Tavolino riservato a Pierluigi Straneo

     


Pierluigi Straneo
Pee Gee Daniel





Nome: Pierluigi
Cognome: Straneo
Pseudonimo: Pee Gee Daniel
Data di nascita: 07.07.1976
Nazionalità: Italiana
Sito web o collegamenti inerenti l'ospite:

http://peegeedaniel.wix.com/pegeedanieland
http://www.facebook.com/peegee.daniel
http://www.maintenant-mensile.it/
http://www.edizionileucotea.it/

"E mail": peegeedaniel@gmail.com
Interessi: "Nutro una devozione quasi religiosa per la vita, intesa in tutti i suoi aspetti, anche i più bizzarri (eccezion fatta per sport e religioni vere e proprie, per cui invece non riesco a provare alcun tipo di interesse)"
Note di presentazione:

"Sono nato a Torino e vivo ad Alessandria con mia moglie Daniela e il mio figlio cinquenne Michelangelo.
Ho conseguito la laurea specialistica in Filosofia e Storia delle Idee con la distinzione della lode.
Iniziai Gigi il bastardo (& le sue 5 morti) quando avevo 21 anni e facevo il poliziotto sui marciapiedi torinesi. Decisi di romanzare le mie esperienze, attraverso uno stile sperimentale e variamente composito che rendesse appieno le atmosfere morbose e fantasmagoriche cui avevo assistito, che avevo esperito o che, di volta in volta, mi erano state riportate. Ci ho messo più di una decina d'anni, e varie defezioni in corso d'opera, per rintracciare chi finalmente me lo pubblicasse (rigorosamente non a pagamento): cioè le Edizioni Montag di Tolentino (MC). Nel frattempo sono stato premiato e ho visto pubblicati piccoli lavori come racconti e monologhi.
Attualmente, una compagnia teatrale sta per mettere in scena la mia commedia
Guerra lampo!, sto lavorando ad un'opera rock che prende ispirazione dal Rigoletto verdiano per il Teatro Sociale di Mantova e a breve un mio secondo romanzo, dal titolo Il politico, verrà pubblicato dalla casa editrice romana Qulture".

Collegamento ai
lavori pubblicati:

http://www.youtube.com/watch?v=NaK_5wayFZY

Romanzo “Gigi il bastardo (& le sue 5 morti)”, Ed. Montag, 2012: http://www.edizionimontag.com/shop/scheda.asp?id=316

Racconto “La parabola dei talenti”, inserito nell'antologia Droga o no: http://www.drogaono.it/pee-gee-daniel.php

Racconto “DPP”:
http://www.writersdream.org/forum/topic/12350-dpp-pee-gee-daniel/

Racconto “Il posto fisso”:
http://www.maintenant-mensile.it/articoli/269/Il-posto-fisso/

Racconto “Lòman dei miracoli”:
http://www.maintenant-mensile.it/articoli/275/Lman-dei-miracoli/

Monologo teatrale
“Il superbo Anzelmius”, presente nell'antologia Per voce sola 10: http://www.nerosubianco-cn.com/scheda.asp?id=80

Racconto “Il superbo Anzelmius”,
presente nell'antologia
La scatola del dottor Wallaby e altri racconti:
http://www.amazon.it/scatola-dottor-Wallaby-altri-racconti/dp/8871683234

Racconto “Arancia bucolica”:
http://www.maintenant-mensile. it/articoli/279/ARANCIA-BUCOLICA/

Racconto "Fuga dai baracconi":
http://www.maintenant-mensile.it/articoli/283/Fuga-dai-baracconi/

Microdramma "Elezioni a pompetta"
http://www.maintenant-mensile.it/articoli/289/Elezioni-a-pompetta/

Romanzo "Lo scommettitore"
http://www.edizionileucotea.it/
https://www.youtube.com/watch?v=x5y27bSZPKg#action=share

Romanzo "Gigi il bastardo (& le sue 5 morti)",
pubblicato in rete, a puntate, presso:
http://marcocandida.altervista.org/blog/romanzo-a-puntate-1-pee-gee-daniel- gigi-il-bastardole-sue-5-morti/

Romanzo "Phenomenorama",
l'ebook interattivo a tema horror (parla di un freakshow), con applicazioni sia per smartphone e tablet che per in-book, scaricabili gratuitamente presso:
http://www.inbooki.com/



