
NON
E' FACILE ESSERE ITALIANI

di
Fabio Lauri
"Io
sono un italiano, fra i pochi rimasti che nei confronti dell'Italia
s'ispirano all'adagio inglese: «Che abbia ragione o torto, sto col
mio Paese». Anch'io sto col mio paese quando ha torto, ma senza
pretendere che il suo torto sia considerato ragione". [Indro Montanelli
"Le Stanze, dialoghi con gli italiani", Rizzoli, 1998]
(23 settembre 1997)
Ci
siamo arrivati attaccati con lo sputo, alla grande parata dell’orgoglio.
Ma ci siamo arrivati ancora da italiani a pieno titolo.
Questi
150 anni di indipendenza non sono stati uno scherzo. Soprattutto
per noi che la libertà avevamo scordato cosa fosse per ben quattordici
secoli. E forse proprio per questo ancora oggi troviamo il modo
di perdere tempo discutendo l'annosa questione se l'Italia esista
oppure sia solo una chimera. Se sia opportuno ribadire più a noi
stessi che non agli altri che campiamo la vita sotto una bandiera
unica e riconosciuta.
Festeggiare
in pubblico, oppure interiorizzare nel silenzio più assoluto questo
grande orgoglio? Magari giocando al superenalotto o evadendo le
tasse anche in questo funesto 17 del mese di marzo?
Alla
terza ricorrenza sostanziosa per quello che vorrebbe considerarsi
un popolo, sentiamo il bisogno di discuterci, annoiarci, interrogarci
e litigare sui nostri panni sporchi. Siamo una famiglia complessa
noi figli di quella ex espressione geografica tanto cara al Principe
di Metternich.
Sospettosi
l'uno dell'altro e poco orgogliosi di chiunque ci circondi sventolando
il tricolore. Una fobia conclamata da bandiera e per tutto ciò che
profumi di identità nazionale, questo il tratto caratteriale che
ci rende unici nel panorama internazionale.
I
primi 50 anni li abbiamo festeggiati come dei ragazzini diventati
uomini grazie ad un filo di barba in controluce. Ci sentivamo pronti
per essere finalmente uomini liberi. Il bello della novità, potrebbe
obiettare qualcuno veramente italiano come si deve. Tanti sembravano
i fattori incerti e tutti da verificare nella vita vissuta.
Una
monarchia da saggiare con cautela. Furori colonialisti e tensioni
sociali da testare sul campo .
Il
compito non era certo facile. Non mancava però l'entusiasmo tipico
di quelli che ancora credono basti volere per ottenere. Oltre che
furbi, noi del Bel Pese qualche volta sappiamo anche essere ingenui
ed un po’ allocchi. Ci freghiamo da soli.
Ma
siccome qualche consistente traccia dei torridi slanci risorgimentali,
ancora pulsava nei nostri petti di ex servi dei vari potenti di
turno, le probabilità di farcela non erano tutte a nostro sfavore.
Però
la libertà e' una gran brutta bestia quando non vali un gran che
come soldato e padrone. Quando non sei abituato a stare a cassetta,
i cavalli possono prendere il sopravvento e farla da padroni.
Lasciati
soli a noi stessi, eravamo già in trepidante attesa di una divisione
in fazioni a noi consona più per genetica storica che non per slancio
passionale.
Non
si trattava più di essere papisti od antipapisti. C'era molto di
più e di molto peggio. L’esito della Prima Guerra Mondiale ci avrebbe
regalato il pretesto per tornare finalmente guelfi o ghibellini.
Non
aspettavamo altro da secoli. Un vero e proprio invito a nozze irresistibile.
Così
fu, che una vittoria militare sofferta ma inconfutabile, invece
di compattarci, ci divise e ci derise sotto l'inganno e l'artificio
di due bandiere dai colori funesti e mortalmente passionali. Rosso
e nero, la nostra maledizione. Rosso come sangue e nero come tenebra.
Senza sfumature ed arrangiamenti.
Dai
50 ai 100, la turbolenta storia del nostro continente ci vide soccombere
sotto il nero mantello della frustrazione piccolo borghese.
Proprio
quando avremmo avuto bisogno di vivere la nostra fresca maturità
con tranquillità e ritmi pacati. Fummo invece coinvolti nelle più
grandi tragedie della storia. Marciammo per un ventennio tronfi
e ridicoli, listati a lutto per sbornia machista. Contemporaneamente,
abboccammo senza colpo ferire ai falsi miti di un’utopia vermiglia.
Quasi increduli, ci ritrovammo con il sedere per terra e la bocca
sanguinante. Senza più occhi per piangere e con la pancia vuota.
Mezzo secolo folle e senza senso ci vide protagonisti indiscussi.
Lo vivemmo al disperato inseguimento di quelli che contavano, creando
guasti indimenticabili.
Lo
abbiamo cavalcato, purtroppo, senza quasi renderci conto di chi
fossimo diventati nel frattempo. Dei campioni della frustrazione
innanzi tutto.Ma quando tutto sembrava perduto solo per colpa nostra,
il sole tornò a sorgere sugli scugnizzi sgarrupati.
