistato il mercato inglese e quello americano. Cosa non facile, anzi estremamente ardua per qualsivoglia autore non anglosassone. In Inghilterra pubblica per la Random House, la più grande casa editrice di lingua inglese nel mondo. Negli Stati Uniti per Doubleday, una divisione della stessa Random. Difficile fare meglio se non sei nato yankee. A mio avviso, parlo da lettore, il personaggio Wallander, più di ogni altro proveniente dalla Scandinavia, possiede caratteristiche compatibili con le contraddizioni tipiche dei caratteri anglosassoni. E' pragmatico ma al tempo stesso sognatore. Incerto, perdente nel quotidiano e nell'autostima ma vincente e dinamico quando occorre. Talvolta indecifrabile nei vizi ma dotato di qualità passionali ed empatiche. In sostanza, come i britannici amano talvolta definirsi, sembra nato per comandare e soffrire. E' un uomo pieno di dubbi ma dai molti talenti. Kurt Wallander possiede una grande personalità capace di riemergere anche dall’abisso delle proprie paure . Naturalmente, come ben si conviene ad un eroe di carta, ha una vita privata tormentata ai limiti dell’infelicità. La professione di poliziotto, percepita come una missione totalizzante, esige un altissimo prezzo da pagare in termini di stabilità. Wallander vive il dovere quasi come un dolore interiore. Ma anche come una necessità etica alla quale non sarebbe giusto sfuggire solo per l'incombere minaccioso della naturale debolezza umana. E' abituato a riconquistare il cielo quando le profondità dell'abisso sembrano volerlo inghiottire. Non si sente superiore al destino. Lo affronta a viso aperto e senza vanagloria. Cade e risorge, con eguale consapevolezza dei propri limiti.
Ma non solo di volgare carta stampata si deve parlare per l'amletico ispettore di Ystad. Un successo di tale portata, non poteva non attirare l'attenzione del mondo televisivo e cinematografico. Dal 1994 ad oggi, ben cinque interpreti si sono succeduti nel ruolo di Kurt Wallander. Quattro svedesi di buona fama in patria, ed un nord-irlandese protestante della turbolenta Belfast. Uno capace di dare del tu a William Shakespeare sulla pellicola e sulle polverose tavole dei palcoscenici londinesi. La prima serie di film per la televisione svedese è durata dal 1994 al 2006. A vestire i panni dell'ispettore più famoso di Svezia, si è cimentato Rolf Lassgard, attore di notevole fama in patria. Per molti, anche il miglior Wallander di sempre. Il caso e la bravura dello stesso, hanno voluto che Lassgard abbia interpretato anche il personaggio dell'ispettore Gunvald Larsson, uno dei personaggi principali nella saga del Commissario Beck dei coniugi Sjowall e Wahloo.
La seconda serie televisiva svedese ha totalizzato ben due serie distinte (la prima serie trasmessa anche in Italia), entrambe con Krister Henriksson nei panni del poliziotto di Ystad. In tutto 26 episodi trasmessi tra il 2005 ed il 2010. La dimensione provinciale del fenomeno Wallander sul piccolo schermo, ha però trovato la sua definitiva consacrazione internazionale grazie al sopra citato Kenneth Branagh ed al canale pubblico britannico, la famosa BBC. Tra il 2007 ed il 2009 sono stati prodotti sei episodi di grande successo in tutta Europa, Italia compresa. Branagh ha avuto il merito di sprovincializzare la figura di Wallander, offrendolo ad un pubblico internazionale e consacrandolo a classico del genere poliziesco. Anche in questo caso, come per i romanzi, i riconoscimenti internazionali non sono mancati sia agli interpreti sia agli sceneggiatori. L’intera serie sarà trasmessa in Italia da Rai Tre tra l’8 agosto ed il 12 di settembre di quest’anno.
Non possono essere però dimenticati anche Lennart Jahkel e Gustav Skarsgard. Il primo ha interpretato il commissario di Ystad, questa volta in un ruolo non da protagonista, nel telefilm "Talismanen" del 2002. Il secondo, invece, si e' cimentato nel 2007, con il ruolo di un giovane Wallander nel film televisivo "Pyramid", tratto dall'omonima serie di racconti del 1999.
Il successo, su tutti i fronti, sembra quindi conclamato e scolpito sulla pagina e sulla pellicola. Il fenomeno svedese nel genere poliziesco, ha tutta l'aria di un domino per ora inarrestabile. Lento nel tempo ma inesorabile nella progressione. Dopo l'isolamento locale degli anni 20'-60' del secolo scorso, il primo significativo successo e l’affacciarsi sulla scena internazionale della coppia Sjowall-Wahloo. Questo primo successo, ha permesso, per esempio proprio a Mankell, di affermare una volta per tutte la bontà del giallo nordico a livello globale e planetario. Dal lavoro di quest'ultimo, con l’affacciarsi del nuovo secolo, si è spalancata una voragine ancora più grande, un abisso di successo fatto di oscure trame e plumbee atmosfere da terzo "Millenio". La pensione di Kurt Wallander, coincide con l'arrivo sulla scena di una ragazza terribile di nome Lisbeth e del suo ancora più straordinario creatore. L'ormai famigerato Stieg Larsson. Ma per occuparci di lui, non ridete e non prendetemi per pazzo, dovremo occuparci di letteratura per l'infanzia e bussare con forza alla porta della più strampalata e pittoresca casa del regno di Svezia. Che ci crediate o meno, dovremo partire da Pippi Calzelunghe e da Astrid Lindgren".

Il primo Wallander televisivo (1994-2006)
Rolf Lassgard
Fonte immagine: http://www.welt.de/
Il secondo Wallander televisivo (2005-2010)
Krister Henriksson
Fonte immagine: http://www.stepsandleaps.wordpress.com/
Lennart Jahkel-Kurt Wallander
“Talismanen” (2002)
Fonte immagine: http://www.finestlight.se/
Gustaf Skarsgard-giovane Kurt Wallander in “Pyramiden” (2007)
Fonte immagine: http://www.tvspielfilm.de/

 

I Caffè Culturali: "Che relazioni ci potranno mai essere tra Pippi Calzelunghe, eroina di una televisione buona ed educatrice, e la letteratura poliziesca?".
Fabio Lauri:

"Inaspettate e sorprendenti. Oserei definirlo un rapporto di parentela molto stretta, caratterizzato da un vero e proprio passaggio di testimone tra il mondo della letteratura per l'infanzia e quella per adulti amanti del mistero. Senza Pippi Calzelunghe e Kalle Blomkvist, creati dalla gloria nazionale svedese Astrid Lindgren, non avremmo avuto modo di divorare le oltre duemila pagine del più grande feuilleton dei nostri giorni. La trilogia "Millennium", dello svedese Stieg Larsson. E, sopra ogni altra cosa, di fare conoscenza con due soggetti molto particolari, una affascinante coppia di eroi della letteratura popolare contemporanea: Mikael Blomkvist e Lisbeth Salander. Adesso vi racconto tutto per filo e per segno.
Urge un passo indietro di un secolo innanzitutto. Siamo nel ventesimo, nel 1907 per la precisione. Questa è la data di nascita di Astrid Lindgren, la più famosa autrice scandinava per l'infanzia. Una capace di vendere 150 milioni di copie in tutto il mondo e di farsi tradurre anche nei dialetti più ostici ed introvabili dell'Amazzonia centrale. La Svezia della gioventù di Astrid Lindgren, non era di certo quella odierna. Un paese all'avanguardia nel sociale, nella tutela della condizione femminile, tra i più ricchi al mondo, aperto all'innovazione tecnologica più spinta, paladino della diversità e della cosiddetta società aperta. Era un lungo e freddo paese luterano, popolato da contadini, marinai e prudenti ed avveduti burocrati. Il puritanesimo ed il perbenismo borghese imperavano. Nulla lasciava presagire che dei semplici bambini un po’ vivaci, avrebbero dato una spallata decisiva alla roccaforte del conformismo.
Il sistema educativo era repressivo, il rigore scolastico non si dava pena di prevedere salutari pene corporali per studenti ribelli e recalcitranti.
Ma siccome non tutto il male viene per nuocere, le disavventure giovanili di Astrid Lindgren hanno rappresentato il punto di svolta di una società capace di mutare radicalmente il proprio volto nell'arco di pochissimi decenni. La Lindgren, nata in un piccolo villaggio di cinquecento anime, all'età di diciotto anni rimase incinta di un collega di lavoro. Peccato mortale all'epoca se praticato fuori dal matrimonio, tanto da costringerla ad emigrare a Stoccolma, per sfuggire al perbenismo dell'epoca ed a partorire nella più aperta Danimarca . Ma non è tutto. Causa la precaria situazione economica e l'ancora da venire formidabile stato sociale svedese dei nostri giorni, la giovanissima mamma si vide costretta a dare in affidamento il figlio ad una famiglia danese. Solo con un successivo matrimonio con il proprio capo ufficio, le fu possibile riportare il bambino in patria. Qui, nella ristabilita normalità sociale, nacque la sua seconda figlia, Karin. Ed è proprio lei, la piccola Karin Lindgren, colei alla quale dobbiamo in buona parte il divertimento regalatoci negli anni 2000 dalle frenetiche e torbide avventure di Stieg Larsson.
Come tutti i bambini, se Dio vuole, si ammalò seriamente all'età si sette anni. Giocoforza, nelle fredde serate della convalescenza, mamma Astrid si cimentò nell'antica arte della favola che precede la sospirata nanna. Magia del genio infantile, fu proprio Karin a chiederle di raccontare di un suo personaggio immaginario creato sul momento, magari nella penombra di una profumata candela natalizia. "Raccontami di Pippi Langstrump". Così, dalla magica collaborazione madre e figlia, nacque la nostra Pippi Calzelunghe. La quale, da personaggio privato e virtuale, si trasformò in eroina di carta alla portata di tutti i bambini. Questa volta fu proprio Astrid Lindgren, causa frattura di un piede, a trovarsi bloccata a letto. Fu in questo frangente, stando alle cronache, che ebbe modo di scoprire che quanto andava raccontando per puro diletto materno, poteva anche essere vergato su carta. Ecco la nascita ufficiale di Pippi Calzelunghe. Sin dalla sua prima edizione, il manoscritto riscosse un grandissimo successo, dando modo all'autrice di cimentarsi anche con altri personaggi del suo formidabile universo. Tra questi, anche il nostro secondo eroe da menzionare. Kalle Blomkvist, soprannominato "il grande detective". Ed eccoci alla fine, anzi all'inizio della nostra vicenda. Cambia il mondo, siamo nel secondo dopoguerra, la Svezia è ancora conservatrice ma qualche cosa di grosso è alle porte dalle parti del grande nord. Socialdemocrazia, benessere, voglia di libertà ed anche di trasgressione. Pippi e Kalle cadono proprio a fagiuolo, perfetti per incarnare la nuova società dei giovani ribelli con molto sale in zucca. Pippi, lentigginosa pel di carota, è una bambina orfana di madre e con un padre marinaio disperso tra i flutti dell'oceano. Vive da sola in una grande casa sull'isola di Gotland, in compagnia di un cavallo e di una scimmietta, incurante del giudizio altrui e delle convenzioni sociali. Non frequenta la scuola, non è educata alle buone maniere borghesi e già veste, mai dimenticare che ci troviamo ancora nei bigotti anni 40', gli abiti di una hippie in miniatura. Pippi non ama i prepotenti e non sopporta le ingiustizie. Nasconde una montagna di monete d'oro in cantina ed è dotata di forza erculea, grazie alla quale potrà sconfiggere i malcapitati ladri a caccia del suo tesoro ed i poliziotti benpensanti che vorrebbero sfrattarla dalla sua residenza, Villa Colle. Dato caratterizzante di questa vita libera e ribelle con oltre venti anni di anticipo sulla generazione di Woodstock, il suo anticonformismo troverà modo di fare breccia nella simpatia di due vispi bambini borghesi, incuriositi ed affascinati dalla sua diversità. Tommy ed Annika, saltato il fossato del perbenismo, accompagneranno entusiasti Pippi nelle sue stravaganti e buffe avventure. Definire clamoroso, oggi, il successo di questo romanzo fantastico, non direbbe delle iniziali difficoltà di critica pedagogica, che l’autrice dovette subire dalla parte più conservatrice della società svedese. Una bambina adulta e ribelle, impermeabile alle convenzioni sociali, costituiva una rottura inaccettabile per il vecchio mondo. Quest’ultimo però, come detto sopra, si stava sgretolando inesorabilmente. Ne è la riprova il trionfo inarrestabile del romanzo a partire dagli anni 50'. Non solo. La televisione ed il cinema hanno ingigantito il mito della bambina ribelle con le trecce al vento. Una riuscitissima serie televisiva realizzata nel 1969 per la televisione svedese, ancora oggi spopola sulle reti di mezzo mondo, senza conoscere cali di gradimento. Con la rivoluzione dei costumi rappresentata dal fenomeno Pippi, la breccia era ormai aperta. L’emancipazione femminile diede nuovo slancio e dinamismo anche alla componente maschile della società scandinava. Non poteva quindi tardare l'arrivo sulla scena del mistero, di un piccolo-grande detective figlio della inesauribile fantasia di una Lindgren ormai affermata. Tra il 1953 ed il 1955, videro la luce tre romanzi aventi per protagonista un ragazzino di 13 anni, con la smodata passione per le indagini poliziesche di Sherlock Holmes. Kalle Blomkvist è figlio di un droghiere e della sonnacchiosa provincia svedese. Ma il suo dono, è possedere un formidabile intuito per il crimine, ovunque si annidi ed un fuoco sacro per l'avventura e la giustizia, che nessuno potrà estinguere. Nato per raddrizzare torti e destini, lascia subito intuire che da grande la sua professione potrebbe benissimo essere quella del segugio da commissariato o, meglio ancora, quella del giornalista incorruttibile. I fatti come vedremo, daranno ragione a questa profezia a lungo termine.
In compagnia degli amici Eva-Lotta ed Anders, Kalle ha formato un sodalizio chiamato la Rosa Bianca, dei mini Vendicatori ante litteram. Il padre lo vorrebbe commerciante e borghese ma l'animo del ragazzo è, senza ombra di dubbio, quello del giustiziere, del Robin Hood dedito al trionfo della verità sopra ogni altra cosa. Questa ultima considerazione è voluta e cercata, così come la presa di coscienza che anche Pippi Calzelunghe non potrà mai essere allineata o domata anche in età adulta. "Kalle Blomkvist il "grande" detective", "SOS per Kalle Blomkvist" e "Kalle Blomkvist e i gangster", sono tre piccoli capolavori, per nulla inferiori alle avventure della bizzarra Pippi. Anche il nostro piccolo-grande detective , ha conosciuto il successo e la fama del mezzo televisivo in Scandinavia, alla metà degli anni 90 del secolo scorso. Un simile consenso mediatico e di pubblico, farebbe pensare ad un passato glorioso per i nostri mini supereroi. Tutt’altro. Questo è solo il primo passo.
Li abbiamo presi bambini, Kalle e Pippi, sorridenti ed indomabili tra i campi di girasole e l’azzurro cupo del mare estivo. Prepariamoci a ritrovarli nella grande ed infida Stoccolma metropolitana. Gli anni passano implacabili, il tempo ed i tempi costringono a diventare grandi tutti, prima o poi. La Svezia è un paese ricco, libero, progredito ed affascinante. Ma non certo immune dal peccato, dalle cupe atmosfere odierne, così come dalle violenze più abiette e dai soprusi di un mondo contemporaneo solo apparentemente migliore rispetto al passato. E visto che il gioco si è fatto molto duro, forse troppo per dei semplici bambini, Kalle e Pippi, immarcescibili amanti della giustizia e della verità, hanno preso una decisione inequivocabile. E’ venuto il momento di imbracciare la penna e la spada, dal momento che il mondo ha bisogno di eroi e di paladini disposti al sacrificio. Perché la tenebra non trionfi ed il male non faccia breccia, dilagando in una Svezia tutto sommato ancora abbastanza Felix. Riassumendo tutto quanto narrato e descritto in queste righe, sappiate che abbiamo parlato dell’infanzia di Mikael Blomkvist e di Lisbeth Salander, gli immortali protagonisti della trilogia Millennium. Volete le prove? No problem. Abbiamo le foto dei nostri eroi. Prima e dopo.

Pippi Calzelunghe alias Lisbeth Salander
Fonte immagine: http://www.scuolarcobaleno.blogspot.com/
Kalle Blomkvist alias Mikael Blomkvist
Fonte immagine: http://www.themoviedb.org/
Lisbeth-Pippi e Mikael-Kalle uniti contro il male nella trilogia “Millennium”
Fonte immagine: http://www.allmoviephoto.com/
Adesso potremo finalmente occuparci del “fenomeno” Stieg Larsson e del suo Millennium. Senza mai dimenticare che Pippi e Kalle saranno ancora i grandi protagonisti degli innumerevoli colpi di scena e delle migliaia di pagine di avventure che ci attendono. Ma per saperne di più e meglio, di questi due terribili ragazzacci, dovremo chiederlo direttamente al signor Larsson ed ai suoi figli prediletti".
I Caffè Culturali: "A proposito di Millenuim: è difficile non pensare ai terribili fatti di Oslo, ed è addirittura doveroso, a questo punto ricordare, un evento così tragico. Come sta rispondendo un sistema così evoluto, ed in particolare la classe intellettuale, ad una minaccia, che (sperando con tutto il cuore di sbagliare) potrebbe anche non essere solo un evento passeggero, ma il sintomo di una certa reattività e risposta sociale?".
Fabio Lauri:

La risposta norvegese, accusato il trauma in tutta la sua sconvolgente durezza, è stata in perfetta sintonia con le peculiari caratteristiche dello spirito più genuino di questo popolo. Dolore interiorizzato, grande compostezza e riservatezza nelle manifestazioni pubbliche. Da ultimo ma non meno importante, una marcata fermezza nel ribadire l'unità e la compattezza di un popolo sulla strada della sua affermazione quale società civile, soprattutto nel momento del dolore e del pericolo. Non si è alzato alcun grido di vendetta, neppure nel devastante impasto del sangue appena raggrumato. Poche le parole spese. Nessuna a vanvera. E neppure di circostanza. Tutte chiare e significative, perché comuni a tutti nel momento della sofferenza. Calmierate e spente le polemiche di tipo politico, perché l'ora era difficile e l'odore della morte incombente quanto incomprensibile. Il dibattito, esiste anche alle fredde latitudini scandinave, non bisogna pensare il contrario. Però, sotto la minaccia della spada di Damocle, da quelle parti non si è più credenti, agnostici, laburisti, socialisti, comunisti, conservatori, di destra, liberali. Si è solo e sempre norvegesi. Molto difficile per noi, comprendere questo modo di essere e la risposta arrivata da questo piccolo-grande paese del benessere diffuso, da questo antesignano del sogno della "società aperta", della democrazia universale e del multiculturalismo. Impervio per noi, assuefatti e rassegnati alla contrapposizione faziosa, allo stragismo, agli anni di piombo, alla marcata assenza di un sentimento comune. Alle sigle ed all'associazionismo ideologico. Valgano tra le tante, le immagini delle piazze di Oslo, Bergen e Trondheim ma anche quelle dei piccoli centri sperduti tra montagne e fiordi. Gremite a perdita d'occhio da centinaia di migliaia di norvegesi in lutto. Armati di lumini, pendule fiaccole di carta e temibili rose senza spine. Stupefacente ed anacronistica, nell'universo odierno, la totale assenza di striscioni, rappresentanze di categorie e di associazioni più o meno autentiche. Solo un popolo tramortito dal dolore. Non hanno classe, non sanno vestire con buon gusto, mettono le calze bianche sotto i pantaloni ed i mocassini neri. Non sono sofisticati dietrologisti. Sono solo degli ex contadini e degli ex pescatori arrivati al benessere grazie alla fortunata scoperta di immensi giacimenti petroliferi sulle coste dell'Atlantico. La loro fortuna materiale è recente ma la loro riservatezza, quasi pudica introversione, è di tradizione millenaria. Tutto ciò è frutto di una profonda riflessività acquisita con il tempo e l'educazione. Nessuno ha urlato odio, rabbia e furore a favore o contro i grandi imputati, delirante esecutore materiale a parte, di questa terribile vicenda. Il multiculturalismo e la xenofobia. A livello di collante istituzionale e di sentimento nazionale, devono valere le parole pronunciate dal Primo Ministro Jens Stoltenberg il 25 luglio. Questi, di fronte ad una folla sterminata, addolorata ed incredula, ha parlato della Norvegia ai norvegesi. Ribadendo un concetto semplice e chiaro. Senza coinvolgere protagonisti non graditi o elementi che potessero turbare ulteriormente un popolo che non viveva un dramma collettivo da ben 71 anni. Solo l'occupazione nazista del 9 aprile 1940, durata sino alla fine del secondo conflitto mondiale, può essere considerata una tragedia di impatto equivalente alle stragi di Oslo ed Utoya per il popolo norvegese. Stoltenberg si è così espresso in un passaggio significativo del suo discorso alla nazione:

Questa sera il popolo norvegese sta scrivendo la storia. Con le armi più potenti del mondo-la libertà di parola e la democrazia-stiamo disegnando la Norvegia per il dopo 22 luglio 2011. Ci saranno una Norvegia prima e una dopo il 22 luglio. Ma sta a noi decidere come sarà. La Norvegia sarà riconoscibile. La nostra forza ha preso forza durante le ore, i giorni e le notti difficili che abbiamo dovuto affrontare, ed è ancora più forte questa sera: più apertura più democrazia. Determinazione e forza. Noi siamo questo. Questa è la Norvegia.