L'intervista all'ospite
I Caffè Culturali: "Chi è Pierluigi Straneo?".
Pee Gee Daniel: "Ego sum qui sum, declamava quel celebre personaggio letterario. Ma per capire e poter dire chi è Socrate, o il signor Pincopalla del caso, serve forse elencare che cosa costui abbia fatto nella (e della) sua vita. Ebbene, io ho fatto di tutto: magazziniere, addetto alla bollettazione, aiuto-camionista, agente della polizia di stato, responsabile di sala-giochi, direttore di agenzie di scommesse e slot-machine, addetto-stampa per un centro culturale, bibliotecario, turista avventuroso, bon vivant, marito e padre amorevole (come recitano i necrologi), judoka, filosofo e qualcos’altro ancora che di sicuro ora mi sfugge. E tutta ‘sta faticaccia con l’unico scopo di fornire materiale utile a Pee Gee Daniel per le sue pretenziose produzioni letterarie…".
I Caffè Culturali: "Chi è Pee Gee Daniel?".
Pee Gee Daniel: "Chi si accinge a redigere un testo di narrativa tende a mettere nel proprio scritto il meglio, talora anche il peggio, ma comunque sempre la parte più profonda e sentita, dei suoi pensieri e della sua privata concezione delle cose, tanto da creare non di rado un significativo iato tra l'uomo e lo scrittore. Fu constatando tutto questo che scelsi sin dall'inizio di dedicarmi alla scrittura creativa sotto pseudonimo, così da rendere chiara sin dall'inizio la separazione ontologica tra le due diverse dimensioni. Detto questo, Pee Gee Daniel rappresenta il punto finale. È la distillazione ultima. Se mi si passa il termine, è ciò che, in maniera piuttosto colorita, gli alchimisti denominavano defecatio, ossia il processo conclusivo che trasforma gli elementi di partenza in altro, diverso sì, ma pur sempre collegato alla natura dei propri ingredienti basilari. In questo caso, il semilavorato da cui si parte per raggiungere il prodotto definitivo, manco a dirlo, è la vita. La scrittura dunque viene a costituire al contempo un omaggio alla vita e un suo tralignamento. Pee Gee Daniel si identifica perciò con la mia personale Weltanschauung, ovvero con la visione del mondo da me intimamente maturata, unita al piacere di coinvolgere gli altri in questa necessità di narrazione, che si incarnano nella pagina (che essa sia fatta di cellulosa di legno oppure di pixel non riveste poi una grande importanza). Ma Pee Gee Daniel è altresì scrittura compulsiva (ai limiti dell'ospedalizzazione), valvola di sfogo, il diletto che si prova nel rileggere un foglio che si ritiene di aver ben scritto, reduplicazione/ interpretazione del mondo circostante, lotta con le muse senza esclusione di colpi, evasione e invasione, sacro furore, meditazione razionale, ispirazione, traspirazione, un grano di talento contro un sorite di dura applicazione, mente fredda e passioni roventi (per usare la bella definizione che Nietzsche diede di Euripide), e ancora: la dannata voglia di appiccicare sopra la pagina lo stato di meraviglia che continuamente la vita suscita in noi (esattamente come l'entomologo fa con le iridescenti ali delle farfalle che inchioda dentro le sue teche), nonché – sospinto a ciò dai chiari di luna correnti e dalla conseguente difficoltà a reperire una mensilità fissa – l'inconfessabile speranza di riuscire a fare delle proprie doti una qualche fonte di reddito".
I Caffè Culturali:
"Cosa scrive Pee Gee Daniel?".
Pee Gee Daniel:

