Tavolino riservato a Gianfranco Meneo

        


Gianfranco Meneo

Nome:

Gianfranco

Cognome:

Meneo

Data di nascita: 08/3/1974
Nazionalità:

Italiana

Sito web o collegamenti inerenti l'ospite:

http://www.edizioni-palomar.it/

"E mail": gianf2005@libero.it
Interessi: "Dopo essermi dedicato per molti anni all’insegnamento, lavoro che mi ha assorbito al punto di abbandonare la libera professione di avvocato, ho avvertito la necessità di compiere una scelta: mettermi alla prova misurandomi con discipline umanistiche, di critica, di riflessione. Ho conseguito una seconda laurea edurante la preparazione di un esame sono stato folgorato da tematiche attinenti le rivendicazioni di genere, dal femminismo, dalle lotte identitarie, dalla battaglia per il riconoscimento dei diritti di gay, lesbiche, transgender. Non ho un hobby particolare ed essendo single alterno periodi della mia vita travolto da alcuni interessi. In questo momento, anzi negli ultimi 15 mesi, l’attività principale è la scrittura. Una scrittura molto spesso polemica, di contrasto, disobbediente, proprio come il titolo del mio libro. Nell’ultimo mese, ossia da quando il libro è stato pubblicato, ho presentato il medesimo nell’ambito dell’Expolibro della Fiera del Levante di Bari, al Salone del libro di Torino, alla Feltrinelli di Bari. Adoro gli animali, ho uno splendido cane, Mario, fonte principale di tutte le mie ispirazioni e compagno di ogni singola pagina scritta".
Note di presentazione:

Gianfranco Meneo è docente di scuola secondaria di II grado nella provincia di Foggia. Laureato in Giurisprudenza e Scienze pedagogiche, ha approfondito, nel tempo, gli aspetti didattico-pedagogici della sua attività compiendo numerosi studi di settore. Nell’ultimo anno, nell’ambito della sociologia del mutamento, si è dedicato all’analisi delle differenze di genere, del pensiero della differenza, per poi sviluppare temi tipici della postmodernità: femminismo postcoloniale, gender studies, cyborg femminismo, nomadismo, queer theory e, in particolare, le rivendicazioni gay, lesbiche e transgender.

Comunicazioni dell'autore:
Collegamento ai
lavori pubblicati:

Testo:
TRANSGENDER. LE SESSUALITA’ DISOBBEDIENTI
Casa editrice: PALOMAR, BARI
Pubblicazione: Aprile 2011, pagg. 177
Prezzo: EURO 15
Il libro Transgender. Le sessualità disobbedienti utilizza la metafora del viaggio per raccontare i mutamenti del corpo, le istanze che su di esso modificano desideri di riconoscimento e riscatto ma un corpo che è anche motivo di allontanamento, misconoscimento nonché strumento per permettere a un certo giornalismo di abbattere nemici, creare status, addomesticare coscienze labili che, ignorando i loro diritti, non comprendono di aver ampliato la schiera dei loro doveri. Il tema dominante si può riassumere in un interrogativo: l’eterosessualità, intesa come fattore naturale, può ancora condizionare l’esistenza nella società postmoderna? Il testo cerca di rispondere a questi interrogativi compiendo il viaggio prima anticipato partendo da un'esperienza diretta: l’intervista a Luana, transessuale, pugliese, leccese, che racconta il suo percorso di transizione MtF (da maschio a femmina). Successivamente si cerca di raccogliere una serie di testimonianze, racconti, d'intrecciare una carta d'identità di gay, lesbiche, transgender. Non manca in quest'analisi del corpo un doveroso riferimento alle istanze del femminismo, al pensiero della differenza, punto fondamentale da cui tutte le rivendicazioni hanno preso forma. Si è tentato di creare un filo conduttore che giungesse a tutti, ma soprattutto al lettore più distratto, colui che cerca di non addentrarsi in determinate questioni.

http://www.statoquotidiano.it/

http://www.viveur.it/

http://www.rivistadiscienzesociali.it

 


