Crocifisso
di
Gian
Stefano Mandrino
Il
termine "icona", dal greco "eikon", indica,
tra i vari significati, l'immagine e la rappresentazione di aspetti
religiosi o filosofici.
Ho
letto qualche giorno fa della conclusione a cui è giunta
la Corte Europea circa l'esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche.
Chi
ha scritto ciò che state leggendo è certamente l'ultimo
tra gli ultimi, ma non si è ancora abituato all'ipocrisia
ed alla banalità coltivata ad arte per umiliare gli individui
ed in particolare noi minimi. Se
fossi il Pontefice disporrei, innanzi tutto, che ogni croce riprodotta
a fini didascalico - pastorali fosse liberata dall'Incarnato sofferente
e che tale icona si presentasse solo come l'incastro di due assi
tra loro normali, libero da ogni traccia di sofferenza. Vedete,
cari Lettori, il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, di mia Nonna,
di mia Madre (Colei che mi ha parlato di Cristo per prima e, soprattutto,
di cui ho visto opere e vita) e mio non è più inchiodato:
è risorto. Io credo a questa rivelazione e credo con tutta
la mia intenzione che Egli sia vivo e che non mi abbandonerà
mai, perché io abbia la vita, quella vera ed in abbondanza.
Il mio Dio è un pastore che piuttosto che perdermi, poiché
affidato al Figlio (l'ex inchiodato) direttamente dal Padre, lascia
tutte le altre pecore nell'ovile per cercarmi e sacrifica anche
la Sua vita per farmi trovare il coraggio di affrontare questa esistenza,
superare la morte e raggiugere quell'abbondanza esistenziale promessa.
Perché
credo a questa storiella? Perché come mia Nonna e mia Mamma
provo verso un Dio così un sentimento di gratitudine, come
fossi un cane abbandonato, sotto il sole di una aia polverosa di
luglio, dissetato e liberato da una catena troppo corta. Percepisco
per Lui sentimenti come di padre, di madre, di amante, di amico,
di fratello, di sorella, di innamorato. Egli sa che quello che tutti
chiamano "peccato" è l'incespicare di un bimbo
che è tutto preso dall'andare incontro alla vita, tendendole
le mani. Cari
Lettori la fede, cioè la cosa che io provo per Dio, non è
un Suo dono, ma un Suo sentimento. Il dono, anche il più
disinteressato, prevede sì gratuità, ma anche una
relazione tra due parti, un formalismo che, comunque, sottintende
una reciprocità, un vincolo, anche se labile. Quante volte,
soprattutto da ragazzino, mi sono innamorato di donne, che non conoscevo
e che non ho mai conosciuto, solo per averle viste: è stato
sempre bellissimo, anche se mai ricambiato. Era come se l'importante
fosse provare tale emozione e, per questa, sentirsi benevolo e grato
a loro di poter percepire in me la vita che brillava.
Da
carne ho conosciuto la bontà di un sentimento da fanciullo
e nel corso di questa mia immutata esistenza sto scoprendo, da spirito,
che ciò è rivelazione di quell'Entità, che è
colma di quella vita che io desidero, che già è, ma
non ancora. Perdonate,
cari Lettori, il farneticare di un povero visionario, ma tutto questo
parlare di crocifissi nelle aule mi ricorda la croce più grande
con cui è stato insidiato il mio Dio, quando era ancora sulla
terra: l'ipocrisia di chi in questa valle di lacrime ci soggiorna
così bene e con grande gusto da essere cieco ed impermeabile
a ciò che non sia di interesse per se stesso. Non so se possa
osare a definirmi cristiano oppure debba bollarmi come blasbemo, ma
non ho bisogno di guardare un muro per sapere che ogni giorno soffro.
Ho, invece, la continua necessità di vedere icone di carne
e vita, che mi ricordino di non abbattermi, poiché tutto cambierà,
e che, per ottenere ciò, la cosa migliore è fare in
modo di aiutare altri a non soccombere alle loro tribolazioni, perché
malgrado me, i teologi ed i politici "Dolce è capire che
non sono più solo".
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