"In termini generali, Pee Gee Daniel scrive quello che avrebbe sempre voluto leggere (la regola aurea su cui confido che ogni scrittore basi il proprio lavoro). Ma per entrare nel merito, e per uscire da una terza persona singolare dai troppo ampollosi toni cesarei, non ci sono argomenti fissi o prediletti tra quelli che la mia attività letteraria è solita toccare. Potrei citare, a tal proposito, l'abusata divisa terenziana Nihil humani a me alienum puto, nulla di ciò che interessa il genere umano mi è estraneo! Posso dire senz'altro che nelle mie pagine rifiuto ogni forma di autobiografismo, che trovo spesso noioso, troppo particolaristico e, paradossalmente, insincero (anche se poi, per forza di cose, l'aspide dell'Ego torna ad alzare la testa e a serpeggiare sempre e comunque, anche introducendosi surrettiziamente dentro quel che si scrive, se non altro tramite le impressioni e molti concetti che vi si trasmettono, e a cui sarebbe pressoché impossibile conferire uno statuto totalmente oggettivo e impersonale). Una cosa posso però affermare con una certa sicurezza: affinché un tema, un personaggio, un'ambientazione mi affascinino quel tanto da muovermi alla loro articolata costruzione letteraria, conditio sine qua non è che essi contengano un aspetto eccentrico ed estraordinario, fedele al principio secondo il quale sia l'eccezione a far meglio comprendere la regola. Questo grazie alla funzione selettiva e evidenziante che l'esagerazione grottesca esercita sulla norma e sulla banalità del quotidiano, fissando ad esempio alcuni momenti speciali, che di continuo viviamo ma di cui altrimenti, proprio in virtù di questa loro opacizzante frequenza, ci accorgeremmo con difficoltà.Per dare un breve saggio della varietà di soggetti da me trattati credo sia giunto il momento di elencarvi, pure per sommi capi, o per cenni telegrafici, la trama di alcuni dei miei lavori. Tanto per cominciare, Gigi il bastardo (& le sue 5 morti) descrive il vissuto (o vivenza) - circostanziato nel rapido ciclo di pochi giorni - del protagonista eponimo, alle prese con una vita sbandata, tra sesso-droga- avventure varie nella Torino di dieci anni fa circa, spaziando da incontri con un nano spacciatore o un medico/santone a overdose dalle conseguenze allucinatorie, violenze subite e/o perpetrate, hashish, coca, una droga (inesistente nel mondo reale) dal nome di Lizbona, spogliarelli, rapporti sessuali con una superobesa, un'olandese non cosciente, un trans prepotente, la donna della propria vita, passaggi per quartieri degradati e altri upperclass, mercatini delle pulci, festicciole private, morti provocate o subite, addirittura un incontro mistico-psichedelico con Dio; è scritto in uno stile ironico e sperimentale, che - attraverso tic linguistici, neologismi, continue invenzioni grammaticali, narrative e formali – tenta di stare al passo con l'intricata psicologia del personaggio e dei vari eventi in cui di volta in volta questi incappa. Oppure c'è il romanzo in uscita intitolato Il politico, che narra la fortunosa costituzione di un campione possibile della politica odierna, sprovvisto di una personalità e di una psicologia vere e proprie, descritto dalla più tenera età sino all'elezione parlamentare attraverso i suoi disturbi sociopatici e comportamentali. In un interessante progetto di e-book interattivo che sto mettendo a punto, parlerò invece di un freakshow, ossia un circo in cui si esibiscono gli scherzi di natura nell’America della Grande Depressione, mentre in un altro romanzo, ancora in attesa di editore, prendo spunto dal provincialismo più vieto di un paesone dal nome immaginario di Valdiguggio per gettare, da quella prospettiva asfittica, uno sguardo più generale sulla crisi imperante, ancor prima culturale e intellettuale che finanziario-economica. Etc. etc. Questo solo per dare un po’ l’idea di quel che amo scrivere, tentando anch’io, come numerosi e ben più esimi predecessori, di dare vita, pezzo per pezzo, a un annoso affresco della Grande Commedia Umana, vista da ogni sua angolazione. Del resto, dopo tanti anni e tante pagine inchiostrate dalla mia immaginazione, una cosa l'ho capita: puoi anche metterti a scegliere con cosciente scrupolo ciò che vuoi mostrare ai tuoi lettori, ma sarà poi il tuo subconscio a decidere di cosa realmente scriverai".

