La
società della parola: il peggiore dei mondi possibili 
di
Fabio
Lauri
Mi
unisco con sincera convinzione alla illuminante affermazione
di Gian Stefano Mandrino: "la società non esiste". E la
trovo tanto più vera ed inconfutabile se la paragono alle
nefande conseguenze del quotidiano operare della specie
umana Homo Sapiens. Se mi guardo intorno, oltre che allo
specchio, stento a credere che dei bipedi parlanti come
noi, possano essere "la meraviglia del creato". Fatti ad
immagine e somiglianza di un'eventuale spirito superiore
o supremo. Però capisco anche perchè abbiano inventato il
Malox e la Citrosodina. A mali estremi, estremi rimedi.
Se
poi, catastrofe delle catastrofi, si pretende come purtroppo
accade, di unire a società l'infido sostantivo "parola",
allora il mio sgomento si trasforma in paura bella e buona.
Dulcis in fundo, ciliegina sulla torta dello sconforto,
da quando si usano senza freni espresssioni del tipo "società
della parola" e "società dell'immagine", il mio fegato
comincia a gemere e singhiozzare. Non solo, mi permetto
di dire assai di più. Immagine e parola, nell'odierna pseudo-società
della disperazione e della depressione frustrata, io sono
costretto a vederli quali pericolosi sinonimi.
E'
un problema mio, è ovvio, questa paura un po' fobica per
il termine suddetto. Vorrei tanto che ci fosse, una benedetta
società. Ma nell'accezione dell'unione collaborativa tra
gli individui. Non in quella dittatoriale di un'esistenza
terrena senza libertà di pensiero ed espressione. Fisica
e morale, soprattutto.
La
quale società, quasi d'istinto, non ho potuto fare a meno
di collegare alle parole "massa", "democrazia" e "partecipazione".
Figlio dei primi anni sessanta, sono cresciuto tra l'incudine
dello scampato periclo delle dittature naziste e fasciste
ed il martello ancora saldamente brandito e minaccioso di
quelle socialiste-comuniste-popolari. Non sempre i miei
sonni sono stati tranquilli e rassicuranti.
Pur
vivendo e crescendo in un mondo di gran lunga migliore,
la sopra citata, per il sottoscritto, è sempre stata un
animale feroce da domare e chiudere in una riserva. Ben
guardata a vista da quel guardiano di nome "individuo",
al quale io ho sempre preferito fare riferimento. L'individuo
può essere pericoloso o malvagio, non sarò certo io a negarlo.
Ma la società, che sia di massa, della parola, dell'immagine
o pensante, non lascia scampo alla libertà. Non concede
tregua ai sentimenti. Non lascia spazio alcuno agli istinti
positivi. Mortifica l'individuo singolo per affossare del
tutto le energie positive della collettività.
Quando
infine, la società abbatte ogni ostacolo con l'uso impositivo
della parola quale strumento oppiaceo di manipolazione dei
cervelli e dei costumi, in quel caso allora, io mi rifugio
in un abuso smodato dell'unica arma del mio personalissimo
arsenale, ancora carica e ben oliata. Ego. Ego. Ed ancora
Ego.
Un
antidoto portentoso. Una panacea a tutti i mali generati
proprio da questa società che non ci vuole "liberi" e "sociali".
Che non desidera vederci quali parti indipendenti del tutto,
bensì come tasselli del mosaico o tessere del domino massificato
e parolaio.
Per
fortuna con il tempo e l'isolamento cercato e goduto, anche
se tardi, ho scoperto l'esistenza di una società "individualmente
partecipativa". Si chiamava socialdemocrazia. Saperla, qui
tra di noi, da qualche parte esistente per qualcun altro
anche se lontano da me medesimo, mi diede modo di sopportare
meglio la mia situazione. Quella di uomo sandwich, masticato
dai falsi miti della comunità e digerito (rumorosamente)
dallo stomaco di quella famosa incantatrice capace di nutrirsi
di inganno, sopruso ed ipocrisia.
Nella
mia socialdemocrazia, appena intravista ma comunque sia
avvertita con l'istinto della ragione, il singolo contribuisce
alle dinamiche del gruppo per due semplicissime ma fondamentali
ragioni. Poter vivere da "uomo" facendo tutto ciò che più
gli aggradi. E, particolare non meno importante del primo,
disporre del proprio tempo e delle proprie capacità per
rendere migliore la vita anche di tutti gli altri.
Purtroppo
però, la società che io temo e dalla quale fuggo, ha il
dominio della parola ed il monopolio dell'immagine. Non
colgo ambiti di speranza, non intravedo vie di uscita da
una situazione che a me pare "socialmente" compromessa.
Per sempre.
Da
quando ho letto che l'Antropologia Biologica ha stabilito
che noi "uomini" dovremmo possedere il 98% del patrimonio
degli scimpanzè in base al DNA...ho provato un'infinità
pietà per l'universo delle scimmie.
Nella
mia saputella ignoranza, avevo sempre sperato che noi "sapientes"
fossimo i peggiori. Però unici...la cara e vecchia Cita
di Tarzan, non meritava anche questo.