Per un europeo sudista, quale io sono, queste parole possono forse suonare strane, al limite incomprensibili. Ma i norvegesi sono abituati a porsi domande di continuo, a lanciare sfide al proprio modo di essere ed al sistema che hanno costruito. Ma non necessariamente a trovare velocemente e per forza delle risposte ad ogni quesito. Il perché di questa incredibile doppia strage, è sulla bocca e nella testa di ogni norvegese, indipendentemente dallo schieramento politico fatto proprio da ciascuno. Anche i norvegesi sanno, senza scendere alle esternazioni da commedia dell'arte di vari opinionisti destrorsi o sinistrorsi alle italiche latitudini, che globalizzazione, società aperta ed immigrazione hanno creato nuove dinamiche interne al loro sistema e frizioni culturali, in gran parte sconosciute. Utopia di una società aperta e democratica a livello universale. Terrore autoctono di perdere una propria identità millenaria. Rigurgiti di arianesimo ed evidenti simpatie per il nazismo in determinati strati della società. Questa è una constatazione che appartiene a tutti gli stati scandinavi ormai da due decenni abbondanti. Però la strada imboccata da questi popoli per trovare eventuali risposte o soluzioni non ci appartiene, per approccio sociale e culturale. Tutto troppo lontano e diverso dalla nostra baraonda urlata. In Norvegia, lo possiamo dare per certo, il dibattito sarà approfondito e serio. Il loro silenzio nel dolore, non deve essere scambiato per indifferenza. Qualcosa cambierà con ogni probabilità in termini di approccio alla sicurezza e di valutazione dei pericoli insiti nel multiculturalismo indiscriminato. Ma quando e come, forse non ci sarà neppure dato di sapere se non per sommi capi.

A riprova della particolarità dell'approccio scandinavo alle catastrofi e per riallacciarci al nostro argomento principale, il romanzo poliziesco nordico, daremo un’occhiata al sentire dell’intellighenzia di questi paesi. Posso anticipare sin da ora che non riceveremo sorprese dai nordici fabbricanti di best seller. Visto il successo e l'importanza rivestite dalla narrativa poliziesca, quasi tutte le più famose penne del crimine sono state interpellate e si sono espresse nell'arco delle ore e dei giorni successivi ai fatti di Oslo. Ma lo hanno fatto da norvegesi, svedesi o danesi. Non aspettiamoci odio, furore o, ancora peggio, sentenze inappellabili. Il primo è una nostra fresca conoscenza. Lo scrittore svedese Henning Mankell. Il quale, pur definendosi un intellettuale di estrema sinistra, con il tono pacato che gli è proprio, ha subito sgomberato il campo da ogni facile demonizzazione dell’incomprensibile. A suo parere, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera il 29 luglio 2011, l’autore delle stragi non può essere considerato un semplice folle. Bensì, con le sue esatte parole, “un soldato che si crede in guerra” ed “un efferato Don Chisciotte”. Da laico convinto, Mankell si focalizza sulla rivendicazione religiosa dell’autore delle stragi. Fondamentalismo islamico o cristiano, si limita a considerare un atto di rivendicazione religiosa tramite la violenza, alla stregua di un “sequestro” di quella fede. A suo giudizio, l’omicida altro non è se non un “soldato individuale convinto di fare parte di un’armata. Crede che un giorno la Norvegia lo vedrà come un eroe, perché la voleva salvare”. A ribadire la sua pragmatica capacità di giudizio, il creatore del commissario Wallander, ribadisce la definizione di efferato Don Chisciotte. A riguardo ecco un altro passo significativo dell’intervista:

Don Chisciotte combatte contro cose che non sono umane, come i mulini, e gli sembrano mostri. Questo norvegese è un uomo che combatte persone, anche molto giovani, che ai suoi occhi sono mostri, perché hanno idee politiche che lui odia. In questo senso, combatte i suoi mostri come un Don Chisciotte. Non si può dire che sia semplicemente matto: crede in cose tali che gli hanno fatto uccidere così tante persone in quel modo barbarico.

Mankell non è uomo da scomporsi, anche quando viene incalzato con l’inevitabile domanda riguardante la tenuta futura della cosiddetta società aperta scandinava. La risposta e l’analisi sono come sempre in sintonia con la lucidità del suo sentire la cultura che gli è propria.

Se parliamo di open society , parliamo di un' idea, non di una società realizzata in questo o quel Paese. Anche prima di questi eventi, c'era molta sicurezza, anche in Norvegia, per il rischio attentati legati alla guerra in Afghanistan. E se veramente vuoi uccidere qualcuno sarai sempre in grado di farlo, a prescindere da quanti bodyguard ci siano. Non ci si può difendere da tutto. Si deve continuare a guardare alla società aperta come a un'ideale, una società il più aperta possibile. È una metafora. All'opposto, la società che questo uomo norvegese sognava, con controlli e restrizioni, è una società dove io non potrei vivere. Nessuno potrebbe viverci.

Chiaro e lapidario nella sua semplicità. Così parla e ragiona un cittadino convinto della bontà della strada intrapresa dal welfare state scandinavo. Naturalmente, non tutti gli intellettuali nordici sono schierati sulle medesime posizioni assunte da Mankell. Ma opinioni a parte, al nord non esternano in maniera concitata, non hanno la bava alla bocca, non gesticolano convulsi. Anche quando vivono situazioni di una terribile drammaticità come i fatti di Oslo. Passiamo ai norvegesi, adesso, ai diretti interessati allo spaventoso fatto di cronaca. Proprio la società norvegese in questi anni si è dimostrata quella maggiormente coinvolta nella realizzazione materiale del tanto discusso multiculturalismo.

Gunnar Staalesen è un autore di polizieschi di lunga data e di riconosciuto successo. Il protagonista dei suoi romanzi, il detective privato Varg Veum, ha conquistato critica e pubblico con largo anticipo sul vero e proprio boom del poliziesco nordico dell’ultimo decennio. Il suo creatore lavora e vive a Bergen, la seconda città della Norvegia. Se Henning Mankell può apparire pacato e lucido, Staalesen potrebbe essere definito un uomo molto tranquillo. Al tempo stesso nordicamente pragmatico. In un’intervista a fatti ancora roventi del 24 luglio 2011, non vi è stato modo di vederlo sbilanciarsi in rabbiose disamine di tipo storico-sociologiche, riguardanti i mala tempora odierni. La sua prima affermazione è un punto fermo oltre che una constatazione non nuova.

La realtà ha sempre la capacità di andare oltre la finzione: e stavolta l'ha superata di gran lunga.

Il taglio dell’intervista, a differenza di quella di Mankell, si focalizza sugli eventuali legami tra la realtà inquietante della società norvegese odierna e l’affermarsi della produzione di romanzi gialli in Scandinavia. Staalesen, il cui credo politico non ci è dato sapere, non è tipo da vacillare, così come Mankell, in affrettate e lapidarie sentenze.

La letteratura trae sempre ispirazione dalla realtà. E, benché la Norvegia sia un Paese felice, ha i suoi lati oscuri. Come la povertà. E l'avarizia.

L’intervistatore non può mollare l’osso e gioca la carta xenofobia. Non è possibile che tra i lati oscuri norvegesi, non vi sia proprio questo ultimo fenomeno, di cui l’autore della strage di Utoya pare essere un prodotto nefasto? Inutile. Ci vuole ben altro per scalfire un norvegese verace e farlo sbavare vendetta in pubblico.

Il razzismo è un dramma marginale. E quello del giovane arrestato è stato sì un gesto politico estremo. Ma ha poco a che vedere con i nostri problemi sociali. Lui era un lupo solitario.

Non resta quindi che giocare la carta della devianza indotta da fatti traumatici, per dare una parvenza di spiegazione a gesti non logici al comune sentire. Staalesen conferma l’opzione psichiatrica.

Sì, una vittima della sua psiche, a mio avviso.

Nessun tentativo polemico, nessun accenno alla globalizzazione etnica e culturale dei nostri tempi. Gunnar Staalesen non sembra intenzionato a farsi trasportare dall’onda montante della contrapposizione tra religioni o dal revanscismo di matrice nazista. Giocoforza, la breve intervista si chiude con un ultimo disperato tentativo di marcare un confine tra un prima ed un dopo nell’universo delle socialdemocrazie nordiche. E’ dunque vero che, come affermato da qualcuno, l’accogliente e liberale Norvegia ha perso per sempre la sua ingenua innocenza? Staalesen non sembra dedito al culto delle favole.

Non siamo un Paese poi tanto innocente e la Scandinavia aveva perso l' innocenza già con l' assassinio nel 1986 del premier svedese Palme. Per cui sentivamo che una strage criminale sarebbe potuta avvenire, ma non di queste dimensioni.

Questa ultima osservazione sul grande trauma nordico di metà anni ottanta, ritorna con prepotenza. Staalesen trova modo di ribadire la falsità del mito fanciullesco di un settentrione europeo avulso dai patemi dell’odio, della paura e del dolore. Ma siccome anche a quelle latitudini, le opinioni e le visuali possono differenziarsi, non possiamo tralasciare di riferire il parere di un’altra penna dedita al mistero ed all’indagine. La voce in parte discordante, in questo caso, arriva da un autore con un retroterra professionale nel settore della sicurezza.

Leif G.W. Persson, svedese, creatore del personaggio del commissario Backstrom, si è guadagnato una solida fama grazie alla conduzione di inchieste televisive ed a titoli quali Anatomia di un’indagine e Un altro tempo, un’altra vita. E’ stato professore di criminologia e consulente dei servizi segreti svedesi. Il suo romanzo-indagine sul delitto Palme
In caduta libera come in un sogno si è rivelato uno dei più grandi successi degli ultimi anni. Inevitabile, quindi, che fosse interpellato, in questo caso dal Corriere della Sera. Persson si dice pessimista sulla possibilità della società aperta scandinava, di mantenere fede alle promesse di felicità e di perfezione della socialdemocrazia del welfare state.

Il nostro modello di società, così com'era, non funziona più.

L’ideale perseguito, non è in grado di evitare che emarginazione, frustrazione e violenza facciano capolino anche in un sistema ritenuto il migliore tra quelli possibili. E ritorna sull’omicidio del primo ministro Olof Palme nell’ormai lontano 1986.

Quello che da noi è successo con Olof Palme, ora è successo anche in Norvegia. Si perde l' innocenza, l' ingenuità. Quando succedeva qualcosa di brutto in un altro Paese, in Svezia si diceva che non sarebbe mai potuto accadere da noi. Poi, con l' assassinio di Palme in Svezia, in Norvegia dicevano che non sarebbe mai potuto accadere da loro. Ora non si può più dire nulla.

Per l’intervistatore, è significativo il dato che dalla minaccia di un terrorismo islamico si sia passati all’azione di un dichiarato fondamentalismo cristiano. Persson, a sua volta, da buon vichingo, non è fatto per scomporsi in ansie da giustiziere o proporre apocalittiche soluzioni radicali. Di certo non sembra sorpreso, in quanto da anni si occupa di xenofobia e di movimenti neo-nazisti.