I Caffè Culturali: "Per chi scrive Pee Gee Daniel?".
Pee Gee Daniel: "Potrei dichiarare, abbandonandomi a un certo qual ottimismo, che scrivo per tutti o, male che vada, multis nisi omnibus. Sebbene poi all'atto pratico forse non succeda esattamente così. Tuttavia posso ben asserire a mia discolpa mai fu un qualche tipo di elitarismo a spingermi a quel che mi è venuta voglia di redigere nel corso degli anni. In altre parole, io non scrivo per essere letto unicamente da scrittori e neppure dai famigerati lettori forti. Certo non si potrebbe dire che il mio pubblico di riferimento siano coloro che nella vita abbiano scorso tutt'al più un paio di libri (e che magari non siano neanche riusciti a finire di colorarli entrambi...), ma posso comunque affermare che anche i miei testi più ostici, specie per quanto riguarda l'aspetto formale, come Gigi il bastardo per esempio, hanno spesso riscontrato interesse e inatteso plauso non di meno da lettori meno coltivati e meno assidui. Ciò in pieno contrasto con certe congetture un po' facilone, tese a indirizzare le scelte editoriali odierne verso prodotti omogenizzati e quanto più convenzionali possibile, rivolti a un presupposto gusto comune che gli uffici-marketing collocano di regola in un esanime registro mediano. Personalmente poi vedo questa dominante mancanza di coraggio, che riempie il mercato di pubblicazioni tutte simili tra loro, tutte facilmente digeribili, tutte facilissimamente dimenticabili, una volta giunti all'ultima pagina, come un'inqualificabile forma di populismo bell'e buono. Da parte mia, mi auguro invece un urgente ritorno ad un'editoria realmente democratica che (in un vero spirito pericleo/roosveltiano, tanto per intenderci) tenda ad educare e a migliorare i propri lettori, piuttosto che ad assecondare i loro più bassi o più rinunciatari istinti. Anche perché sono convinto che il piacere finale che sa riservare un libro frettolosamente tacciato come difficile, quando il lettore riesca davvero a penetrarne l'essenza, senza essersi fatto scoraggiare dalle prime asperità, resta inappagabile e nemmeno lontanamente paragonabile all'effimero sfizio che può dare una letteratura di troppo agevole consumo".
I Caffè Culturali: "Come è maturata l'idea di Gigi il bastardo (& le sue 5 morti) e come è stato scritto?".
Pee Gee Daniel: "Gigi il bastardo rappresenta l'incontro di arte e vita, ovvero il coniugio di un'impellenza a raccontare esperienze vissute (ma talora anche solo immaginate), la cui testimonianza ritenevo interessante, con gli artifici retorico/letterari necessari a renderle nella maniera più espressionistica - e funzionale alla trama e alla materia trattata - che mi riuscisse. Affinché, nella dialettica tra forma e contenuto, un aspetto non prevalesse sull'altro, lasciando così la struttura zoppicante da una delle due parti, il mio programma fu sin da subito quello di abbinare una trama forte e compiuta (latrice di un'interpretazione socio-antropologica ben precisa) ad un linguaggio forte, da ogni punto di vista. Partiamo dalla storia: se inizialmente avevo progettato una serie di peripezie susseguenti ma slegate tra loro, che impegnavano il protagonista sino alla morte finale, come in una blasfema via crucis, il primo editore che si interessò anni fa al romanzo (per poi dileguarsi nel nulla per sopraggiunta mancanza di fondi) pretese però che il lungo rosario di folli episodi fosse tenuto insieme da una traccia più solida e convenzionale. Ricorsi quindi agli schemi narratologici greimasiani, attingendo da essi, tra tutte le tipologie di trama possibili, quella più ricorrente: l'eroe che, per l'intera unità del racconto, va in cerca della donna amata e perduta, per ricontrarla solo allo scoccare della conclusione del testo. Optai per essa perché mi faceva ulteriormente gioco, per rendere ancora più chiara la personalità deviata di Gigi che, infatti, una volta rintracciata finalmente Lisa, che andava cercando sin dal primo capitolo, in un'estrema e pressoché patologica incapacità ad assumersi le proprie responsabilità, deciderà di abbandonarla