Tavolino riservato a Angela Varricchio

       


Angela Varrichio
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Nome:

Angela

Cognome:

Varricchio

Data di nascita: 22/08/1979
Nazionalità:

Italiana

Sito web o collegamenti inerenti l'ospite:

www.angelavarricchio.it

"E mail": angela.varricchio@gmail.com
Interessi:  
Note di presentazione: Angela Varricchio nasce a Benevento nel 1979.
Nel 2003, si laurea alla Facoltà di Lettere e Filosofia, Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione, all'Università degli Studi di Salerno, con una tesi in Poetica e Retorica dal titolo: “La persuasione del corpo fotografico. Analisi di campagne sociali di Unhcr, Amnesty International, Unicef, Fao”.
Nel 2005, frequenta il Master in Fotogiornalismo presso l' I.S. F.C.I. di Roma, diretto dal reporter Dario Coletti e dalla photoeditor Manuela Fugenzi, dove frequenta workshops con Antoine D'Agata, Francesco Zizola, Letizia Battaglia, Angelo Turetta, Parick Zachmann.
Dal 2007, lavora come free-lance.
Nel 2007, vince il premio nazionale “Ascanio Raffaele Ciriello”; sia nel 2008 che nel 2009, all'Orvieto Fotografia Professional Photography Awards, riceve il Bronze Award nella sezione “Fotografia Reportage”.
Nel 2009, al Premio Fotografico 2009 organizzato da Tau Visual, riceve una Menzione d’Onore per la categoria fotografica “Fotografia Viaggio ed Etnica".
Nel 2010, è selezionata per la webgallery del Concorso National Geographic Italia.
Nel 2011, espone al L@p Asilo 31, Benevento, un lavoro sugli immigrati nei Centri di Accoglienza del Sannio.
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L'intervista all'autore
I Caffè Culturali: "Chi è Angela Varrichio?".

Angela Varrichio:

"Stanze universitarie, intellettualismo grigio e lento, immobilismo,
senso di isolamento. Piccolo centro, palude stagnante. Asma. Asfissia.
Fascinazione per il freak, dal rossetto rosso fuoco della carnevalesca
pluriottantenne al cappotto azzurro carta da zucchero dello slavato
timorato di Dio. Comincia a sollevarsi la polvere della F2 del ’74 dai
ripiani di una vecchia libreria in legno. L’argentea ferraglia della
scatoletta trasuda avventura, imprevisto, action. Sconosciuto odore di
libertà. Il bisogno di toccare la pelle fredda della ferraglia,
girando inutilmente ghiere e molettes, per sentire se si è ancora
vivi. Osservare la realtà in un mirino equivale a scandagliare terre
mai battute, a setacciare la polvere del proprio mondo. A guardare la
luna attraverso il suo riflesso. Mettere a fuoco è dare fuoco
all’inutile vuoto di paesaggi di cartongesso. Alzare il velo della
carne sul sangue del cosmo. Vedere è teorizzare. Vagabondaggio
inquieto e frenetico alla ricerca della Luce. Quella interiore, che
acceca la retina e svela l’”occhio invisibile”. La fotografia come
“copia” del reale quanto è “reale”? Strumento di ricerca interiore. Di
intuizione di un’ aurea. Presenza - assenza".
I Caffè Culturali: "Perché proprio la fotografia?".
Angela Varrichio: "La pittura è rappresentazione fissa. Il cinema è rappresentazione in movimento. Che siano statiche o dinamiche, sono entrambe rappresentazioni. Non il paesaggio, ma il disegno del paesaggio. Astrazione del reale, non il reale. La fotografia no. E’ traccia, segno del reale che ha sostato nella “camera obscura” e ha lasciato un’ impronta. La fotografia è un graffio del Vero sulla materia artistica, la pittura ed il cinema un velo che aleggiano su di essa, senza mai toccarla. Presunzione del reale, usata talvolta in maniera arrogante per creare altra Realtà. Ma anche limbo all’interno del quale il gioco di specchi svela presenze.
La fotografia è doppio. E il doppio incute paura. Gli specchi vengono coperti nelle stanze dove sosta il defunto. Per paura che trascini i vivi nell’Aldilà. La copia dell’Aldiqua diventa nuovo Aldilà. Perché il doppio del reale è un altro Reale. Disorienta e terrorizza perché mantiene l’aurea di realtà, ma senza la consistenza materiale. L’intangibilità spaventa, perché sfugge al controllo. E, quindi, genera mostri. Le bamboline voodoo in cui si infilzano gli spilloni sono di stoffa. Ma prima o poi, diventeranno di carne.
La fotografia è presenza. Amo con cui catturare l’aurea. Che rimane impigliata, sprigionandosi dalla carta. Tra i primi usi della fotografia, la commemorazione funebre. La foto ricordo, da stele funeraria. Come il soffio vitale permane per poco nel corpo del defunto, così l’aurea del reale permane nella foto. Ma anche come strumento di rilevazione di presenze sovrannaturali in fenomeni razionalmente inspiegabili: ufo, poltergeist, mostri marini.
La fotografia è fissità. Spazio- temporale. Coagulo. E costringe a sostare. Se si fende l’aria, poco male. Se si fende un corpo, lo si ferisce. L’occhio indagatore gira e scandaglia. E penetra. La fotografia è bidimensionale, ma costringe alla tridimensionalità. Di qualsiasi natura o tipo. Perla rara nella freneticità dei ritmi moderni. O scheggia impazzita fuori controllo. Saltata fuori, spinge indietro nello spazio fisico e mentale, scaraventa fino un bivio emotivo: avanti o indietro, non c’è scelta.
La fotografia come speculum e strumento di autoanalisi. Guardarsi è estraniarsi. Punto di vista al di fuori di sé, quasi divino: ti rende oggetto, ti estranea/esterna. Guardare il flusso del proprio inconscio ottico attraverso i negativi è fare a fette il flusso di interesse verso la realtà. Scandire il movimento del proprio oggetto di piacere o desiderio. Seduta psicanalitica.
La fotografia è cosmogonia. Le forme del reale possono essere riempite da simbolismi. Il senso si lega alle forme come l’edera al braccio.
Bacio avvelenato di tempo e spazio. Di cui senti il bisogno imprescindibile e il dolore del distacco. Hic et nunc atomico. Bomba ad orologeria pronta ad esplodere".
I Caffè Culturali: "Cosa significa essere una fotografa?".