È un dato empirico che ci sono molti tipi di terrorismo... quello che conta è l' effetto. La gente avrà paura a passare vicino agli uffici statali, a prescindere dai controlli e dalle limitazioni della sicurezza. Cambierà la vita di tutti i giorni.

Di più sembra non si possa ottenere, anche dagli esperti del settore. La constatazione di una certa situazione all’interno della società, non lascia lo spazio alla vena polemica, come già abbiamo potuto constatare nelle parole di Mankell e Staalesen. La sensazione che se ne ricava, è che per capire questa società, sia necessario aver vissuto materialmente la socialdemocrazia negli anni 50’-60’-70’. Il ritornello dell’innocenza e dell’ingenuità perdute, sembra essere il collante di ogni commento o reazione alle stragi di luglio. Gli elementi di disturbo e di minaccia, non sono differenti da quelli che segnano ogni altra società del mondo occidentale. Razzismo, xenofobia, nazionalismo ed arianesimo, multiculturalismo difettoso e falle nella globalizzazione, sono elementi rintracciabili anche quaggiù nel meridione. Ma vi è qualcosa di diverso e di peculiare al grande nord. Per rendere definitiva questa impressione, penso basti fare riferimento alla più controversa e criticata opinione rilasciata da un giallista nordico a massacri avvenuti.

Si tratta di un articolo pubblicato su Repubblica il 28 luglio 2011, ad opera del più famoso e letto tra i narratori del poliziesco scandinavo attuale, Jo Nesbo. Un autore che ha conosciuto uno straordinario successo di vendite nell’ultimo decennio. Titoli quali Il pettirosso, Nemesi, L’uomo di neve ed Il leopardo, lo hanno proiettato sul gradino più alto del gradimento dei lettori di tutto il mondo. Basta il titolo a tracciare il confine definitivo tra il nostro modo di sentire e quello della società scandinava figlia di un sogno di felicità e di perfezione proprio di quelle latitudini: Quando la mia Norvegia era il paradiso dell’innocenza. Lo stesso Nesbo, in altre occasioni, non ha mai mancato di ricordare come anche la Norvegia non sia perfetta e conosca ormai assai bene le piaghe sociali del benessere. Dalla droga, alla prostituzione, ed ai loschi traffici provenienti dalle aree della ex Unione Sovietica. Ma non è questo il punto. Per chi, come lui, è stato bambino e poi ragazzo in Norvegia tra gli anni 60’ e 70’, i fatti odierni non possono fare altro che rappresentare una frattura definitiva tra il sogno e la realtà. Oslo ed Utoya, rappresenteranno per sempre il definitivo balzo nella crudezza del mondo degli adulti. Tre passi del suo intervento, mi sembrano significativi ed illuminanti.

“Per molti anni è sembrato che nulla cambiasse in Norvegia. Potevi andar via per tre mesi, girare il mondo in lungo e in largo, vivere da vicino colpi di stato, assassinii, carestie, massacri e tsunami, e una volta che tornavi a casa l’unica cosa nuova sui giornali era che avevano cominciato a pubblicare i cruciverba. La Norvegia era un paese nel quale le necessità materiali di ognuno erano soddisfatte, in cui il consenso politico era prevalente, il dibattito verteva essenzialmente su come raggiungere i risultati concordati a priori da tutti. Le controversie ideologiche si presentavano unicamente quando la realtà del resto del mondo iniziava a guadagnare terreno, quando una nazione che fino agli anni Settanta era formata in buona parte da una popolazione della stessa etnia e del medesimo background culturale dovette decidere se i suoi nuovi cittadini potessero indossare l’hijab e costruire moschee. Ancora fino a venerdì scorso pensavamo che il nostro fosse un paese vergine, inviolato dalle piaghe della società. Un’esagerazione, naturalmente. Eppure…”.

Pura fantascienza per un italico abitatore del Bel Paese. Ma questo è quanto Jo Nesbo ha trovato il coraggio di far sapere in tutto il mondo. Anche con lui, nessun accenno alla vendetta, al catastrofismo od anche solo al pusillanime esercizio machista del Io lo avevo detto. Il secondo passo ribadisce, anzi fortifica un modo di essere che è loro proprio e forse solo loro.

Lunedì sera oltre centomila cittadini sono scesi nelle strade per compiangere le vittime dell’attentato. Questa immagine stride fortemente con la prima. In Norvegia mantenere il sangue freddo è una virtù nazionale. Avere la testa calda, al contrario, non lo è. Per coloro tra noi che provano un’istintiva avversione per l’autocelebrazione nazionale, le bandiere, le parole ampollose, le folle riunite, è un’impressione indelebile vedere che quando la gente manifesta, manifesta davvero e lo fa per qualcosa, per le idee e i valori della società che abbiamo ereditato e dato più o meno per scontata. Quell’adunata di persone indica che i norvegesi si rifiutano di lasciare che qualcuno possa privarci del nostro senso di sicurezza e di fiducia. Che ci rifiutiamo di perdere questa battaglia contro la paura. Eppure, non c’è modo di tornare indietro, a come stavano le cose prima.

Totale assenza di facili isterismi. La consapevolezza di un mondo ormai diverso, non lascia mai lo spazio alla sterile polemica del dubbio. Per concludere, proviamo a vedere come vivano le giovanissime generazioni norvegesi questo nuovo clima di risveglio dal sogno e dall’illusione di un mondo perfetto.

Dopo l’esplosione della bomba, una deflagrazione che ho sentito da casa mia, a oltre un miglio di distanza, quando è cominciata a girare notizia del massacro sull’isola di Utoya, ho chiesto a mia figlia se aveva paura. Mi ha risposto con le stesse parole che le avevo detto io stesso una volta: Si, ma se non si ha paura non si può avere coraggio.

Se dunque non esiste una strada che possa riportarci indietro, a prima, all’ingenua assenza di paura per ciò che era inviolato, c’è in ogni caso una strada per andare avanti. Avere coraggio. Continuare come abbiamo sempre fatto. Porgere l’altra guancia chiedendo: E’ tutto qui quello che sai fare?. Rifiutare di lasciare che la paura cambi il modo col quale abbiamo costruito la nostra società. Questo è quanto, verrebbe quasi spontaneo concludere. Il rispetto per una simile presa di posizione non può lasciare indifferenti. Fatta una scelta di aperta tolleranza, il prezzo da pagare potrebbe rivelarsi assai salato d’ora in poi. Ma la Norvegia non sembra avere fretta di trarre conclusioni lapidarie che non appartengono alla sua attuale cultura, figlia di un mito ancor oggi perseguito con grande determinazione. Ma un dato di fatto ormai prepotentemente alla ribalta della Scandinavia tutta, è quello della paura violenta di alcune frange di biondi nativi. Impauriti dalla presunta/reale minaccia dello straniero. In particolare, quello di fede musulmana. E’ un filone di lungo corso, quello della xenofobia di matrice nazista e delle sue connivenze con la politica ed i servizi segreti. Esiste quindi una Scandinavia razzista e reazionaria, in aperto contrasto con la tranquillizzante maschera del paradiso della socialdemocrazia. Ovvio, quindi, che ad occuparsene in sommo grado sia proprio il genere letterario maggiormente in voga a quelle latitudini. Tra i molti e famosi protagonisti, è alla fine necessario occuparsi, benché defunto prematuramente, del più grande esperto svedese di xenofobia. Il più famoso ed osannato autore di romanzi polizieschi dell’ultimo decennio. Stieg Larsson.

Henning Mankell
Fonte immagine:
http://www.swedenabroad.se/
Gunnar Staalesen
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http://www.nrk.no/
   
Leif G. W. Persson
Fonte immagine:
http://www.goodreads.com
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Jo Nesbo
Fonte immagine:
http://www.liquida.com/
I Caffè Culturali: "Perché è così importante Stieg Larsson?"
Fabio Lauri: “Perché vi è stato un prima ed un dopo Stieg Larsson. Perché Millennium è già una pietra miliare. Perché senza di lui il poliziesco scandinavo non sarebbe il clamoroso fenomeno letterario che ha sconvolto equilibri creduti immutabili. Perché la letteratura popolare non conosceva qualcosa di simile dai tempi di Honorè de Balzac e Alexandre Dumas. Perché, grazie a Stieg Larsson, l’avventura è ritornata signora e padrona sulla scena del divertimento allo stato puro. Perché ha disegnato figure di eroi senza macchia e senza paura. Perché nel suo mondo perfetto, i cattivi non hanno dubbi e non si redimono. Perché non ama il grigio e l’incompiuto indefinito. Perché Stieg Larsson è candido, perverso e disilluso. Perché non perde tempo con i perché ma trova la risposta esatta nell’azione. Perché non è disposto a porgere l’altra guancia. Perché il Bene è tornato ad essere cosa ben diversa dal Male. Perché con lui, la nera tenebra sprofonda nell’abisso che le compete. Perché combatte senza tregua. Perché conosce la strada giusta. Perché ama raddrizzare torti e destini. Perché adora trovare la verità. Perché non si illude che al male si possa rispondere se non con altrettanto male. Perché è partigiano ma non si illude. Perché Stieg Larsson è femminista ed odia gli uomini che odiano le donne. Perché esalta la virilità delle donne e non mortifica la femminilità degli uomini. Perché Stieg Larsson gioca con il fuoco senza bruciarsi troppo. Perché Stieg Larsson prende a calci i nidi di calabroni e non concede quartiere ai malvagi. Perché non conosce la falsa tentazione del dubbio. Perché non si complica la vita e si getta nella battaglia a corpo morto. Perché non molla mai. Perché non è il migliore. Perché è contorto. Perché è esagerato. Perché è iperbolico. Perché non è un sofista. Perché non è un intellettuale. Perché nessuno è interessante come lui. Perché è rozzo ma anche molto sofisticato. Perché è il più grande successo del terzo millennio. Perché il suo trionfo è inspiegabile. Perché è logico. Perché non puoi copiarlo ma solo scimmiottarlo. Perché è un mostro di bravura nel genere del cappa e spada. Perché non poteva non esplodere. Perché ha venduto 60 milioni di copie. Perché ha sbancato i botteghini dei cinema. Perché adesso ha conquistato anche Hollywood. Perché forse non sa scrivere ma è insuperabile nel raccontare una storia. Perché non è un narratore elegante ma solo un signor narratore. Perché ha creato un nuovo mito. Perché il Diavolo fa le pentole ma Stieg Larsson è insuperabile con i coperchi. Perché ti impedisce di prendere sonno, inchiodandoti alla pagina. Perché leggere Stieg Larsson è come combattere a mani nude con una tigre. Perché se lasci fare alla penna di Stieg Larsson non potrai fermarti a prendere fiato. Perché è prolisso, pignolo e precisino. Perché è il più amato. Perché ha suscitato molti dubbi ed un’invidia senza pari. Perché ha fatto guadagnare palate di soldi a tanti. Perché molti storcono il naso ma non possono ignorarlo. Perché diventare un fenomeno non è roba da mediocri. Perché chi crea eroi è a sua volta mitico. Perché con lui tutto è diventato più chiaro e più facile. Perché senza di lui è stato difficile ritornare alla normalità. Perché se non ci fosse non lo si potrebbe inventare. Perché è unico e lo sarà per sempre. Perché era ora che Stieg Larsson arrivasse.Ma procediamo con ordine e con calma. Proviamo a conoscere Stieg Larsson, la sua coraggiosa esistenza militante ed il suo miracolo postumo. Karl Stig-Erland Larsson nasce a Skelleftea nel 1954, nel nord-est svedese. La sua è un’esistenza tutta votata al giornalismo investigativo e di denuncia. Politicamente schierato a favore della estrema sinistra svedese, entrò a far parte in giovanissima età della Lega Comunista dei Lavoratori. Gli inizi del futuro scrittore di straordinario talento, furono quelli tipici di questo genere di carriera destinata al successo. Molteplici lavori imprecisati sino ai 20 anni.. La sua passione per la letteratura poliziesca, di fantascienza e per i fumetti lo portarono a svolgere anche l’attività di critico letterario. Ma con il tempo, le sue grandi missioni adulte si rivelarono il giornalismo e la fotografia. Si trasformò in editore di una rivista trotzkista e collaboratore assiduo della sezione svedese della Quarta Internazionale. Nel 1977, nel pieno dei furori giovanili, trovò modo di trascorrere alcuni mesi in Eritrea in veste di addestratore militare di un reparto femminile del Fronte di Liberazione del Popolo Eritreo. Ritornato a Stoccolma, ebbe modo di trovare un impiego come grafico presso una agenzia di stampa a Stoccolma, con la quale collaborò sino al 1999. Da giornalista militante di sinistra, negli anni 80’, fu abile narratore di viaggio nel grande impero sovietico ormai in crisi irreversibile.

