Un
sito di parole per le parole
di
Brunella Pernigotti
Da alcuni anni siamo invasi dagli schermi. Schermi al plasma, ultra sottili, a definizione suprema, schermi televisivi, dei cellulari o dei computer hanno catturato i nostri occhi in una specie di ipnosi collettiva, per cui tutti guardano, senza ormai vedere più nulla. Infatti, non vediamo più la miseria quotidiana del nostro vicino, la crudeltà di certi atti che si perpetrano ogni giorno e che gli schermi ci vomitano fuori tradotti in immagini mute, con scadenza giornaliera.
Nell'era della comunicazione globale, non comunichiamo più! Non sappiamo più descrivere con le parole, scegliendole tra quelle più nostre, i nostri stati d'animo e i nostri sentimenti.
Dagli schermi fuoriescono solo poveri balbettii, composti quasi sempre da una sequela di parolacce, perché più nessuno è capace a scavare in se stesso ed a spiegare che cosa succede nel proprio cuore. Anzi, le parole sono il nuovo tabù: esprimersi equivale ad aprirsi e ciò è nocivo, ormai, come se valesse per tutti la frase: "Attento! Quello che dirai sarà usato contro di te".
Sono passati circa 40 mila anni da quando l'uomo ha incominciato ad articolare le prime parole ed ora parrebbe che la capacità di organizzare il pensiero, prima ancora del discorso, non sia più un'abilità riconosciuta e ricercata.
Il linguaggio, che da sempre ha caratterizzato un popolo, riflettendone il carattere e il modo di agire, ora pare essere relegato al ruolo servile e secondario di veicolo di immagini, appiattito ed omologato all'infimo livello. I giovani lo usano in modo strumentale, per esprimere l'appartenenza ad un determinato gruppo, stravolgendone i significati e i significanti. I meno giovani lo usano solo per esprimere esigenze primarie, ma, ovunque, non si fa che ripetere: non si comunica più.
Le famiglie, semplici, allargate, conviventi, non comunicano; la scuola, indifferente, non comunica; le istituzioni, lontane, non comunicano. Il nostro sito è allora un tentativo di tornare ad usare il linguaggio per comunicare, per esprimere l'esigenza di essere partecipi della vita della collettività cui si appartiene, tenendo soprattutto conto di tutte quelle informazioni culturali che ci facciano sentire collegati al mondo in cui viviamo.
Dal villaggio primitivo, in cui le notizie venivano comunicate tramite il "passa parola" e riguardavano l'ambito interno ad un limitato confine, siamo giunti al villaggio globale, ove, in tempo reale, possiamo essere informati di ciò che accade agli antipodi.
Ma che cos'è che determina l'aspetto culturale e sociale della comunicazione, se non il desiderio di uno scambio di vedute, o il tentativo di non rimanere indifferente a ciò che ci circonda?
La lingua italiana è uno strumento prezioso, ricco di storia e di tradizioni, allora riappropriamocene! Torniamo a guardare con orgoglio alla complessità di una lingua che vanta origini nobili e che ancora oggi è simbolo di "eloquentia" e di democrazia! Nulla come il nostro congiuntivo, ormai denigrato e tartassato, ne può rappresentare una prova: basti pensare all'affermazione "Penso che sia giusto". Non lascia forse più spazio alla discussione e allo scambio di vedute, rispetto al più perentorio, nonché più errato: "Penso che è giusto"?
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