In fuga
di Gabriele RebagliatiHo deciso di scappare. La destinazione è ignota, chi parte
non è più tornato a raccontare. Il pullman lascia il villaggio
dalla rimessa a mezzanotte. E' una scelta dolorosa - domani
è il compleanno di Anya - ma prima di accorgermene
sgattaiolo fuori dalla camera cercando di non fare rumore
con lo stretto necessario stipato in una ridicola borsetta. Non
potevo separarmi da foto e lettere, così ho deciso di
liberarmene bruciandole. Ho passato pomeriggi a piangere
davanti al fuoco scoppiettante del camino. Scendo la rampa
di scale incosciente del fatto che si tratta dell'ultima volta.
Sbatto il portone per provocare lo scompiglio, ma tutti
dormono incuranti del rumore mentre mi allontano
accuattato nell'oscurità. Cammino, corro, inciampo e
ruzzolo a terra. La grande casa non mi appartiene più e
nemmeno questo prato dove giocavo da bambino. Sto lì
fermo e odoro l'erba, ne stringo due ciuffi tra le mani e
sprofondo il viso in un cespuglio. Mi appare il passato e i
pomeriggi trascorsi a giocare fino all'ultimo raggio di sole.
Ora è notte e il prato umido di pioggia. Ho i pantaloni
bagnati. Mi stiracchio e riprendo a camminare. Arrivo al
cancello e lo scavalco. Guardarmi indietro non serve, tanto
per un po' di tempo non potrò dimenticare questo posto maledetto.
Il viale è deserto, fioche le luci delle case. Cerco
nella borsa il biglietto. E' tutto stropicciato. Quante volte
l'ho tenuto fra le mani, con il desiderio di strapparlo e
soffocare la tentazione di fuggire.
Ha vinto il mio lato forte, quello che ha perseverato
nell'acquisto del biglietto e che ora mi guida nella notte
lungo il sentiero sfocato.
E' già lì che mi aspetta. Ho un compagno di viaggio. Ci
siamo sempre assecondati, ora posso percepire la paura di
entrambi. Esordisce con un: "Non vengo" seguito da:
"Perlomeno finisco di studiare. Non ti arrabbiare, tanto
sapevi non ce l'avrei mai fatta."
Stupendomi di me stesso, rispondo con freddezza: "Dammi
il biglietto, almeno lo rivendo e ci tiro su un po' di soldi.
Non ricordi l'accordo? Tu eri saltimbanco e io raccattavo
gli avventori. Io non so fare il saltimbanco. Con i soldi del
biglietto me la cavo per un po'." La mia sicurezza mi
spaventa. Rimane imbambolato con il biglietto in mano.
Glielo strappo via e me ne vado. Perdo una lacrima per
strada e tento di non voltarmi neppure questa volta. Imbuco
l'ultima lettera nella cassetta della posta e mi avvio verso la
collina. La rimessa si trova in un'ampia radura vicino al
cimitero. Lugubre ma efficace. Per chi come me vuole
sparire per sempre. Intorno a me danzano lucciole
impazzite. Si sono date appuntamento qui, mi circondano e
illuminano il tratto che mi separa dal pullman. Decido di
salire. Cerco un posto qualunque e sprofondo nel sedile, poi
mi affaccio al finestrino e guardo distrattamente fuori gli
ultimi avventori che si affrettano all'entrata. C'è anche mia
madre. La donna da cui sono scappato. Il motivo per cui mi
trovo qui nel cuore della notte ad affrontare un viaggio
interminabile. Inizio a tremare: i miei sforzi sono stati vani,
mi ha scovato, è venuta a cercarmi. Mi nascondo, chiedo
pietà e prego non ispezioni il pullman. La vedo salire con lo
sguardo spento e rassegnato. Solo allora capisco che non si
tratta di una cacciatrice, ma di una semplice passeggera.
Stringe il biglietto fra le mani. Ha abbandonato me e Anya
addormentati nelle nostre camere. Il terrore mi pervade.
Vuole scappare: condividiamo lo stesso destino. Mi sento
schiacciato, non riesco a respirare. Volevo solo fuggire ed
ora divido con il mio carnefice lo spazio angusto di un
pullman senza meta precisa. Mi manca l'aria quando vedo
che non è sola, ma accompagnata da un uomo mai visto.
Ora capisco le porte chiuse nella grande casa. E anche le
telefonate nel cuore della notte, il rossetto e i vestiti costosi.
Io e Anya siamo sopravvissuti alle sue macchinazioni ignari
di tutto. Quella donna voleva scappare da me,
abbandonarmi, ma per ironia della sorte ci ritroviamo
insieme qui senza via d'uscita. Sono costretto a guardare in
faccia la realtà che ha il volto appassito di mia madre. A cui
avevo scritto la mia ultima lettera. Penso ad Anya svegliarsi
nelle stanze vuote, scostare le tende e trovare il sole il
mattino successivo. La vedo perdersi nella grande casa,
accorgersi della nostra assenza ed essere vinta dalla
curiosità di perlustrare le stanze a cui mia madre ci ha
sempre vietato l'accesso. E scoprire tutto proprio il giorno
del suo compleanno. La margherita che teneva fra i capelli
scivola, cade a terra e si sgualcisce, mentre il nostro
pullman sfreccia veloce per chissà dove. Il mio sguardo
incrocia inesorabilmente quello di mia madre. Il disappunto
che si disegna sul suo volto non promette nulla di buono. Le
luci del pullman si spengono e in cielo resta solo una misera
stella a proteggermi. Grido disperato più forte che posso e
l'eco del mio urlo echeggia perdendosi nelle tenebre più
buie.
L'autore è contattabile all'indirizzo: info@icaffeculturali.com