definitivamente, segnando così il proprio consequenziale e rapido crollo esistenziale. Ma, come spesso capita, l'intreccio portante è poco più di un contenitore, che serve a giustapporre momenti eterogenei e altrimenti inaccostabili. Perché una raccolta di eventi – come già sopra accennavo - tanto esplosiva, abnorme, drammatica, tragicomica e caustica insieme fosse in grado di essere trasmessa in pieno al lettore, escogitai e misi al suo servizio una lingua neolatina di mio conio, che deriva strettamente dall'idioma nazionale, ma che con esso non può essere perfettamente identificato, e a cui io mi diverto a dare il nome di danielese. E qui, dunque, siamo giunti allo stile: sperimentale e talora anche avanguardistico (laddove mina e stravolge le regole basilari di grammatica e sintassi), prende vita da una mescola linguistica di neologismi, malapropismi, forme dialettali, definizioni colte o tecnico-scentifiche, volgarità, colloquialità popolaresche, espressioni desuete o obsolescenti, ideofoni e forme onomatopeiche, forestierismi, citazioni dotte, lallazioni e calembours (sempre nel rispetto fondamentale della perspicuità del testo)".
I Caffè Culturali: "Come è stato accolto Gigi il bastardo (& le sue 5 morti)?".
Pee Gee Daniel: "Dal punto di vista venale e quantitativo ritengo giusto sospendere ogni valutazione, in attesa del consuntivo sulle vendite, che di regola viene chiuso la prima volta al termine del primo anno (il romanzo è stato pubblicato il 1° maggio del 2012, da incalliti crumiri quali siamo io e quelli della Montag). Per quanto riguarda invece la qualità dell'accoglienza ricevuta, mi posso già sbilanciare parecchio di più. C'è innanzitutto da dire che la vitalità della critica va di pari passo con le attuali condizioni di salute della letteratura che essa è convocata a giudicare. Conosciamo bene il languore che segna la critica letteraria nazionale da qualche anno a questa parte. Forse sedati dalla soporifera produzione editoriale che in generale si registra sulla piazza, i nostri critici tendono ad essere sempre più concilianti, sempre più assolutori, sempre meno aspri, ma anche sempre meno euforici. In questo loro bilioso sforzo per salvare il salvabile, mi ricordano molto da vicino gli avvoltoi protagonisti di una vecchia barzelletta illustrata che, appollaiati su di un cactus ad osservare con sguardo famelico un brutto ceffo pluriricercato che agonizza sotto un sole cocente, si dicono l'un l'altro: Beh, vedrai che anche in questo riusciremo a trovare qualcosa di buono... Ebbene, con una certa fierezza posso almeno affermare che per Gigi il bastardo (& le sue 5 morti), nel bene e nel male, non è andata mai così. Ho potuto appurare sin da subito, anzi sin da quando era ancora un dattiloscritto che facevo girare tra amici e curiosi, che davanti a questo mio romanzo (proprio per la sua natura estrema e refrattaria alle mezze misure) i semplici lettori, come i loro colleghi retribuiti e – si auspica – professionalmente preparati, si dividono tra agguerriti detrattori e ammiratori entusiasti, senza che vi sia spazio per una più neutrale terzietà. Questo libro spacca letteralmente le opinioni di chi lo legge in risoluti pro e contra dal tono quasi manicheo (il che vivo - devo ammetterlo francamente – come una riconferma della forza tranchant del mio testo). Vi sono state almeno un paio di critiche davvero feroci e con tutta evidenza disturbate nel profondo dalla portata letterariamente eversiva di Gigi il bastardo, che, per confessa mancanza di sportività, qui non vi indicherò, ma che sono facilmente recuperabili in rete, tramite qualunque motore di ricerca. Accanto ad esse, sono stato gratificato anche da apprezzamenti talvolta persino sperticati. Tra i molti, apparsi su carta stampata e web, linko, per gratitudine, il pezzo apparso sul blog di una giovane e acuta critica letteraria, provvista di strumenti valutativi non correnti, che potete trovare al seguente indirizzo: http://esercizidilettura. blogspot.it/2012/09/gigi-il-bastardo-le-sue-cinque-morti-di.html. Un consenso in particolare ha saputo incoraggiare vigorosamente il mio lavoro: e quello riscosso da un lettore d'eccezione, che fu mio professore di filosofia morale presso l'Università degli Studi di Torino, oltreché persona di raffinatissima e insuperabile intelligenza, Alessandro Klein che, conclusane la lettura, si precipitò a contattarmi per complimentarsi con sincera cordialità. Lei, dottor Straneo, ha una visione del mondo certo non delle più rassicuranti mi dichiarò, tra le altre cose Ma del resto, a ben guardare, il mondo è proprio così come lei lo descrive!".
