I
due cavalli e l'auriga 
di
Gian
Stefano Mandrino
Vi
sono parole che si incontrano e che lasciano un segno, un'eco
che ci accompagna e ci sorprende, riportando, sovente, il
nostro pensiero su aspetti che non riusciamo a risolvere
e che d'improvviso appaiono posti nella loro adatta collocazione,
così da poter proseguire quel viaggio, che si fa
parallelo e compagno nei momenti in cui la quotidianità
allenta la presa, la cui strada ci sembra mai percorsa con
sufficiente consapevolezza.
Tempo
fa , leggendo un testo del filosofo Luciano De Crescenzo,
mi imbattei in due parole: "invidia" ed "egoismo".
medievale l'una, ottocentesca l'altra, erano considerate
motori insostituibili del nostro esistere.
Non
ho mai archiviato questa felice osservazione. Di tanto in
tanto queste parole facevano capolino nei miei pensieri,
ora osservando comportamenti altrui ora i miei. All'inizio,
data la loro connotazione nefasta, le allontanavo, le fuggivo,
erinni foriere di demoniache trame. Poi, forse, poi per
abitudine, forse perché stanco di questo rincorrersi
insensato, mi decisi di incontrarle, di osservarle da vicino,
di capirle.
Un
bel giorno non le portai più fuori dalle mura della
mie mente, le lasciai gironzolare liberamente e capii quanto
dipendessero l'una dall'altra e quanto io fossi spacciato
senza di loro. Improvvisamente realizzai come non potessi
sopravvivere senza imitare le strategie altrui, e come il
mio stesso dover esistere fosse un richiamo ben più
forte della mia volontà. Se non fossi stato egoista,
non avrei potuto continuare la mia esistenza. L'unica strategia
era copiare ciò che erano e facevano gli altri, a
tal puto da desiderare, come unico fine della mia vita,
ciò che essi avevano ed erano.
Questi
due cavalli, che di peccaminoso ho scoperto avere proprio
nulla, trascinavano il mio carro di auriga, se non bendata,
abbastanza miope, da non essersi mai accorta che viveva
grazie a loro. Stranezze dell'esistenza: cercare di essere
savio, di condurre un'esistenza degna di non so cosa, grazie
a due demoni, l'uno dei quali, addirittura considerato peccato
capitale.
Capii
così che, a parte quanto sotto gli impulsi diretti
dell'ipotalamo, le espressioni complesse anche di detti
istinti nonché degli altri comportamenti seguivano
i solchi tracciati da tali vocaboli.
Risultato
di un atto d'egoismo, io, senza prole, sento l'invidia causata
da questo mancato soddisfacimento del mio egoismo. Senza
tali pungoli che senso avrebbe procreare? Quelle signore
che sbirciano le rotondità celate o esibite di femmine
appagate dal dovere compiuto sanno bene cosa io stia intendendo.
L'elenco sarebbe lungo di cose e di atti di tutta una vita,
epifanie costanti di due parole che segnano l'evoluzione
del nostro genere, così pregno degli umori dei suoi
componenti, da non cercare altro che perpetrar se stesso.
In
itinere intellegere.