L'intervista all'autore
I Caffè Culturali: "Cosa è il sesso per Gianfranco Meneo?".
Gian Franco Meneo: "Per me il sesso è un tripudio di sensazioni, attese, speranze. Sensazione di desiderio, passione che pulsa facendoti sentire materia viva; attesa di vedere la persona che ami o, perché no, speranza nell’incontro che ti concretizzi il desiderio in trasgressione; speranza di rinvenire nel partner la sintonia, l’esaltazione dei sensi che si sciolgono seguendo il percorso mentale che ti ha animato fino al congiungimento. Non credo che il sesso sia associabile all’amore. Magari lo fosse sempre. Sono convinto che il sesso si possa svincolare. Il massimo sarebbe auspicare che le due cose vadano di pari passo, ma spesso questo non avviene. So di andare contro chi crede nei sentimenti, ma chi ha provato anche del sesso appagante senza un coinvolgimento emotivo potrà convenire che la cosa non è poi campata in aria. Rifuggo dal sesso secondo i canoni dell’eterosessismo. Credo che la sessualità si basi sul consenso delle persone che decidono di farlo. Senza costrizioni non esiste norma che tenga. Nella mia vita decido io con chi voglio stare. Il giudizio morale e il pregiudizio religioso devono necessariamente compiere un passo indietro. Ognuno di noi, in piena libertà, può scegliere di accompagnarsi a uomini, donne, transuomini, trans donne, senza che l’uno sia migliore o peggiore rispetto all’altro. Fino a quando non smetteremo di credere che esiste la Famiglia buona (quella del Mulino Bianco, per intenderci) e le unioni cattive (quelle omosessuali, per capirci) ecco che continueremo a mietere le vittime, a impedire che ognuno di noi possa realizzare un principio fondamentale: l’autodeterminazione. Esiste un’ipocrisia di fondo che ci conduce a crescere all’ombra di un progetto predefinito. Non è assolutamente vero! Compiere le proprie scelte in piena autonomia e nel rispetto delle libertà altrui è il massimo dell’esistenza. Condividere le proprie giornate e le proprie notti con chi si desidera senza indici accusatori puntati è il reale significato di democrazia compiuta. Questi tasselli, così finemente incastrati, sono gli unici che possono garantirci di continuare a vivere comprendendo la reale portata di questa parola. Considero deplorevole il grande circo mediatico con i suoi protagonisti pronti a impartire lezioni di sessualità corretta per poi fuggire, la notte, nelle periferie della città, acquistando i piaceri rinnegati. In quei posti si diviene tutti uguali, complici le luci fioche che celano il moralismo a doppio binario di chi cerca, in quella mercificazione dei corpi, lo sfogo dopo una giornata trascorsa a sostenere i valori etici e morali delle esistenze altrui. Il corpo così si adegua alla nostra mente ma l’animo no, si logora, macera pian piano e, spesso, come avviene nel regno animale, i più deboli soccombono. Vittime del sentirsi estranei a quella linea di normalità. Normalità! Odio questa parola. È tetro paesaggio di vincoli e paure che in modo ottuso poniamo per impedire di comprendere le ragioni altrui, escludendole, allontanandole, cacciandole a calci".
I Caffè Culturali: "Ci aiuterebbe a fare un po' di chiarezza? Quanti sono i modi in cui si manifesta l'espressione sessuale in relazione al genere, ammesso che una simile sistematica possa avere un senso senza mortificare l'autodeterminazione dei soggetti interessati?".