I Caffè Culturali: "Il protagonista del suo romanzo come giudica o come giudicherebbe il suo lavoro? Che rapporto ha con Gigi?".
Pee Gee Daniel: "A dire il vero, non credo si prenderebbe molta cura di quel che faccio e scrivo e, tanto meno, si sforzerebbe di produrre un giudizio in merito. Non ce lo vedo proprio, assorto in qualche angolo con aria meditativa, a leggiucchiare i miei scritti e cercare di formularne un'opinione articolata. Gigi è quel che si dice un man of action: quale maître-à-penser funziona sicuramente molto di meno. Va bene che Kant, nella Critica alla ragion pura, sostiene che Pensare è giudicare, ma non credo che ciò si applichi poi davvero a livello universale né continuativo. Certo comunque non vale per il personaggio di Gigi Strapiù. Non che abbia costruito il protagonista del mio romanzo come un emerito imbecille: tutt'altro (quello semmai sarà il protagonista del prossimo, intitolato Il politico). Semplicemente, lui è già tutto in ciò che fa. È un personaggio immediato: pressoché privo di una vera coscienza. Ecco perché rappresenta l'optimum per un autore: si muove tra i vari eventi che lo mettono alla prova con la spigliatezza e la nonchalance di certi attori della letteratura picaresca. Ben lungi dai complicati protagonisti di gran parte della narrativa italiana contemporanea, impegnati, emotivamente e psicologicamente, a contemplare il proprio ombelico per l'intero corso del libro, Gigi è spontaneo e disinibito, così da lasciarsi contrappuntare dalla voce extradiegetica per eventuali dissertazioni teoriche, pistolotti ironico - morali o glosse di sorta. Nei primissimi capitoli, si imbatte su Corso Unità in una prostituta che, solo nell'evolversi della scena, scoprirà essere in realtà un travestito. Ebbene, c'è un momento in cui costei/costui lo apostrofa, un po' en passant, come una creatura delle situazioni. Quella che metto in bocca al transgender non è poi altro che una criptocitazione del critico statunitense Harold Bloom, che - se non erro - spendeva una tale definizione per il Falstaff shakespeariano, ed è in assoluto anche la migliore descrizione che si possa dare di Gigi, che è sempre e comunque un personaggio situazionale, in cui anche i pensieri e le emozioni si evincono da ciò che fa e vive, piuttosto che da ciò che dice o rimugina. Gigi Strapiù è uno di quei personaggi a cui chi li ha creati rimane sentimentalmente legato per tutta la vita: è sempre lì, dentro di me, accucciato e dormiente, in attesa che qualcuno mi richieda espressamente di ridestarlo con un bello scrollone, allo scopo di immergerlo nuovamente in qualche stramba avventura delle sue, supportata dal già rodato fantalinguaggio di cui dicevamo. Certo, c'è un piccolo problemino, che consiste nel fatto che il protagonista del mio romanzo muore (anzi, muore subito: nel capitolo introduttivo). Ostacolo che può essere aggirato con un prequel. Perché, ne sono convinto, Gigi è e resterà sempre una fonte potenzialmente inesauribile".
I Caffè Culturali: "Consiglierebbe la lettura del suo lavoro? A chi e perché?".
