Cannocchiale?
di
Gian
Stefano Mandrino
Cannocchiale.
Forse non ho mai spiegato perché mai questa sezione si intitoli
così. Il cannocchiale è uno strumento ottico, che
come tutti sanno permette l'osservazione di oggetti lontani facendoceli
apparire più vicini. E' uno strumento raffinato, che non
impegna. Etimologicamente nato nel secolo XVII, discreto, dà
all'utilizzatore un certo distacco da fatti e circostanze, un'aria
assorta, ma al contempo assente, come di chi sia altrove, almeno
in ispirito. Permette, per esempio, stando tra la folla di udire
tutto ciò che si proferisce nell'intorno, senza darne evidenza,
favorendo, al tempo stesso, l'intromissione in fatti altrui, anche
a notevole distanza.
Per quelli come me, feccia dell'universo creato, è utile
mezzo di indagine: consente, a titolo di esempio, atteggiamenti
quali denunce di oscenità e nefandezze, mentre ci si delizia
con gli ingrandimenti delle virtù delle dame altrui. Favorisce,
altresì, l'amata condizione di chi è occupato, terribilmente
occupato, in cose così importanti da non fare caso a ciò
che altri mortali dicono, registrando, invece, con le orecchie temporaneamente
libere, tutto ciò che un giorno potrebbe essere barattato,
venduto, scambiato o mezzo di ricatto, per eventuali occasioni di
miglioramento di vita.
Però a pensarci bene ciò che vedo e che sento, con
un occhio chiuso e l'altro sulla sede oculare del mio strumento,
mi insinua il dubbio di non essere il solo ad essere otticamente
emancipato. Tra un "sampietrino" ed un nauseabondo dibattito
televisivo colgo il vezzo di una abitudine mai dismessa: il guardare
altrove e l'ascoltare cose mai più elevate di una calunnia
bisbigliata. Vedere ed ascoltare ciò che veramente accade
attorno a noi con noi stessi parte del campo visivo, senza ausilii
più o meno ottici o più o meno elettronici, non ci
riesce proprio. Non parlo solo di me. Parlo di chi, certamente migliore
di me, si lamentata incessantemente di tutto e per tutto, sempre
con il cannocchiale della fretta armato e l'orecchio della maldicenza
e dell'invidia attivo.
L'altro giorno ho confessato ad un uomo senegalese che, malgrado
il mio travestimento da "manager" rampante, attuato con
vestito ventennale completo di cravatta, non potevo comprare la
sua merce perché non avevo né soldi né voglia
di alimentare situazioni, che non sono soluzioni per nessuno. Sono
stato subito scaricato ed ignorato, quasi allontanato dalla sua
esposizione, mentre anche lui imbracciava il suo cannocchiale.
Qualcuno, indispettito, reclamerà che si stia facendo di
tutta l'erba un fascio: caro lettore spero anch'io che questa sia
una mia esagerazione, ma purtroppo trova troppi riscontri per essere
tale.
Proviamo a toglierci il cannocchiale ed a fare caso, con onesta
attenzione, astenendoci da quella perniciosa attitudine dell'opportunità
della situazione, a ciò che ci sta attorno, iniziando da
noi. Guardiamo con ciò che abbiamo ricevuto da madre natura
ed ascoltiamo chi ci parla. Onoriamo con l'ascolto le parole, ci
regaleranno la comprensione e con essa il senso della nostra vita,
quello vero, quello nudo, quello diverso per ognuno di noi e troppe
volte nascosto per pudore.
Sono stanco di spiegare il mio mestiere a gente dalla spessa ignoranza
che, non comprendendo dove siano gli aspetti truffaldini o conniventi
del mio lavoro, non intende capire altro. Sono stanco di gente che
si maschera perché non ha il coraggio di fare vere rivoluzioni,
quelle che partono dall'intimo di ognuno di noi. Sono stanco di
persone più invidiose che umane, che si atteggiano a salvatori
del mondo. Sono stanco di chi oggi rompe e spranga e tra qualche
decennio sarà "conformemente" inserito in un altro
nuovo sistema, che rovinerà il mondo.
"Daltonici, presbiti, mendicandi di vista", così
cominciava "Un ottico" del poeta De André, è
tempo di vedere e di ascoltare veramente, noi stessi.
Io torno al mio strumento, pacificamente, da bravo ipocrita del
buon pensiero ad osservare. Viva Lippershey, viva Galilei!"