Gian Franco Meneo: "Una relazione sessuale in base al genere tende ad esprimersi in modo preconfezionato, freddo, surgelato. Perché? Leggendo Judith Butler ho compreso che le affermazioni: “Sono una donna”, “sono un uomo” indicano di per sé una costrizione. Mi spiego. Stabilendo il mio sesso escludo la possibilità materiale di instaurare una relazione “naturale” con persone del mio stesso sesso. Il tutto in barba al desiderio che è la valvola che alimenta le nostre esistenze terrene. Credo che il limitare il sesso tra persone di sesso diverso sia accettabile solo su due livelli: La libera scelta (l’essere consenzienti), pietra miliare di ogni congiungimento fisico; Le esigenze legate alla riproduzione, alla continuazione della specie. Bene, su questi livelli è incontrovertibile opporsi all’approccio meramente eterosessista. Fuori da questi due vincoli non si vede perché si dovrebbe essere costretti a reprimere un desiderio fondato sulla passione, sulla libera espressione dei sensi che decidono di andare oltre regole, oggetti, convenzioni etiche, ipocrisie. Le culture non possono essere calate dall’alto in modo autoritario. Bisogna smettere di costruire a tavolino pseudo canoni di felicità (la sistemazione, il matrimonio – ci dicono che dobbiamo andare oltre il posto fisso allora perché non siamo flessibili anche nel campo sentimentale?). Tutto è basato sulle convenzioni che si tramandano, irrigidite in un ricatto religioso, lo stesso che ci spinge a professare pubblicamente ciò che molto spesso è ripudiato in privato. (il detto:”vizi privati e pubbliche virtù”). Se riuscissimo a sollevare quel velo che non consente ad alcuni di manifestare apertamente il proprio essere, forse si riuscirebbe a debellare quel sottile (ma poi mica tanto) mercato, anche virtuale, che sottende alla ricerca dei piaceri NEGATI. Esistere, volere, soddisfare piacere non sono situazioni necessariamente soggette ad una giustificazione. Anzi. Liberiamoci delle catene e professiamo i vincoli religiosi che si traducono nei sacramenti solo se realmente sentiti nel nostro animo. Non per una festa di cresima o uno sposalizio o per apparire in cerca di un riconoscimento della società. Non si dimentichi che il perdono, condimento base della religione cattolica, è dai medesimi appartenenti a questo credo concesso a fasi alterne stabilendo una gerarchia di colpe, peccati che possono o meno essere perdonati. E se chi eccede non fosse da considerare un “vuoto a perdere”? il ruolo della politica e della fede religiosa dovrebbe essere quello di trainare una pacificazione, una riconciliazione del corpo con l’anima in modo da vedere ciò che siamo e non apparire per quello che vorremmo essere. Concludendo il genere può ma non deve costringere l’esistenza delle persone incardinandole in sistema voluto e costruito da altri. Questa per me è la libertà. Chiamandola ad alta voce potremmo permetterla di farla conoscere a tutti, anche a chi, in questo momento, mentre l’allegra famigliola si riposa, permeato della sua essenza perbenista chatta alla ricerca di quei piaceri che poi sarà pronto a definire come l’orma del diavolo dinanzi al prossimo che glielo chiederà in pubblico deridendo il suo sosia, il suo alter ego. Tutto pur di non farlo sapere al vicino".
I Caffè Culturali: "Torniamo al suo testo: Transgender. Le sessualità disobbedienti. Come è nata l'idea di scrivere sull'argomento".
Gian Franco Meneo: "L’idea di scrivere su questo argomento (o meglio su questi argomenti) è nata per caso, anzi per una serie di fortunate coincidenze. Ero ad un punto della mia vita in cui non ero soddisfatto dello status delle cose che mi circondavano e così ho deciso di riprendere gli studi. Una scelta che mi ha caricato in modo particolare. Nel sostenerne uno mi sono imbattuto in un testo che è poi diventata la pietra miliare per iniziare un percorso di intrecci, critiche, riflessioni. Gli occhi si sono aperti, l’animo ha iniziato a sciogliersi dai torpori che lo assediavano ed ho sperato finalmente pormi accanto alle tematiche di rivendicazione di genere che, tendenzialmente, sono viste come irrilevanti, trascurabili. Viviamo una stagione politica di grandi conflitti che chiudono anziché aprire la porta alle istanze multiculturali. A volte è difficile sostenere delle idee. Bisogna essere forti, resistere, disobbedire