Pee Gee Daniel: "Viene naturale esortare alla lettura di Gigi il bastardo un genere di lettori avvertito e capace di cogliere il giusto piacere da uno stile fuori dalle regole e da una storia senza freni inibitori, ma che resta comunque contrassegnata dal forte aspetto ludico e dall'irriverente ilarità. Non mi sento però di fornire prescrizioni più dettagliate legate a censo, grado d'istruzione o età. Qui, come sempre, va da persona a persona: può piacere alla vecchia zia come all'egregio professore cattedratico, all’operaio e al luminare. E anche per quel che riguarda la sufficiente maturità mi pare corretto non puntualizzare eccessivamente: certo tutto indicherebbe, ivi compresi i termini di legge, che un romanzo come questo sia esclusivamente indicato per un pubblico adulto. Ma anche lì, in fondo in fondo, chi può dirlo? Io a tredici anni leggevo De Sade (e forse si capisce da ciò che ho scritto in seguito…). Tuttavia non nego che mi darebbe un particolare gusto consigliarne l'acquisto a fondamentalisti religiosi, moralisti professionali, tipici lettori di Fabio Volo, amanti dei libercoli da ombrellone, tipi seriosi privi della benché minima traccia di sense of humour, puristi lessicali, tutori di quella blanda spremuta di mandarini in cui consiste l'attuale mercato librario, anime belle a cui resti tuttora ignoto il caos che avvolge l'universo mondo in cui viviamo imperversandoci liberamente, attivisti politici troppo impegnati a salvaguardare a spada tratta l'umanità presa in astratto per avere tempo da perdere a capire ciò che poi veramente sotto quel sostantivo si nasconda, vecchi e smorti tabacconi affezionati a intellettualismi senz'anima e analfabeti di ritorno vari (magari insigniti di laurea e master). La mia personale soddisfazione risiederebbe poi nell'immaginarmeli mentre, schiumanti di rabbia, scaraventano a terra il romanzo dopo non averne scorso che poche pagine, maledicendone a gran voce l'autore, a cui peraltro, con quella spesa, per colmo d'ironia hanno assicurato un euro e 80 di diritti d'autore cadauno...".
I Caffè Culturali: "Irriverenza, umanità e mercato: cosa ne pensano Pee Gee Daniel e Gigi?".
Pee Gee Daniel: "Se si trattasse di uno di quei giochi a premi in cui viene richiesto di trovare il denominatore comune tra tre termini tra loro apparentemente non assimilabili, scampanellerei senza titubanze per rispondere dentro il microfono, con voce stentorea: Il coraggio! Ecco qual è l'elemento inalienabile a cui è obbligatorio ricorrere quando si ha a che fare con uno qualunque dei tre enti sopra elencati. Ci vuole del coraggio ad essere irriverenti in una depressione storico-sociale più profonda della Fossa delle Marianne come quella che stiamo vivendo, quando certe aperture mentali che si credevano ormai assodate e irreversibili, ancora solo quando io ero ragazzino, si sono già da un po' improvvisamente richiuse, in un generalizzato arrocco di stampo reazionario che mette paura. E proprio per questo voci caustiche e sfottenti, che non si stanchino mai di sghignazzare sul fatto che il re è tuttora nudo, sono quanto mai necessarie. Il coraggio è anche la giusta disposizione che il consorzio umano deve recuperare al più presto, abbrutito e rincitrullito com'è dalla congiuntura economica corrente, sino a tirar fuori il peggio di sé, immemore delle infinite risorse alla felicità e alla dignità morale e intellettuale che in esso, giocoforza, non hanno mai smesso di sussistere (pur momentaneamente sopite chissà dove). Ci vuole anche un bel coraggio a frequentare la massa per come sta messa di questi tempi, ironizzerà a questo punto l’intellettuale eremita, che però io non riesco a seguire su questa strada solipsistica e rinunciataria. Anche perché non sono mai rimasto convinto dei piaceri che si rintraccerebbero nella beata solitudo, sola beatitudo petrarchesca, che, se paragonati a quelli che si traggono dalla condivisione vissuta in compagnia dei nostri simili, mi appaiono distanziati tra loro, per grado di intensità, in egual proporzione a quella che vige tra le soddisfazioni dell’onanista e quelle che invece si prende il libertino. Da ultimo, senza un briciolo di ardimento la vedo complicata uscire dalle risacche di questo mercato editoriale (e, per metonimia, del mercato inteso tout court), ingrippato e anaerobico, in cui da anni non si tenta mai niente di veramente nuovo, rifugiandosi nell'errato convincimento che il pubblico ami ritrovare ogni volta i sempiterni, medesimi scenari, e in tal modo invece perdendolo – penso io – piano piano ma definitivamente.