Un giovane Stieg Larsson, reporter di viaggio lungo la ferrovia Transiberiana
Fonte immagine: http://narrativa.liquida.it

Con i primi anni 90’, il suo lavoro si indirizzò progressivamente verso il campo dell’analisi e dell’investigazione dei movimenti di estrema destra e nazisti svedesi. Alcuni suoi saggi sull’argomento, lo proiettarono sulla scena internazionale, facendone uno stimato conferenziere ed un consulente sia per il governo svedese sia per Scotland Yard. A ribadire questo impegno, nel 1995 fondò il trimestrale Expo, ancora oggi leader nella battaglia contro il razzismo, la xenofobia l’omofobia ed il fascismo nella società svedese.

Stieg Larsson nella redazione della rivista Expo
Fonte immagine: http://.redroom.com

Questa assiduità nella lotta e la fama acquisita di esperto del settore, lo portarono a ricevere numerose minacce di morte da parte dei movimenti filo-nazisti. Costringendolo a vivere per lunghi periodi sotto protezione della polizia, in compagnia della sua convivente storica, Eva Gabrielsson. Un vero uomo di sinistra, perennemente in lotta con il suo mortale e più temibile nemico. Lo spettro del nazismo e dell’arianesimo nella Svezia della socialdemocrazia, un tempo felice e poi tormentata. Un paese risvegliatosi nella cruda realtà dell’omicidio del Primo Ministro Olof Palme nel 1986. Alla fine degli anni 90’, qui la cronaca si trasforma quasi in leggenda, Larsson riprese due vecchie passioni di infanzia e gioventù. Le favole di Astrid Lindgren ed il poliziesco. Insieme ed Eva Gabrielsson, si dedicò alla stesura di una serie di romanzi gialli di aperta denuncia dei misfatti e degli inconfessabili segreti della politica e della società svedese. Un canale alternativo, attraverso il quale continuare in parallelo, la già lunga battaglia contro i lati più oscuri della penisola scandinava contemporanea.

Stieg Larsson e la compagna Eva Gabrielsson
Fonte immagine: http://www.nanopress.it

Il progetto della coppia prevedeva, come da buona tradizione svedese, una serie di ben dieci romanzi. Tra il 2000 ed il 2004, i primi tre videro la luce e furono proposti ad alcune case editrici. Fu la più antica tra queste, la Norstedts, famosa in Svezia per aver pubblicato proprio le avventure di Pippi Calzelunghe, ad accettare i manoscritti ed a proporre a Larsson il primo contratto di edizione. Nell’estate del 2004, tutto era ormai pronto per assistere al debutto di un nuovo e talentuoso autore sulla scena già affollata del poliziesco scandinavo. Ma il destino, la vita e la morte, decisero di dare una svolta ulteriore e traumatica a questo progetto. Il 9 novembre 2004, Stieg Larsson morì improvvisamente per un arresto cardiaco nella sede della rivista Expo. La disgrazia, nel breve volgere di pochi mesi, si ribaltò nel più clamoroso trionfo editoriale degli ultimi decenni. Nel 2005 fu pubblicato il primo dei tre romanzi della cosiddetta “Millennium Trilogy”, “Uomini che odiano le donne”.

La copertina della prima edizione svedese de
“Uomini che odiano le donne” (2005)
Fonte immagine: http://www.muntiligt.se

Il successo fu immediato e clamoroso in patria. A dare un suggello internazionale a questa travolgente esplosione di popolarità fu la Francia, la quale adottò sin da subito Larsson quale autore dell’anno. Il passaparola tra gli appassionati del giallo, fu sin da subito frenetico ed entusiasta. Nel 2006 fu la volta de La ragazza che giocava con il fuoco. Ormai le copie vendute si contavano a milioni, così come si moltiplicavano le case editrici straniere in gara per acquisire i diritti di pubblicazione.

La copertina della prima edizione svedese de
“La ragazza che giocava con il fuoco” (2006)
Fonte immagine: http://www.muntligt.se

Il cerchio si chiuse nel 2007, con immensa gioia ed al tempo stesso scoramento del nuovo esercito di fan, con l’arrivo de La regina dei castelli di carta. Un vero e proprio fenomeno con pochi eguali, del quale per paradosso, Stieg Larsson non seppe e non vide nulla.

Ma la gioiosa macchina da guerra era ormai lanciata. L’incantesimo non poteva più essere spezzato. I numeri ed i primati non aspettavano altro che di essere stracciati. In Danimarca, La regina dei castelli di carta è il titolo più venduto dopo la Bibbia. In Germania, Uomini che odiano le donne è il volume tascabile più acquistato di sempre. Come già detto, la Francia guida il gruppo degli entusiasti continentali di Millennium. Persino in Italia, piazza sempre abbastanza restia alle grandi tirature, la trilogia di Larsson ha superato il milione di copie vendute. Quasi un miracolo per le nostre latitudini. La trilogia, in soli sei anni, è già stata tradotta in oltre 40 paesi. Dulcis in fundo, Stieg Larsson ha superato il milione di e-book venduti e, con il solo Uomini che odiano le donne, ha raggiunto la fatidica quota mezzo milione. Naturalmente, un simile trionfo di numeri e commenti entusiasti, non poteva non comportare anche il plauso e della critica di settore. In soli tre anni, Millennium ha fatto incetta di premi. Il primo ed il terzo romanzo della serie, hanno ottenuto il prestigioso premio Glasnyckeln (Chiave di vetro), quali migliori romanzi scandinavi per il 2006 ed il 2008. Da parte sua, anche il secondo capitolo, La ragazza che giocava con il fuoco, nel 2007 si è potuto fregiare del titolo di miglior romanzo svedese dell’anno.

La copertina della prima edizione svedese de
“La regina dei castelli di carta” (2007)
Fonte immagine: http://www.listal.com

Tutto quanto detto sopra, solo per quello che riguarda il settore cartaceo e digitale. L’industria cinematografica scandinava, visti i numeri del trionfo, si è subito gettata famelica sulla preda. Al punto che, forse battendo ogni record di velocità, grazie ad una mega co-produzione danese-svedese, è stata in grado di realizzare la versione cinematografica di tutti e tre i romanzi. Nel delirio e nel tripudio fanatico dei fan, tra il febbraio ed il novembre 2009, Michael Blomkvist e Lisbeth Salander apparvero sul grande schermo con le facce di Michael Nyquist e Noomi Rapace.

La locandina dell’edizione svedese
del Film “Uomini che odiano le donne” (2009)
Fonte immagine: http://www.tattoodonkey.com

Inutile dire che il successo fu istantaneo e clamoroso. A tal punto incredibile, che la casa di produzione si vide piacevolmente costretta a realizzare in fretta e furia una versione televisiva delle pellicole per le sale, divisa in sei episodi. Tripudio di folle anche davanti al piccolo schermo. Di conseguenza, quale paese o compagnia televisiva, si sarebbe potuta astenere dall’acquisto e dal doppiaggio di questo formidabile miracolo tinto di giallo? Nessuno ovviamente, Italia compresa. Ma dov’era l’America in tutto questo? Possibile che non si fosse accorta di quanto stesse accadendo oltreoceano? No problem. Anche il protezionismo culturale a stelle e strisce ha un suo limite, fatto di bigliettoni verdi. Hollywood non si è fatta sfuggire l’occasione. Con grande budget ed impiego di rinomate star internazionali, è arrivato anche il remake a stelle e strisce de “Uomini che odiano le donne”. La pellicola, intitolata “The Girl with the Dragon Tattoo”, sarà in tutte le sale americane nel dicembre 2011. Così come anche il secondo ed il terzo romanzo, vedranno la loro edizione yankee in celluloide, alle fine del 2012 e del 2013. Improbabile un clamoroso insuccesso di pubblico.

“La ragazza che giocava con il fuoco” (2009)
Fonte immagine: http://www.moviepicturedb.com

In cinque miseri anni, l’universo del romanzo poliziesco ha subito uno scossone degno di un terremoto. Un defunto reporter d’assalto, dedito in vita alle inchieste ed allo sprezzo del pericolo, si è trasformato in contumacia nel più clamoroso caso editoriale e mediatico dal dopoguerra ad oggi. La Svezia era ormai nell’occhio del ciclone dell’attenzione mondiale per il genere del romanzo poliziesco. La strada aperta dalla coppia Sjowall e Wahloo e poi allargata da Henning Mankell, era stata definitivamente asfaltata da questo nuovo ed inaspettato personaggio, figlio della Stoccolma globalizzata del terzo millennio. Ma non sia mai detto che la vicenda potesse esaurirsi nel prodotto cartaceo, oppure grazie alle fortunate trasposizioni cinematografiche.

La locandina dell’edizione svedese del film
“La regina dei castelli di carta” (2009)
Fonte immagine: http://www.eeugen.de

La morte improvvisa di Larsson, ha consentito a giornalisti, recensori, editori e critici di ogni sorta, di intessere un vero e proprio mistero. Un caso internazionale sull’opera del defunto ed i suoi reali talenti di scrittore. In aggiunta ulteriore a tutto quanto sopra, se possibile, non possiamo tralasciare di segnalare il fenomeno turistico dei “Millennium Tour” in quel di Stoccolma. Il Museo Civico della capitale svedese organizza escursioni guidate di circa due ore sui luoghi di ambientazione dei romanzi di Larsson. Il quartiere di Sodermalm, miracolo della capacità della fantasia di farsi realtà, è ormai teatro di veri e propri pellegrinaggi di devoti e curiosi appassionati della trilogia. Per chi volesse conoscere una splendida metropoli e fare un tuffo dalla pagina alla materia viva, ecco il sito e l’indirizzo e-mail che possono fare al caso: (www.stadsmuseum.stockholm.se) ( inf o @ stadsmuseum.stockholm.s e).