alle omologazioni, sostenere le voci, partecipare sempre e non zittirsi dinanzi ai luoghi comuni stupidi e pretestuosi. Sono grato a chi mi ha avviato verso la comprensione di questi temi, sono orgoglioso di portar avanti queste battaglie. Vorrei che non fosse necessario farlo ma non abbiamo questo potere. Spero di continuare ad avere l’entusiasmo che attraversa le dita che scorrono sulla tastiera. È una sensazione bellissima, d’intenso riconoscimento, di straordinario appagamento. Ho divorato talmente tanti testi che tutto sembrava caratterizzare la mia fame continua di sapere, volere, chiarire. Il testo, però, non è destinato a soffermarsi su uno solo degli aspetti della sessualità e il transgenderismo è anche nella capacità di cogliere che le discriminazioni compiute sul corpo della donna ieri, sono le stesse che oggi si consumano su corpi gay, lesbici e transgender che sfidano il mostro patriarcale di ora come allora. Nessuno deve chiedere perdono. Il perdono non si chiede quando si vuol dare un senso alla propria esistenza. Con buona pace di chi si sente “normale”, ingabbiato nella crudele attesa di un gesto di sottomissione che non verrà. No, non verrà".
I Caffè Culturali: "Come è nata l'intervista a Luana, su cui si basa Transgender. Le sessualità disobbedienti?".
Gian Franco Meneo: "L’intervista a Luana mi è stata data dalla possibilità offerta da una persona che, conoscendola, ha mediato per presentarmi. Quella persona è la stessa che ho definito prima colei da cui tutto è partito, la stessa che ha squarciato il velo che non mi consentiva di guardare oltre. Subito dopo esserci presentati a mezzo e-mail Luana è stata gentilissima con me, mi ha aperto con calore e familiarità la porta della sua casa romana, mi ha consentito di affrontare argomenti a 360° che nemmeno con un amico di vecchia data sarei riuscito a fare. Nulla è stato più uguale da quel momento. Il ritmo del treno del ritorno, nei chilometri che separano Roma da Foggia, mi faceva presagire quello che sto vivendo ora: un mutamento nel mio animo. Quella sensazione è la stessa che avvertiamo quando terminiamo una corsa. Una sensazione di sollievo per lo sforzo fisico che diminuisce, l’impulso della sfida futura, l’orgoglio dei comportamenti ostentati. Luana per me è stata questa: iniezione di profonda ammirazione e rispetto per l’intensa forza, riconoscimento al valore delle coscienze che smettono di tacere".
I Caffè Culturali: "Senza pretendere di svelare completamente i contenuti del libro, potremmo conoscere qualcosa di più su Luana?".
Gian Franco Meneo: "Parlare di Luana significa descrivere una persona che, molto apprezzata per le sue doti musicali, subisce un’aggressiva forma di misconoscimento quando, nel 2009, dopo venti mesi dall’inizio del percorso di transizione MtF (da maschio a femmina) per la riassegnazione del genere sessuale, ha ricevuto il benservito dal suo luogo di lavoro. È stato solo il primo episodio di intolleranza subito. Nella sua intervista Luana afferma che spesso chi esercita la fede cattolica dimentica che non esiste una gerarchia di colpe o peccati. Si è propensi a chiudere gli occhi dinanzi a colpe pesanti mentre il pensiero sessuale diverso è considerato inaccettabile. Nel ballottaggio di Milano Giuliano Pisapia ha vinto, ma durante la campagna i termini gay, femminiello, sono stati usati come delle armi per gridare allo scandalo, alla mercificazione dei corpi, al degrado. E pensare che per me degrado è altro, ben altro. Degrado è la riduzione della dignità umana a schiavitù, impossibilità di espressione libera del pensiero, costrizione e violenza fisica. Spesso tutto ciò avviene in famiglie normali. Con buona pace dei benpensanti e anche di chi sa ma gira la testa. La politica dello struzzo è talmente diffusa che a forza di mettere la testa nella sabbia spesso i granelli