E, per finire, un breve esempio di che cosa possa mai grossomodo pensare Gigi Strapiù in merito a tutto ciò? Lascio parlare un illuminante sketch, carpito dal capitolo Amsterdamned, che si svolge di notte ai Murazzi di Torino:

Ed eccomi su lui chinarmi, con agilità di faina, a alleggerirlo del portafogli che poi sparirò, a pallonetto, di tra i gorghi, i mulinelli oscuri, centrando la luna che li ingombra specchiandovici un’immagine increspata. Devo averci qualcosina ancora… nella tasca davanti… nonò, a sinistra… ,farfuglia, producendo, tra tanto, piccole, lucide bolle di ssaliva e sangue benissimo mesciuti che si gonfiano, a fargli come un sugo, e si aggrappolano agli angoli della bocca, per poi subito svanire, in un plop! plop! - La gente, nel contempo, imperterrendo sgargarozzo di cialde tracimanti carnazza di pecore morte malate, con salsine color cipria: hungry eats & angry hits, beau beautiful friendz… così va ‘l mondo, che Geova, ovvero Zeuspatèr, o Trimu-rti Inc. che si voglia, di conferirci benignòssi, dacché alba fu su esso; là ai Muri nondimanco, ove, urbi et orbi, turbi e orbi lo sprovveduto che ti venga più comodo senza che un’anima, una! si disamori da suoi daffari preteriti e se ne stacchi col nobile intento di prestar opera di soccorso presso le ingrate sciagure in cui il prossimo, o (a voler bandire una purchessia ridondanza confessionale) un generico cospecifico, pur se, ahilui!, privo di colpa, sia dappoco incorso…".
I Caffè Culturali: "Cosa le ha lasciato lo scrivere Gigi il bastardo (& le sue 5 morti)".
Pee Gee Daniel: "Appena terminata la prima stesura, quello che la conclusione del romanzo mi lasciò dentro fu un vuoto pneumatico. In altre parole, uno svuotamento completo che per anni avrei faticato a ricolmare. Perché la scrittura, specie se prorompente e totalizzante come di regola è quella di un'opera prima, tende a far esistere ciò che si butta sul foglio nel senso letterale del termine: dal latino 'existere' (verbo composto dal prefisso ex + stare), cioè stare al di fuori, far uscire da noi stessi, alienare. Come se le vicende e i personaggi narrati vivessero, da quel momento in poi, di vita propria, abbandonando una volta per tutte le giroscopie mentali di chi li aveva concepiti e plasmati. Il che non può che condurre allo scompenso di cui parlavo: una vacuità in cui si galleggia a lungo, alla cieca, prima di riuscire a riafferrare pezzetti sparsi di immaginazione, dapprima radi poi via via sempre più fitti, sino a poter ricominciare a scrivere qualcosa di nuovo e diverso. Un' impasse di questo genere è del tutto naturale. Credo non abbia avuto il tempo di viverla giusto il povero Radiguet, che poco dopo il successo di Le diable au corps, suo romanzo d'esordio, fu sottratto al novero dei vivi da un accesso di febbre tifoidea. In seguito, come già dicevo, mi capitò, esortato, di tornarvi sopra, rimaneggiare il testo e quindi, per forza di cose, calarmi nuovamente e a fatica in quegli ambienti che avevo tempo prima espulso da me. Ora che, ad anni di distanza, Gigi il bastardo è stato finalmente pubblicato e, dunque, ha davvero, in qualche misura, preso vita, il mio rapporto con esso è ulteriormente mutato. Sì, perché la conferma da parte della Montag Edizioni della loro intenzione di farlo mormorare sotto i propri torchi (tanto per adoperare un'allocuzione più che vetusta) mi sorprese mentre ero indaffarato a cercare di piazzare tutti altri tipi di prodotti, se si vuole anche più semplici e commerciabili, che avevo finito nel frattempo di elaborare, e sulla pubblicazione del mio primo romanzo avevo ormai messo una proverbiale croce sopra. A vedermelo spuntare davanti, concretatosi in un volume dalla copertina traslucida, ammetto di aver provato una strana sensazione, non dissimile, posso ipotizzare, dall'impressione che dovette vivere il vecchio Scrooge messo di fronte al fantasma dei natali passati. È la resipiscenza, o recrudescenza, di mondi che giudicavo ormai passati e non più percorribili. Ma è anche la riscoperta di tematiche e scelte programmatiche che torno a riscontrare nei miei lavori più recenti, solo apparentemente così diversi da quell'originale deflagrazione stilistico-argomentativa di tanti anni or sono. Come se davvero si potesse dar ragione a chi dice che uno scrittore, nel corso della sua attività, riscrive sempre lo stesso romanzo. O, per dirla meglio, l'opera omnia di un qualunque autore, per quanto composita e ricca di testi anche tra loro assai diseguali e inaccostabili, risulta sempre attraversata, alla fine dei conti, da un sottile fil rouge, una sorta di consustanzialità segreta, che altro non è poi che la personalità di chi li ha scritti".
I Caffè Culturali: "Quale futuro per Pee Gee Daniel?".
Pee Gee Daniel: "La psicologia agostiniana ci insegna che ciò che chiamiamo futuro altro non è che la speranza in un arridente domani vissuta nel tempo presente. Fedele a questa definizione, e – ahimè! - privo di doti medianiche tali da consentirmi di preconizzare più dettagliatamente quel che l'avvenire ha riservato per il mio alias letterario, mi affiderò perciò agli auspici, piuttosto che agli aruspici. E quel che auspico per il mio prossimo futuro è che questa carriera, da poco intrapresa da parte mia con un certo metodo, prosegua dritta e spedita come una spada. Già vi annoiavo precedentemente circa i progetti che ho in serbo, specie quelli di più vicina realizzazione, come l'allestimento di un mio copione comico, che dovrebbe prima o poi concretizzarsi ad opera di una compagnia teatrale ancora in via di formazione, o la pubblicazione del mio secondo romanzo Il politico per la casa editrice Qulture di Roma, cui tengo particolarmente e che dovrebbe avvenire a brevissimo giro. Inoltre, ho appena ultimato i testi per un’opera-rock ispirata al Rigoletto verdiano, commissionatami dalla On Air Productions e dal Teatro Sociale di Mantova, e sto per finire di scrivere un horror basato su un circo di fenomeni da baraccone che verrà pubblicato come ebook interattivo e immersivo, con un software di nuova progettazione per smartphone, tablet e pc, più qualcos’altro ancora (per tutto questo tenendo comunque sempre in conto l’ondivaga fluidità e l’alta volatilità di fondo del mondo della produzione letteraria in genere, in cui può bensì capitare che progetti considerati fino a un attimo prima dalla granitica fondatezza, si dissolvano il minuto dopo in una bava di vento…). A tutti coloro che ci seguono non mi resta perciò che consigliare di pedinarmi passo passo: mi impegno sin d’ora affinché colpi di scena e strabilianti novità vi siano sempre (o il più delle volte) garantiti!".

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Informazioni su questa pagina
titolo: "Tavolino riservato a Pierluigi Straneo"
data di pubblicazione:
07/12/2012

ultimo aggiornamento:13
/10/2014

codice di riferimento:
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autore:
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