Il
"perché" ed il "percome" 
di
Gian
Stefano Mandrino
Le
porto con me fin dai tempi dell'università e, più
precisamente, dalle lezioni di matematica di un docente
che ricordo come se fosse oggi. Con un ginocchio sulla cattedra,
dal gesticolare a metà tra quello di Fantozzi e quello
di un maturo e consapevole "bravo ragazzo", i
suoi occhi tradivano voglie
di libertà represse, che ormai compulsive, sfuggivano
a quel controllo, che il grigiore dei capelli avrebbe preteso.
Vi
sono persone che sembra abbiano scopi ben precisi nella
nostra esistenza, non tanto per la loro qualifica o per
il loro ruolo sociale, ma, come in questo caso, per due
parole. Di tutte le relazioni ed i teoremi di quegli anni,
collego a quell'uomo, così buffo per recitare nel
ruolo di un Cacciopoli perduto e sicuramente troppo puro
per certi ambienti, quella scena e quelle uniche due parole:
il "perché" ed il "percome".
Quel
fatidico giorno, il caro e buon professore, da quella sua
"non accademica postura" mi avrebbe impartito
la lezione che segnerà il mio povero mestiere "di
chi si chiede".
"Cari
ragazzi, qui all'università spieghiamo i perché
delle cose. Durante la vostra scolarizzazione, invece, vi
hanno sempre illustrato i percome".
Non
so se il liceo, che avevo frequentato, sia stato in linea
con l'esposto principio, ma trovai l'esternazione illuminante.
Iniziare ad applicare quanto ascoltato ovunque.
Cose,
situazioni, legami mi apparivano come diversi, mai conosciuti.
Provai la stessa situazione che avevo avvertito da adolescente,
quando o si è allineati o si procede in modo "ostinato
e contrario".
Notai
come molti fossero più interessanti a come si eseguissero
lavori ed operazioni, al come comportarsi, al come si dovesse
dire, che non alle relative ragioni d'essere. Ancora oggi,
per esempio, i riferimenti al "Galateo" mi appaiono
come i più fulgidi esempi della "demenza percomiana".
"Eh no, mio caro ti sbagli, deve entrare prima l'uomo
in un locale, non la donna". Perché? "Strano",
riflettevo tra me, "nel quasi duemila, in pieno centro
di Torino, durante lo struscio del sabato pomeriggio, non
mi sembra di avvertire pericoli da taverna in odor di "cappa
e spada". L'elenco dei "percome" separati
dai fratelli "perché" ho scoperto essere
lunghissimo: dalla politica alla religione, dall'istruzione
al mondo del lavoro, dalle scelte di vita e quelle di carriera.
Cugino dei "percome" è una certa locuzione:
"si era sempre fatto così", espressione
tombale, atta a rintuzzare ogni velleità evolutiva.
Ancora
qualche esempio. Come, o meglio, "percome" comunicare
lo sanno tutti coloro che hanno l'opponibilità del
pollice sviluppata. Basta un telefonino ed il gioco è
fatto. Non avere un cellulare, oggi, (interessante ed eloquente
notare come un apparecchio per comunicare in libertà
sia espresso dallo stesso lemma con cui vengono identificati
i mezzi per il trasporto dei carcerati) è come non
aver fatto il servizio di leva ai tempi di mio nonno: "non
si andava bene né per il re né per la regina".
E se ci chiedessimo "perché"?. Perché
dovrei aggiungere affanno su affanno?. Perché se
ho problemi a fare una cosa alla volta, ne devo fare due
contemporaneamente? Perché mentre ci dicono di osservare
i limiti di velocità si comprano auto che suonano
come un insulto alla legalità. Perché se porto
la cravatta mi chiamano dottore e credono quasi ad ogni
mia fesseria proferita, mentre se indosso "comodosi"
jeans, divento uno da poco "che è meglio tenersi
la borsetta , perché di questi tempi non si sa mai"?
Perché esistono uomini da molto ed altri da niente?
Perché devo scegliere sempre la strada più
veloce. Perché devo andare in vacanza quando ci vanno
tutti e se voglio andare al mare a novembre mi sento "scomodo"?
Perché se devo acquistare una colla, mi fanno vedere
donne sempre meno vestite, mentre se dico che ho voglia
di fare del sesso, mi additano come maniaco?
Di
una cosa sono certo: tra tutti quei palloni gonfiati, tra
quelli carichi di medaglie e di titoli, tra quegli "yes-man",
tra quelli che sguazzano nel torbido, tra quelli che sono
di sinistra per invidia e per pigrizia e che sono di destra
per un posto al sole, tra quelli che "tanto so tutto
io", tra quelli che "sono tutti uguali e se ti
possono ti fregano", tra quelli che "lo faccio
vedere al mio commercialista", ma evadano il fisco,
tra quelli che "ti amo da morire e non capisci quanto,
perché sei uno stupido uomo privo di sentimenti,
ma visto che sei pure idealista, non tieni un quattrino
ed è troppo faticoso morire di stenti, ti lascio,
ma sto male...da morire", tra tutti quelli che mi guardano
dall'alto al basso e che pretenderebbero di dirmi come e
"percome" devo esistere, non ho mai, mai e poi
mai trovato nessuno che sapesse spiegarmi e dimostrarmi
cosa fosse la vita.
Ho
solo incontrato qualcuno pieno di dubbi, di quei sensati
"perché" al contrario. Pensateci: noi usiamo
la parola "perché", per chiedere e spiegare,
come epifania di un qualcosa inespresso ma in potenza, che
desideriamo sia svelato per far si che esista e noi in esso.
Perché
ci condanniamo ad usare i "percome" come se dovessimo
esclusivamente assemblare i momenti di una vita, al pari
di un gioco di costruzioni, cercando di indovinare gli incastri
di un'esistenza che, non combinandosi quasi mai, alla fine
non convince?
Perché?