Non
saremo fatti per le guerre ma come si vince una battaglia a mani
nude lo abbiamo inventato noi. Il Balilla, vero o fasullo, era italiano
e non certo crucco o franzoso.
Siamo
tanto in gamba quando lo vogliamo che, all'alba del fatidico centenario,
il brutto anatroccolo senza famiglia e senza affetti, si trasformò
in una tigre ruggente.
Agile,
duttile, potente, geniale, istintiva, razionale, ricca di talento
e finalmente anche di argento in saccoccia. Dai diamanti, miracolo
italico, erano davvero nati campi di fiori a perdita d'occhio. Qualcuno,
ai piani alti, piano piano, si accorse anche di noi. Era il BOOM,
una grande detonazione che non era quella mussoliniana di cannoni
sfiatati e fasce ai polpacci. Oppure, quella altrettanto funesta
di una grande illusione costruita a colpi di falce e martello e
condita da migrazioni forzate verso la dolce Siberia.
Non
eravamo, mourinhamente parlando, solo dei pirla traditori. Indegni
custodi di ruderi millenari e di un passato dimentico di eserciti
veri e vittorie autentiche. Dopo la singolare resurrezione del rinascimento,
sembrava nuovamente tutto perduto prima di Calatafimi. Invece no.
Il genio si nutre di fango, il nostro elemento naturale. L'unico
stimolo che sappiamo sentire come nostro. La fame dei poveri. L'italiano
e' in grado di masticare anche i sassi e ricavarne proteine se necessario.
La
chiamarono ricostruzione e non più risorgimento. Non si parlava
più di poeti o romantici visionari a petto nudo e stampella da combattimento.
Meno sentimentalismo ma una salutare dose di pragmatismo capitalista.
Arrancavamo alle calcagna di piccoli, medi o addirittura grandi
imprenditori e ci piaceva. Taluni geniali, altri solo tenaci. Ma
quanto benessere hanno regalato ad un paese di straccioni analfabeti
camuffati oggi da pruriginosi salottieri con la verità rivelata
e l’indignazione ipocrita?
Constatammo
di non essere soltanto pittori di madonne e tagliatori di marmo.
Meno nobiltà di un tempo forse. Ma il nostro passo era tremendamente
efficace. L'espressione geografica dava a vedere di funzionare altrettanto
bene. Se non meglio, direbbero i miei rinati e risorti genitori
figli innocenti della lupa.
Non
per tutti e non allo stesso modo splendette il sole.
Però
eravamo diventati qualcuno. Ragazzi irresistibili, angeli dalla
faccia sporca. Se non da rispettare quantomeno da tenere in considerazione
nella grande competizione già in parte tendente al globale.
Poi,
sul più bello, accadde qualcosa. Noi vincenti e, se non stimati
almeno temuti per alcune significative qualità? Dura da credersi
e soprattutto da accettare. Meglio fermarci di colpo e tornare alla
velocità della luce ai tanto amati guelfi e ghibellini. Rossi e
neri, anni di piombo e lacrime di sangue. Buoni e cattivi alla Edoardo
Bennato. Non fosse mai detto. Italioti eravamo e tali dovevamo restare.
Arlecchino e Brighella reclamavano dazio e sberleffi. Non siamo
fatti per dominare e soffrire, come gli inglesi.
La
vittoria ci rende meschini. Fingemmo di essere socialisti e fummo
tanto presuntuosi da credere che senza uno o più padroni potessimo
essere come gli altri.
L'arroganza
non fece altro se non produrre quanto abbiamo oggi.
Un
Sultano godereccio e magnanimo, fiancheggiato da un finto nemico
sudaticcio sotto toga e colbacco siberiano. Questo e' quanto passa
l’odierno convento dello Stivale. Ma nonostante tutto l’autolesionismo
di cui siamo capaci, eccoci in vista della boa fatidica dei 150
anni di unità.
L'età
della consapevolezza e dell'accettazione del dato di fatto. Siamo
Italia e siamo ancora uniti e divisi come solo noi possiamo esserlo.
Più
neri nel viso, come profetizzava negli anni 70 Rino Gaetano. Ma
assai meno rossi nel cuore. Restiamo bravissimi nel tagliare vestiti,
cucire scarpe ed assemblare macchine veloci. In cucina non ci batte
ancora nessuno. Ma non c'e' molto altro purtroppo, anche se teniamo
la posizione e resistiamo come sempre in un immenso Fort Alamo quotidiano.
Adesso,
proprio in questi giorni, siamo ossessionati dal dovere di sembrare
e dimostrare di essere un popolo. Non lo siamo, sia ben chiaro.
Non potremo mai esserlo. Perchè ci manca il sentimento del sangue
e della spada. Un particolare che la maestria nel cucinare sughi
o cucire giacche non ci possono offrire. Ma siamo e restiamo inquilini
di questa penisola, nonostante una Lega nordista che, proprio perché
italiana, e' ridicola e grottesca non reclamando una vera indipendenza.
Nonostante un centro geografico fatto di realtà locali strepitose
ma anche di bassezze umane di cui e' lecito vergognarsi. E pure
grazie ad con un cosiddetto mezzogiorno che potrebbe essere ma è
purtroppo solo quello che dimostra.