Il quartiere di Sodermalm teatro delle vicende della Millennium Trilogy
Fonte immagine: www.au.news.yahoo

Come si è detto, si è sempre saputo che il piano dell’opera prevedesse la fatidica cifra di dieci romanzi vertenti sulle figure di Lisbeth Salander e Michael Blomkvist. Tre è un numero perfetto, poche altre costruzioni dell’umana arte possono battere una trilogia. Ma chi produce cultura e soldi a palate, non poteva sopportare il grande rammarico per tanti altri succulenti titoli potenziali. Dopo Harry Potter, la serie Millennium sarebbe probabilmente stata in grado di battere ogni record di vendite ad ogni nuova uscita.

La locandina USA per il remake cinematografico de
“Uomini che odiano le donne”.
“The girl with the dragon tattoo” (2011)
Fonte immagine: http://www.cinezapping.com

Ecco allora circolare la voce di fantomatiche 200-300 pagine di un quarto romanzo incompiuto, vergate dalla mano di Larsson poco prima della sua dipartita. Ma chi mai avrebbe potuto terminare l’incompiuta? Ovviamente colei la quale, da molti, è ritenuta la vera e principale autrice di Millennium. Eva Gabrielsson. Convivente e collaboratrice di Larsson, in numerose interviste ed anche nell’immancabile libro di ricordi sul caro estinto, ha sempre sostenuto di aver partecipato attivamente alla preparazione ed alla stesura dei romanzi. Succulenta ciliegina sulla torta, non poteva mancare la presunta sparizione di un computer portatile contenente le famose trecento pagine del quarto fantomatico romanzo. Se questo non bastasse ancora, da sempre corre voce che Larsson avesse già lavorato alle tracce del quinto e del sesto romanzo. Ma il giallo è giallo, i misteri non potevano non susseguirsi a raffica in questa vicenda tinta di morte, trionfo, cifre iperboliche e famelica bassezza umana. Anche i cattivi, nella realtà, vogliono tutta la loro parte…del ricchissimo bottino. A cadavere ancora tiepido, ecco entrare in scena i legittimi eredi della immensa fortuna prossima ventura del neonato impero mediatico della Millennium Trilogy. Erland e Joakim Larsson, padre e fratello minore di Stieg, si sono gettati sulla preda non lasciando quasi nulla alla Gabrielsson.

Joakim ed Erland Larsson, fratello e padre di Stieg.
Fonte immagine: http://www.dn.se

La legge è legge e le carte cantano. La lotta in tribunale tra i legittimi eredi della famiglia Larsson e l’intrusa amante, ha subito scatenato il mondo del gossip e dei media. Tutto si paga in moneta sonante, nell’universo del poliziesco. Soprattutto i litigi feroci per un osso con tanta carne di primissima qualità. Per il momento nessun accordo tra le parti contendenti. Le cassandre dell’editoria dubitano che un fantomatico quarto romanzo possa vedere la luce e trasformare la saga di Millennium in una tetralogia postuma. Nulla può essere escluso, sia chiaro. Comunque, il mito di Lisbeth Salander e Mikael Blomkvist è talmente superiore a qualsiasi attività terrena o mediatica, da non conoscere flessioni di visibilità e successo. Entrambi hanno travalicato la dimensione virtuale del racconto di finzione per trasformarsi, come altri personaggi letterari, in eroi e simboli di un mondo e di un modo di essere. Quello dei guerrieri indomiti. Nei nostri giorni, ai nostri tempi, è qualcosa di raro e sorprendente. In questa anomalia, in sostanza, risiede l’eccezionalità di questi incredibili combattenti dei nostri giorni, vendicatori del Bene e della Verità. Mikael Blomkvist e Lisbeth Salander, così come anche buona parte degli altri personaggi di Millennium, si possono tranquillamente fregiare del titolo di personaggi anomali ed antichi. La loro forza è stata quella di riproporre ed imporre schemi datati ed ormai in disuso nel panorama contemporaneo della letteratura popolare. I paladini del Bene sono ritornati più forti che mai".
I Caffè Culturali: "Quale è stata l'eredità di questo autore? Come sarà il dopo Stieg Larsson?"
Fabio Lauri:

"Il fenomeno Millennium ha segnato per sempre un’epoca ed offerto alcuni momenti indimenticabili, trasformandosi in un punto di svolta che sino ad un decennio orsono sarebbe parso impensabile per una periferia geografica come quella scandinava.
Stieg Larsson e Lisbeth Salander, hanno fatto la fortuna non solo dei propri successori ma in gran parte anche quella di chi li ha preceduti in tempi assai più difficili e complessi. Talvolta, anche nell’universo del mistero, per far emergere le attitudini dormienti dei molti è necessario che il singolo si faccia pioniere con qualche azione memorabile. Magari non da tutti compresa appieno nei primi tempi. Senza la diversità ed il furore di Lisbeth, con ogni probabilità oggi faremmo riferimento a qualche autore di buon talento dell’estremo nord e niente più. Apprezzeremmo Henning Mankell per quello che è nella realtà: un grande scrittore ed un uomo più che notevole. Ma sul fenomeno scandinavo non avremmo potuto costruire quasi nulla di nulla. Personalmente non ritengo che, parlando di Millennium, personaggi di questa caratura semplice e diretta siano al momento emulabili. Ciò però non toglie che il loro prepotente affermarsi, abbia fatto e faccia ancora oggi da traino al dirompente successo del giallo nordico nel vecchio continente ed in buona parte del mondo. Volendo limitare l’indagine solo all’Italia ed al nostro universo editoriale, oggi sono più di 80 gli autori scandinavi di romanzi polizieschi presenti sugli scaffali delle librerie. E tutti viventi, tranne tre. Il nostro amato Stieg Larsson, Per Wahloo ed il danese Dan Turrell, scomparso nel lontano 1993.
Quella del giallo scandinavo è realmente la storia incredibile di un’ascesa fulminea ed irresistibile. Figlia dei cambiamenti repentini del nostro mondo contemporaneo, in cerca di rinnovata identità e di una nuova leadership culturale. Se escludiamo i casi degli svedesi Henning Mankell ed Hakan Nesser e della norvegese Hanne Holt, pubblicati nel nostro paese per una buona parte della loro produzione tra la fine degli anni '90 ed i primi anni del terzo millennio, solo pochissimi altri autori del genere ebbero l’onore, in quegli anni, di essere pubblicati nella lingua di Dante Alighieri. La pubblicazione nel 2007 de Uomini che odiano le donne ha dato l’avvio, in termini di quantità, all’incredibile fenomeno dei misteri e dei delitti provenienti dal Nord Europa. Gli ultimi 5 anni rappresentano un vero e proprio boom economico-editoriale-culturale. Per un’area geografica della decadente Europa, sino ad allora presente sui nostri scaffali solo con pochi ma buoni titoli. Alle nostre mediterranee latitudini, solo la emerita casa editrice Iperborea di Milano, nata nel 1987, si occupava di letteratura nordica. Offrendo sempre una produzione di elevata qualità ma non infilando mai il naso nel genere poliziesco in quanto tale. Bisognerà attendere il 2010 per vedere inaugurata anche da quest’ultima, una nuova collana di ottima spessore, dedicata ai romanzi gialli dell’area in questione. A riprova del fatto che, se ve ne fosse ulteriore bisogno, l’arrivo sugli scaffali della saga di Stieg Larsson, abbia spalancato definitivamente le porte del grande business editoriale ad un piccolo esercito di agguerriti vichinghi. Armati di un pragmatico senso critico e dell’insopprimibile necessità di comprendere una nuova e misteriosa realtà. Non che i numeri facciano la differenza, così come è risaputo che il denaro non faccia la felicità. Però, grazie al cielo, l’arte è anche business e chi ha successo, più spesso di quanto si creda, offre anche una qualità di tutto rispetto. Tante copie vendute, altrettanta visibilità e tantissimo onore. E’ il capitalismo bellezze. Piaccia o non piaccia, detrattori legittimi a parte, Millennium è manna per tutti i suoi colleghi passati, presenti e con ogni probabilità futuri. Nel solo biennio 2010-2011, ben 52 autori scandinavi hanno visto la loro primissima pubblicazione in lingua italiana. Un numero francamente incredibile, sintomo di un cambio di rotta sconvolgente sulla mappa del poliziesco mondiale. Questo significa aver conquistato gli scaffali di librerie e biblioteche al pari della scuola anglosassone e francese. E senza troppo sgomitare, tutto sommato. Strappare una fetta significativa di mercato a questi giganti, pur con tutto il potere mediatico della moda, del marketing o di qualsivoglia strategia commerciale di grande efficacia, non può nascondere almeno due dati di fatto assodati. La globalizzazione della cultura popolare ha imposto un certo ridimensionamento ed anche un parziale declino dei padroni storici del genere. Possiamo convenirne senza nulla obiettare. Ma, al tempo stesso, deve anche dare atto di una reale credibilità del poliziesco venuto dai ghiacci boreali. Ingigantendo, se ancora possibile, il fenomeno e la portata della rivoluzione iniziata in anni lontani e non sospetti dalla coppia Sjowall e Wahloo. Consolidata in termini di qualità da Henning Mankell ed infine a tutti sbattuta in faccia dalla ormai famigerata trilogia di Millennium. E per coloro i quali ebbero la ventura o la bravura di meritarsi una pubblicazione prima dell’entrata in scena del fenomeno Stieg Larsson, vi è stata una lieta sorpresa. Assistere, dopo il fatidico 2007, all’irresistibile crescendo delle proprie tirature, ora anche al di fuori degli angusti confini nazionali. Ma nel corso dell’analisi di tutta questa vera e propria ondata quasi orgiastica di “successori” del mito Larsson-Millennium, ci siamo accorti di dover fare ancora un importante riferimento ad un sostanzioso prequel dell’incredibile caso Scandinavia-in Giallo. Prima di buttarci a capofitto in una carrellata finale di presentazione del piccolo esercito di penne vichinghe piombate sui nostri scaffali negli ultimi 5 anni, non potevamo esimerci dall’approfondimento di un personaggio e di un fenomeno. Non troppo distanti dall’incredibile vicenda di Stieg Larsson e dei suoi personaggi, ormai quasi reali nell’immaginario del pubblico. Scopriremo infatti che l’incredibile personalità di Lisbeth Salander, con un quindicennio di anticipo, fu preceduta e magari favorita dall’apparire di un’altra e non meno coriacea eroina iper-femminista. Il suo nome è Smilla. Smilla Qaaviqaaq Jaspersen. Nata tra i ghiacci e cresciuta nella lunga notte artica di una terra ai confini del mondo, si è trovata costretta e compressa nella prigione fisica della civiltà urbanizzata. Un’altra raddrizzatrice di orrendi torti criminali e sociali, tanto per rendere l’idea della caratura del personaggio. Nei primissimi anni novanta, per la precisione nell’ormai lontano 1992, un estroso scrittore-viaggiatore danese di nome Peter Hoeg si conquistò la fama con la bravura e l’argomento giusto al momento giusto. Conosciuto in patria per un paio di lavori di tutto rispetto, apprezzati dalla critica che conta, lascerà tutti attoniti pescando dal mazzo un vero e proprio jolly miliardario. Con un fortunato sconfinamento nell’universo del romanzo giallo, conseguirà un clamoroso successo internazionale. Ancora oggi il suo vero ed unico passepartout per la gloria immortale tra i cultori del genere .