Angela Varrichio: "Lasciarsi irradiare dalla Bellezza del Cosmo. Accartocciare i rumori sonori e visivi che contaminano lo spazio. Ascoltare il silenzio senza respirare. Rendersi ciechi al mondo di plastica e sensibili a quello di cuoio. Leggere lo spartito dell’allegra melodia visiva che è il teatro del mondo. Intravedere la filigrana dello spirito di un oggetto. Conoscere, senza profetizzare. Analizzare, senza razionalizzare. Lasciarsi trasportare dallo stomaco del fil rouge della Storia. Cercare l’incastro perfetto degli eventi. Sovraesporsi alla Luce. E al Calore. Ascoltare il grido dei viventi. Scegliere i neri da intorpidire e i bianchi da illuminare. Archeologo di se stesso, il fotografo cavalca i suoi demoni combattendoli negli altri. Occhi di fuoco, anima di acqua, con la spada della cultura e del sapere combatte la Morte dell’umanità, persa nella fredda vacuità capitalista. Cercare il canto del Creato con occhi puri. Nelle forme si nasconde Dio. Che sia un viandante, una nuvola o un filo d’erba. Lasciarsi incantare dall’essenza speziata della mente di uno sconosciuto. Che è molto più simile a te di quello che presupponi. Dipingere in camera oscura le proprie allucinazioni visive. Un grande dono di cui non ti senti mai pienamente all’altezza".
I Caffè Culturali: "Che rapporto ha come fotografa con le parole e con le arti letterarie?".
Angela Varrichio: Un rapporto di isomorfia, in quanto tra l’ambito letterario e quello fotografico (e, per estensione, iconico) vigono gli stessi meccanismi di funzionamento. La retorica, la raffinatissima arte che abbraccia la letteratura in senso ampio, mostra incredibili similitudini con la fotografia. Un primo suggerimento di quanto si possa, anche se con i relativi limiti, accomunare l’arte pittorica a quella retorica, viene offerta da Rino Mele, secondo cui la fotografia è un crocevia tra sineddoche esplicita e metafora nascosta.
La sineddoche è una figura retorica che verte sul trasferimento di significato da una parola all’altra, in base ad una relazione di maggiore o minore estensione (per esempio: “Mia nonna aveva molte bocche da sfamare”- bocche al posto di figli, seguendo un procedimento di sostituzione del generale con il particolare). Secondo Mele, nella fotografia la scena rievocata dall’immagine fotografica instaura con il luogo reale fotografato un rapporto di sineddoche, in quanto il luogo fotografato è parte del tutto e vien utilizzato al diventa del tutto, ossia del luogo reale. Per esempio: la fotografia di una palla rossa in un giardino è sineddoche del luogo stesso, in quanto è parte del giardino con la palla. Da qui, si spiega il concetto di “sineddoche esplicita”. Per spiegare il concetto di “metafora nascosta” a cui Mele allude, bisogna esplicitare il concetto di metafora. La metafora è una figura retorica basata su uno spostamento semantico, ossia una traslazione di significato tra due termini (uno, il punto di partenza, l’altro il punto di arrivo) tramite un termine intermedio che li accomuna per delle proprietà. Per esempio, la metafora “dente della montagna” verte sulla traslazione da “cima aguzza della montagna” (punto di partenza) passando per “aguzzo, come un dente” (termine intermedio), per giungere al “dente della montagna” (punto di arrivo). Secondo Mele, il guardare una fotografia scatena in un osservatore una serie di ricordi, immagini, pensieri, emozioni, rievocazioni, caratterizzanti la scena della memoria, legata ad uno specifico vissuto. Se guardo una fotografia, mi si scatena una serie di ricordi; per questo tra la realtà e l’insieme di ricordi che essa rievoca tramite una foto si instaura un rapporto di metafora nascosta, in quanto dalla realtà all’insieme di ricordi che questa suscita, c’è una traslazione di “senso”. Quindi, per riprendere la metafora di prima, tra il giardino con la palla rossa e lo scenario della memoria che esso suscita tramite la foto, c’è una traslazione di senso, ossia un tropo. Da qui, spiegata la “metafora nascosta” di Mele.
Su questo stesso solco concettuale si innesta l’analisi di Lotman che stabilisce un’analogia tra il funzionamento delle nature morte cubiste e la “grammatica” della lingua. Secondo Lotman, in ogni lingua esistono degli atomi inscindibili, nuclei base da assemblare, come i mattoncini Lego: i fonemi “c”, “a”, “s”, “a” , combinati secondo un certo ordine, creano in una certa lingua un suono/contenitore “casa”, a cui si associa un certo concetto/contenuto, di senso compiuto. Allo stesso modo, elementi basilari nell’estetica pittorica cubista, quali forme spigolose e irregolari e colori contrastanti o complementari monoblocco creano i soggetti delle nature morte. Come dire, piccoli pezzi di primo livello, combinati tra di loro, determinano forme di secondo livello, sia in letteratura/retorica sia nella pittura cubista. Lotman avalla ulteriormente la sua ipotesi, sostenendo che le leggi di costruzione del testo coeso, quali la sinarmonia o la concordanza grammaticale vigono anche nell’ambito pittorico. Un certo tipo di forme colorate e volumetriche nei dipinti cezanniani, nel loro ripetersi frequentemente, fungono da trait d’union, da collante per assemblare i soggetti delle nature morte.