Non
possiamo fare a meno di essere bellissimi e repellenti al tempo
stesso. Pagliacci con poca dignità. Talvolta eroici od encomiabili,
grazie al Cielo, ed e’ solo questo a salvarci un minimo di faccia.
Fenomeno
immigrazione e globalizzazione multiculturale, ecco un nuovo e succulento
dibattito per degli indefessi polemisti da strapazzo. Apriti cielo.
Da quasi 30 anni ne discutiamo sino a raggiungere un tasso di noia
assai prossimo a quello cantato da Franco Califano. Siamo razzisti?
Non siamo razzisti? L'Italia e' in grado di integrare masse consistenti
di ospiti?
Si
e no, come e' logico nel Bel Paese. Non siamo mai stati integrati,
neppure tra di noi. E come possiamo pretendere di assorbire o di
sentire come fratelli o connazionali qualcuno che avvertiamo minaccioso
più per istinto che non per raziocinio?
Eppure
molti si integrano e si integreranno in un futuro prossimo. Tantissimi
altri non potranno mai amalgamarsi, inutile vendere illusioni. Però
tutto questo non sarà un problema, per l'Italia. Chi e' bravo si
arrangia bene. Chi e' furbo galleggia. Gli altri sopravviveranno
o soccomberanno, come facciamo da sempre anche noi nativi. Possiamo
essere popolo nazione e stato solo a modo nostro. Se tentassimo
di essere più simili ai francesi, agli inglesi, ai tedeschi ed agli
spagnoli, andremmo incontro ad una catastrofe certa ed irrimediabile.
Siamo privi di vera e salutare ambizione.
Ecco
quindi perchè ogni giorno, devo assistere ad una penosa e finta
polemica sulla necessità di celebrare o meno una festa nazionale.
Solo noi possiamo raggiungere simili livelli di idiozia autolesionista.
Noi siamo artigiani e non capitalisti. Manipolo e non tribù. Fanfaroni
melliflui e fracassoni. Senza autostima per qualità invece formidabili.
Contradaioli
sospettosi di un nemico che non esiste. L’Homo Italicus ama le figuracce
pubbliche e reiterate nel tempo.
Personalmente
non sono orgoglioso di essere italiano ma non sono neppure vergognoso
di leggerlo sul passaporto. Non credo all'italianità in quanto comune
sentire. Al tempo stesso, possiedo un DNA tutto particolare e plasmato
da un retroterra antropologico ben preciso ed in gran parte unico.
Non ho mai vinto una guerra se non quella risicata del 15-18. Non
posso ripercorrere i fasti di imperi recenti sulla carta geografica,
perchè sono sempre stato servo o valletto di qualche straniero più
cattivo di me. Non mi posso specchiare in una faccia comune, in
qualche tratto somatico che mi renda riconoscibile quasi all'istante.
Potrei essere greco così come turco, libanese o albanese. Anche
spagnolo o portoghese. Però siccome abito in Italia, sono italiano.
Anzi, Super-Italiano. In quanto mi godo il bello ed il buono del
mio paese e rinnego il marcio che lo impregna dovunque. Sanno di
me in quanto italiano, proprio perchè indosso dei bei vestiti, ho
inventato la pizza, posso visitare Maranello quando voglio e nessuno
mi può impedire di andare al mare od in montagna in luoghi che sono
favolosi ed invidiati.
So
anche di essere considerato inaffidabile, triplogiochista, papista,
sentimentale e persino melenso profittatore. Dimenticavo: anche
lacrimoso suonatore di mandolino. Ma posso fregiarmi senza tema
di smentita anche dei titoli di mafioso e camorrista, come faccio
a negarlo? Non mi piace ma lo sono. Per il mondo intero. Conta ciò
che gli altri pensano, non chi io sia veramente. Ma tutto questo
svantaggio iniziale non mi può e non mi deve impedire di essere
italiano, a modo mio. So di non abitare in una vera democrazia moderna,
quella che ex camerati, ex compagni e preti o frati non possono
darmi neanche se lo volessero per davvero.
Io
sono un italiano fiero di ispirarsi all'adagio inglese adottato
da Indro Montanelli. Che abbia ragione o torto, sto con il mio Paese.
E quando ha torto non mi dimetto da italiano, perchè e' giusto che
il torto non sia considerato ragione.
Se
esiste qualcuno in grado di convivere e di sbandierare i propri
difetti, quelli siamo proprio noi. E' un dono, quasi una missione
impossibile. Quindi perchè non sacrificarsi se gli altri non sono
all'altezza? Non e' facile essere italiani nonostante l'Italia.
Il
17 marzo 2011, cari ragazzi compatrioti senza attributi, sarà festa
nazionale per tutti quanti. Nonostante i leghisti turgidi, i nostalgici
del balcone e gli orfani di Mosca. La Confindustria pseudo-nipponica,
i terroni neoborbonici, Roma ladrona, papi e papesse. Io sventolerò
il tricolore, codardi. Voi che cosa farete e dove sarete?
Cordialmente
Fabio
Lauri