La copertina della prima edizione italiana de “Il senso di Smilla per la neve” (1994)
Fonte dell’immagine:http://www.libreriauniversitaria.it

Nel romanzo poliziesco figlio del grande nord, emerge sempre una fortissima esigenza di comprensione e di analisi della realtà e delle sue insopportabili crudezze. Non conoscendo quasi la spesso falsa distinzione tra la letteratura nobile e quella di genere inferiore, gli scrittori scandinavi guardano al giallo con una sorta di apprensione sociale. Di legittima ambizione e di rispettosa considerazione. Quasi lo utilizzassero come uno specchio in grado di riflettere la pericolosa immagine di un posto ormai infido chiamato mondo. Al tempo stesso, con nordico pragmatismo, hanno fatto propria anche una delle tante qualità materiali del mistero. Uno strumento, un utile trampolino per il successo, la fama ed il denaro. Tutto ciò è prepotentemente vero ed interessante per un allora giovane autore danese, da considerarsi il primo campione di respiro internazionale della grande armata settentrionale oggi trionfante: un caso unico e sorprendente. Quello di Peter Hoeg e del suo grande romanzo poliziesco, uno dei più grandi bestseller degli ultimi decenni. Il senso di Smilla per la neve. Robetta da 10 milioni di copie vendute in tutto il mondo. Alla faccia ed alla salute della cosiddetta letteratura di nicchia. Il giallo, l’avventura, lo spionaggio, muovono le grandi cifre, sdoganano il mondo della cultura e della letteratura dal suo limbo dorato di universo irraggiungibile per le menti semplici e gli intelletti grossolani. I pensatori hanno spesso bisogno degli uomini d’azione per riuscire a combinare il pranzo con la cena, ma non lo ammetteranno mai. Ma nel caso di Peter Hoeg, quasi nessuno si è mai azzardato ad opporre qualche obiezione al suo indiscusso talento, alla sua finezza di sentire ed al suo spessore di letterato con la L maiuscola. Il miracolo aveva finalmente visto la luce. Genio e cultura popolare avevano trovato il loro nuovo profeta. A sigillare il tutto, la grandiosità degli spazi infiniti e dei ghiacci perenni di una terra sublime ed inospitale al tempo stesso.

La copertina della prima edizione danese (1992)
Fonte dell’immagine:http://www.kuriosa.dk

Una grande avventura nell’istinto migliore dell’animo umano, quella della tenace glaciologa groenlandese Smilla. Capace di fare immediatamente breccia nel grande ed avido universo dei lettori. Da sempre abituati quasi solo a plumbee, deviate atmosfere e metropolitane dinamiche da patologica civilizzazione avanzata. Il successo fu clamoroso sin dai primi mesi. La storia di questa giovane danese-inuit determinata e coraggiosa, improvvisatasi detective per affetto quasi materno, si rivelò come il primo poliziesco scandinavo della storia capace di raccogliere il plauso del grande pubblico di tutto il mondo. Nel 1993, ad un solo anno dalla sua prima edizione in Danimarca, si era già trasformato in un acclamato bestseller in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Prestigiose riviste americane lo elessero romanzo dell’anno senza indugio o tentennamenti. Scalfire il protezionismo nazionalista dei padroni del vapore, non era per nulla semplice in quei lontani giorni di fine millennio.

La copertina della prima edizione inglese (1993)
Fonte dell’immagine: http://www.amazon.co.uk

Per dare un senso ancora maggiormente compiuto alle dimensioni del successo, basti sapere che per ben 26 settimane si guadagnò uno dei primi posti nella lista dei romanzi più venduti del New York Times. La Independent Mistery Booksellers Association, lo premiò con il suo prestigioso Dilys Award nel 1994. Dulcis in fundo, sempre nello stesso anno, fu tra i 5 finalisti degli oscar mondiali del romanzo giallo: i famigerati Edgar Allan Poe Awards. Centinaia di valenti autori, in una lunga ed onorata carriera portata avanti a suon di decine di titoli, non sono mai stati in grado di ottenere una sola citazione di merito. Al talentuoso danese, tutto ciò accadde nell’arco di soli 24 mesi. Al pari di quanto accadde parecchi anni dopo con Il Codice da Vinci di Dan Brown, la fama del romanzo si propagò a macchia d’olio grazie al passa parola incessante ed entusiasta di tutti quegli appassionati felicemente sorpresi da una novità assoluta quanto a stile ed atmosfere proposte. Un caso più unico che raro.

Ma chi è Peter Hoeg? Materialmente parlando, il primo scandinavo ad aver fatto conoscere al grande pubblico quella che gli anglosassoni definiscono la scandinavian crime fiction. Letterariamente discorrendo, un romanziere enigmatico e solitario. Un intellettuale silenzioso e sensibile. Civilizzato e primitivo al tempo stesso. La sintesi perfetta tra la meraviglia della parola e la forza assoluta dell’azione. Allergico alle luci della ribalta ma dotato di forte personalità e silenzioso carisma. Peter Hoeg nasce a Copenhagen nel 1957. Figlio di genitori ben educati e benestanti, coltiva sin da giovanissimo la passione per le lettere, i viaggi ed il tormento della condizione umana. Laureatosi in Lettere nel 1984, come da copione per un futuro campione da bestseller, non perde occasione per svolgere i più svariati mestieri in giro per il mondo. Tanto vagabondo e cittadino del mondo da trovare moglie nella lontana Africa. La leggenda del successo a lungo inseguito lo vuole ballerino, attore saltuario ma, soprattutto, come ogni vichingo meritevole di questo appellativo, marinaio da cargo oceanico in raminga peregrinazione tra i sette mari. Le stimmate del romanziere erano comunque di natura puramente genetica, in quanto che la leggenda narra che il suo primo romanzo abbia avuto gestazione già durante gli anni dell’università. Terminata l’Odissea giovanile di prammatica, il demone dell’inchiostro non poteva non riprendere il sopravvento. Le bozze studentesche si trasformarono nel suo primo romanzo all’alba del lontano 1988. “La storia dei sogni danesi”. Considerato esclusivamente in patria, precedette di soli due anni, il primo vero successo dell’autore, “Racconti notturni”. Una raccolta capace di imporlo all’attenzione della critica danese, regalandogli lo spessore dell’autore predestinato al successo. Però di sola Danimarca stiamo parlando. Un popolo di grandi lettori ma pur sempre di piccoli numeri. Come spesso accade, fu giocoforza orientarsi, non è dato sapere se per fortunata e pragmatica scelta editoriale, oppure per visionaria preveggenza dell’autore stesso, verso un genere infallibile. Quello del thriller. Il solo in grado di regalare numeri, moneta sonante, altissima qualità di prodotto ed al tempo stesso multidisciplinarietà di temi affrontati. Ecco dunque arrivare come un fulmine a ciel sereno, l’inaspettato giallo scientifico-ecologista-filosofico intitolato Il senso di Smilla per la neve. Non fu un successo lusinghiero del momento, una fiammata sporadica figlia di un’oculata e fasulla strategia. Fu trionfo conclamato sin dal primo momento. Apparve e si impose in tutto il mondo. Nonostante il suo stile particolare e la sua complessa sensibilità culturale figlia delle latitudini estreme. Siamo nel 1992, lo stesso anno in cui Henning Mankell, freschissimo di successo, diede alle stampe il suo secondo romanzo, “I cani di Riga”. Ma di scandinavo, in quei giorni, altro non avevamo tra le mani. Il fenomeno del giallo-nordico nuovo dominatore della scena internazionale, era ancora tutto da scoprire ed al tempo stesso da creare. Per paradosso, la fortuna del poliziesco venuto dal freddo fu aiutata e favorita da un non professionista del genere. Paganini ha ripetuto solo una volta. Per il momento, gli sconfinamenti di Hoeg nell’universo del mistery sono solo due. Ma se non è possibile parlare di grossi numeri e di quantità, è sicuro che la qualità possa compensare la suddetta lacuna. Mai nessuno ha potuto brevettare l’asserzione per la quale per scrivere un grande giallo sia per forza necessario avere alla tastiera od alla penna un grande giallista.

Un giovane Peter Hoeg nel 1993
Fonte dell’immagine: http://www.splinder.com

Il 1993, l’anno più difficile per un autore, quello della conferma della fama, vide dato alle stampe uno pseudo romanzo autobiografico intitolato “I quasi adatti”. Critiche discrete ma nulla a che vedere con il fenomeno planetario Smilla. Tre anni di silenzio, figli del carattere dell’autore, schivo ed impermeabile alla celebrità. Siamo nel 1996, ecco arrivare una storia d’amore. La donna e la scimmia. Una favola alla “King Kong” ribaltata nei ruoli e dagli spinti accenti ecologisti. Da questo momento in poi, trascorse un intero decennio di buio creativo e di silenzio quasi totale. Isolamento fisico e tecnologico dell’autore, nessuna intervista rilasciata. Ma Peter Hoeg, come un altro grande nordico da noi già esplorato, lo svedese Henning Mankell, non è solo un virtuoso innamorato del proprio dono. Sembra schiavo della vita e delle sue emozioni. Non certo dell’arte fine a se stessa. Non ha mai regalato la sensazione di attraversare l’esistenza ad occhi bassi. Rapito in una sorta di misticismo da talento irraggiungibile dai più.

Peter Hoeg nel 2006, anno di pubblicazione de ”La bambina silenziosa”
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E’ un uomo completo nei pregi e negli eventuali difetti. Pacato e silenzioso come tutti quelli che hanno da dire veramente qualcosa. Teme il contatto umano che non abbia una finalità autentica e costruttiva. Per questo è in grado di occuparsi anche degli altri in Africa e nel terzo Mondo in genere. Eccolo quindi impegnato nelle vesti di filantropo in opere di carità e sostegno tramite una fondazione da lui stesso creata. Chi lo credeva inerte ed amletico sul foglio, non lo sapeva audace e dirompente nell’agire concreto, come molti dei suoi protagonisti di fantasia. Il grande talento sembrava perduto per sempre. I media si stracciavano le vesti in assenza della preda da azzannare. L’universo trasversale del poliziesco già piangeva la perdita di un purosangue rarissimo. Magia dell’ispirazione, concomitanza con l’anno olimpico o indifferibili necessità contrattuali, fecero si che un altro sconfinamento nel genere poliziesco lo vedesse protagonista nel 2006. Con “La bambina silenziosa”, le algide e sensibili atmosfere del frigido nord ricominciarono a tingersi di paura e sangue innocente. Un romanzo meritevole di una lettura approfondita. Una storia complessa al punto giusto. Intrisa di sensibilità e di finezze sofisticate adatte solo a palati finissimi.