Ad avallare ulteriormente questa analogia, interviene Peirce con il concetto di fotografia come segno-indice. La parola o il suono “casa”, come sostiene De Saussure, è un segno linguistico. Un gruppo o una collettività associa ad ogni elemento della natura (la “casa”, ad esempio) un segno, cioè un’unità inscindibile tra significante e significato. Il significante è un insieme di suoni o parole determinate da codici collettivamente condivisi; il significato è un insieme di concetti, sensi a cui rimandano i suddetti codici condivisi. Poiché non esistono significati universalmente condivisi, in quanto ogni comunità associa ad ogni significante uno specifico significato, il rapporto esistente tra significante e il significato è di assoluta inscindibilità. Quindi, una comunità, per esprime un oggetto esistente nella realtà, per esempio la realtà “casa”, utilizza un segno grafico o sonoro, ossia un significante e un concetto a cui esso rimanda, il significato, ossia il concetto di casa. Secondo Peirce, la fotografia è un segno “indice”. L’indice è un segno in cui l’Oggetto (che corrisponde grosso modo al significato desaussuriano) è evocato tramite l’analisi del Representement (che coincide più o meno al significante desaussuriano), in quanto il primo agisce sul secondo, lasciando una traccia su di esso. Per esempio, un’impronta sulla sabbia è il Representement, ossia il “significante” dalla cui analisi si risale al piede di una persona, il significato. La fotografia, continua Peirce, è un segno indice, in quanto la luce lascia sulla pellicola/sensore un segno, una traccia di essa.
Ma che differenza passa tra la parola e la fotografia? La parola è una rappresentazione grafica o sonora che veicola un significato; la fotografia è un’immagine riportata su una superficie cartacea. L’una appartiene alla sfera del verbale, l’altra a quella del visivo, ma va detto che c’è un punto in cui le due sfere si incrociano. La parola può contenere la fotografia, privandola del lato iconico, fondante, mentre la fotografia può rappresentare la parola, senza privarla delle sue caratteristiche fondamentali semantiche, semiotiche, testuali. La fotografia può contenere la parola secondo diversi aspetti: essa può rappresentare sia un oggetto, un evento, una persona a cui una comunità ha dato un nome, e tramite l’immagine, richiamare implicitamente tutti i meccanismi collegati al nome (una fotografia di una casa richiama al concetto, ossia al significato “casa”) oppure può rappresentare il nome stesso dell’oggetto sull’immagine fotografica ( la scritta “casa” fotografata). La parola può contenere la fotografia, intesa come immagine, a livello mnemonico-percettivo (il suono o la scritta “casa” fa venire in mente il concetto di casa o l’immagine di una casa che ricordiamo) ma ne sacrifica la visibilità percettiva, ossia “realtà”, la “tangibilità” della casa (la parola o la scritta casa potrà evocare un ricordo di “casa”, ma non potrà mai farla realmente vedere). E’ qui che si ferma l’isomorfia tra fotografia e letteratura.
I Caffè Culturali: "Poesia e prosa tendono sempre più ad essere condizionate dalla cosiddetta cultura dell'immagine, molte volte si compone in prosa per scene cinematografiche e si crea in poesia per suscitare un'immagine. In entrambi i casi è la visione il fondamento dell'atto creativo: come pensa il futuro della fotografia ed il suo ruolo nella società?".
   
  La risposta tra qualche giorno in questo spazio.

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Informazioni su questa pagina
titolo: "Tavolino riservato a Angela Varricchio"
data di pubblicazione:
13/10/2011

ultimo aggiornamento:
21/01/20112

codice di riferimento:
I110928.1907.DLI.AP.man
autore:
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