La copertina della prima edizione danese de “La bambina silenziosa (2006)
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Sin dai primi giorni, non si parlò di fenomeno editoriale degno di urla al miracolo. E neppure di isteria da godimento tra il popolo degli agognanti fedelissimi del genio danese, questa volta. I critici non si consumarono le mani nell’applaudire un nuovo capolavoro dai contenuti palesi e le atmosfere criptiche. Troppe aspettative per un uomo solo. Anche per un supposto genio. Ma lo zoccolo duro dei lettori, riconobbe la bontà di questo nuovo sconfinamento nei territori del thriller. Paganini, in verità, non era tornato per ripetere bensì per ribadire un dato di fatto. Qualitativamente parlando, era sempre lui. Il tocco eccelso e complicato di Peter Hoeg non si poteva discutere.

La copertina della seconda edizione danese de “La bambina silenziosa” (2007)
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La copertina della prima edizione italiana de “La bambina silenziosa” (2006)
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Quando vuole, a buon diritto, può sempre fare il giallista di vaglia ed il grande romanziere. Padroneggia il genere con navigata noncuranza. Forse lo ama, magari lo odia, la verità è che può fare quello che vuole, del suo talento. Fedele al suo personaggio incomprensibile alla massa, rimessi i puntini sugli i, non si fece alcun problema a prendersi un altro lustro di pausa creativa. Prima di offrire alle stampe, nell’odierno 2011, il poetico, pedagogico e dolcissimo I figli dei guardiani di elefanti. L’avventura rocambolesca di tre giovanissimi fratelli e del loro cane quasi senziente, all’affannosa ricerca di una coppia di genitori scapestrati e distratti.

Questa è la carriera di Peter Hoeg. Parca di numeri e mai inflazionata dalla oppiacea e fasulla mondanità. Il suo curriculum è denso di contenuti ma soprattutto di atmosfere e di sensazioni ben oltre la parola scritta. Occupandoci di mistero, è però doveroso soffermarsi per qualche riga sul fenomeno rappresentato da Il senso di Smilla per la neve. Forse impossibile comprendere appieno le cause di un successo tanto clamoroso. Con ogni probabilità un’atmosfera ed una cultura ai limiti del comprensibile. Meglio ancora, lo spazio fisico grandioso scenario della vicenda, potrebbero essere una valida chiave di risposta all’annoso quesito. Per comprendere Hoeg ed ascoltare Smilla, bisogna accettare, subire e comprendere la natura. Tutto il resto è importante se non marginale. All’interno di una vicenda di pura indagine, di appagamento matematico, di spietata analisi dei confini della scienza e della società moderne, così come di esplorazione psicologica dell’universo infantile, due caratteri-personaggi prendono il deciso sopravvento, nella narrazione di Peter Hoeg. L’intelligente sensibilità di Smilla Jaspersen e quella della sua unica amica e confidente. La neve bruciante, il ghiaccio quasi perenne del profondo Nord. Per indagare, per svelare, per sentire quello che cerca, Smilla utilizza l’azione nei grandi spazi estremi e la sua conoscenza degli stessi. Mai come in questo romanzo e con 5 anni di anticipo sull’opera dell’islandese Arnaldur Indridason, uno scandinavo aveva utilizzato la dirompente forza delle latitudini estreme. Così come l’anima complessa e vibrante di popoli costretti a mutare sensibilità per sopravvivere ed adattarsi ad un ambiente fisico più forte di chiunque e di ogni altra cosa. Per conoscere, per sapere e per vivere, Smilla è costretta a leggere la forza della natura. Per risolvere un mistero e vendicare un torto perpetrato dalla civiltà artificiale nella quale è stata costretta in cattività, dovrà fare ritorno all’alba primordiale di noi stessi. Al cuore del nostro essere e divenire. La terra, l’acqua, il fuoco ed il ghiaccio. Dalle strade e dai commissariati di una crudele società organizzata, ad un percorso di indagine deduttiva e materiale agli albori del genere mistery. Seguendo le tracce inequivocabili di forze superiori ed indomabili dalla ridicola pochezza umana. La Groenlandia, il Polo Nord, la lunga notte artica. Scenari che non consentono compromesso alcuno ma costringono a fare i conti con l’umana necessità dell’agire. Per sentirsi ed essere, senza poter fuggire da se stessi più a lungo del necessario e dell’umano sostenibile. Smilla Jaspersen è una protagonista autentica. La prima grande figura femminile nel panorama nordico del genere. La sorella maggiore dell’eroina di Millennium. Lisbeth e Milla, l’una calata nell’inferno urbano dell’oggi, l’altra immersa anima e corpo nei paradisi degli albori geologici, vivono il tormento della vita nuda e cruda. Non quello originato dai dubbi amletici sulla stessa. Hanno conosciuto un’esistenza difficile, non hanno ricevuto amore, affetti ed attenzioni. Diverse in tutto ma rese simili dalle storie tese della vita. Esteriormente, presentano un solo tratto comune. Sono entrambe cultrici ed appassionate di matematica. Pur immerse nel caos violento e pericoloso che le circonda, sono in grado di ricondursi alla normalità grazie ad un ordine geometrico ed algebrico dell’esistere. Ma non si sono arrese alle difficoltà, perché sono delle combattenti indomite in quanto donne dai marcati tratti maschili. Donne del nord, simboli materiali di emancipazione dal maschilismo strisciante anche a quelle altitudini. Sono uomini a tutti gli effetti. Soprattutto per questo, io credo, i loro personaggi hanno bucato la scena. Si sono impossessati del palcoscenico. Smilla, di madre groenlandese e padre danese, rinasce tra il ghiaccio, l’altro grande protagonista del romanzo. Il cemento della città di Copenhagen è la sua prigione. La neve, il nulla, il tutto e l’infinita durezza della neve artica, la sua redenzione. Il suo unico anelito di respiro per essere come siamo nella dura realtà. Comparse in un gioco più grande di noi e dei nostri frivoli sogni terreni. Il mistero del successo di questa grande avventura, si annida nella marginalità della natura umana di fronte a forze primitive ben più significative dell’homo sapiens e delle sue risibili debolezze. Dalla carta alla celluloide si passa quasi sempre per merito di emozioni regalate al grande pubblico. Era impossibile che l’industria del divertimento non si accorgesse subito della bontà dell’opera. A trionfo editoriale ormai acquisito, una mega-produzione tedesca-danese-svedese, si mise in moto come una inarrestabile macchina da guerra. Budget enorme. Regista sulla cresta dell’onda. Il danese Bille August, due volte Palma d’Oro al festival di Cannes e vincitore di un Oscar come miglior film straniero. Cast di innegabile prestigio. Vanessa Redgrave, Richard Harris, Gabriel Byrne ed una bellissima Julia Ormond. Tutto perfetto e pianificato. Ma forse tutto un po’ troppo hollywoodiano per essere veramente Peter Hoeg. Comunque sia, nel 1997 il film riscosse a sua volta un lusinghiero successo di pubblico ed un consistente incasso finale.

Locandina originale del film « Il senso di Smilla per la neve » (1997)
Fonte dell’immagine:http://www.impawards.com

Il risultato non soddisfece appieno le fila del grande e freschissimo esercito pro-Smilla il quale si era nel frattempo andato serrando tra gli sfondi bluastri della banchisa groenlandese. La complessa particolarità del personaggio e la tipicità dei luoghi erano con ogni probabilità quasi impossibili da restituire nella loro potenza incontrollabile da qualsivoglia forza umana. Lo slancio di sensibilità filosofico ed ecologista del romanzo non poteva reggere l’impatto della celluloide e delle esigenze di botteghino. L’istinto quasi animalesco della protagonista, una mezzo-sangue inuit civilizzatasi con la pratica della glaciologia, non poteva che andare perduto nella piatta bidimensionalità della ripresa cinematografica dell’epoca. Il ghiaccio del cinema, non potrà mai essere quello della realtà e neppure quello di un documentario ben fatto. Un film discreto, è fuor di dubbio, ma carente di quella complessità, autentico mistero e crudezze interiori ed esteriori, patrimonio unico della sola pagina scritta. Milla era assai più di un bellissimo volto di un' attrice inglese troppo sofisticata. Troppo sudista per avere le credenziali adatte a trovare l’estro per calarsi negli istinti di una mezzo sangue eschimese, trapiantata suo malgrado in una opulenta metropoli contemporanea.

Julia Ormond e Daniel Byrne Interpreti della versione cinematografica de
“Il senso di Smilla per la neve” (1997)
Fonte dell’immagine:http://www.cinemasn.com

In questo particolare ambito di trasposizione, Millennium si è rivelato superiore nella resa finale. Con ogni probabilità, più facile da trasporre nella finzione della settima arte. Lisbeth Salander e Mikael Blomkvist sono cittadini purosangue, figli legittimi di una civiltà urbanizzata e spietata nelle sue miserande nefandezze. Giocare e scherzare con la preistoria dell’essere umano e con la durezza di una materia naturale vecchia di milioni di anni, è tutta un’altra cosa. Per questo, il romanzo di Peter Hoeg possiede ed avrà sempre la particolarità di essere unico e non riproducibile nella sua vera e più pura essenza. Un tentativo quasi perfettamente riuscito di regalare la natura alla carta ed alla fantasia. In quanto non facilmente replicabile, nella sua diversità di prospettiva offerta al lettore e nella tempistica dell’azione inserita nella pagina scritta. Se oggi le fila dell’esercito degli intellettuali scandinavi dediti al poliziesco, hanno scoperto ed hanno successo è anche grazie alle atmosfere sublimi delle aurore boreali e delle terre estreme. Lo devono in buona parte a questo audace esperimento di thriller selvaggio e primordiale. Il nome di Peter Hoeg resterà impresso a lungo negli occhi di tutti gli amanti delle forze della natura e della insignificante mediocrità delle umane miserie. Ora, in conclusione di questa lunga ed appassionata cavalcata a dorso di renna ed in punta di banchisa, non potremo esimerci dal guardare all’esaltante presente della Scandinavia in giallo. E’ giunta l’ora fatidica dei rampanti e talentuosi nipotini di Stieg Larsson.
I Caffè Culturali: "Qual è la situazione della letteratura poliziesca scandinava odierna?"
   
  La risposta tra qualche giorno in questo spazio.

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Informazioni su questa pagina
titolo: "I buoni e i cattivi"
data di pubblicazione:
11/06/2011

ultimo aggiornamento: 21/11/2011

codice di riferimento:
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autore:
INFOGESTIONE dipita
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