impediscono di vederci bene e allora tendiamo a soffocare chi ha resistito alla tentazione di nascondersi. Non si dimentichi che nel 1969 nel post Stonewall tutto ciò che venne dopo fu conseguenza di quella ventata di odio omofobico che per lungo tempo aveva invaso le menti. Quando un seme germoglia, anche dopo tanto odio, si vede nascere un movimento più radicale di persone che chiedevano di avere i diritti degli altri, accusati di essere “comunisti”, di voler compromettere il quieto vivere. Per la prima volta usarono la parola “gay” per le loro rivendicazioni. Attenzione a non fomentare un nuovo Stonewall".
I Caffè Culturali: "Perché una persona sente la necessità di cambiare sesso?".
Gian Franco Meneo: "Prendiamo uno specchio, gioia e dolore di ognuno di noi che vede in quel ritorno speculare l’immagine che gli altri percepiscono di noi stessi. Bene, lo specchio potrebbe essere considerata la risposta di questa domanda. Quando l’immagine restituita non soddisfa noi stessi ecco che diventa problematico gestire quello stato d’insoddisfazione. Noi guardiamo ciò che non ci convince e il problema è che in quel corpo dobbiamo viverci, tramite quel corpo dobbiamo dialogare con gli altri, aprirci al mondo, entrare nella comunità. Come possiamo sperare di farlo se la nostra scatola corporea non riflette il nostro animo? Devo aggiungere che ritengo assurdo il parere di chi vede in tutto ciò una anomalia visto che nell’autodeterminazione deve inserirsi, necessariamente, il diritto di mutare se stessi per ritrovare se stessi. Un gioco di parole, in realtà una tragedia infinitamente grande. Il problema è il confronto con il mondo esterno. Il dramma è l’accettazione, che non giunge, accompagnata da sorrisetti, gomitate, insinuazioni. Soprattutto nel piccolo centro, alcova dei grandi pettegolezzi o, come li si definisce oggi, gossip. Cambiare sesso può essere l’unico modo per veicolare se stessi alla dimensione di vita. Senza inutili giustificazioni. Semplicemente perché lo si desidera per via di quei diritti inviolabili che i padri costituenti hanno sancito nelle pieghe della nostra carta costituzionale. Sarebbe compito dello Stato garantire che tutto ciò possa avvenire fornendo servizi in grado di aiutare (davvero) chi attraversa un momento particolare e drammatico. Senza retoriche e senza stabilire una gerarchia di priorità perché la vita è individuale e va vissuta, appunto, collocando i tasselli che conducono al compimento di quel percorso che è la compiuta realizzazione. Siamo pronti a tutto ciò? Non credo ma spero possa accadere".
I Caffè Culturali: "Quali sono le difficoltà che incontra chi decide di cambiare sesso?".
Gian Franco Meneo: "E’ sicuramente una domanda impegnativa e forse non ho i titoli necessari per dare una risposta secca, decisa. Provo a interpretare quello che sento, avverto, per così dire annuso negli ambienti che frequento. Quando lavori in una scuola superiore, a contatto con ragazzi che vanno nella fascia d’età 14/19, non è raro ascoltare commenti pesanti che si pongono l’uno con l’altro. Bene, a prescindere dai termini, più o meno edulcorati, a seconda del contesto in cui ti trovi ad operare (ho girato numerosi istituti scolastici molto variegati tra loro), vi è un tipo di epiteto che viene utilizzato come offesa per eccellenza. Le gradazioni sono più o meno ricchione, frocio, altro. Quel termine, più degli altri è inteso in senso dispregiativo. Quando li inviti a riflettere sull’utilizzo del vocabolo ecco che ti rispondono con quella analisi adolescenziale netta e precisa: “Tanto qui non lo è nessuno!”. Attenzione, queste frasi sono il campanello d’allarme dell’onta che una situazione del genere potrebbe comportare. Come si potrebbe manifestare una diversa sessualità in un luogo così aggressivo. Eppure sono imput decisivi per comprendere come una società, nonostante il 2011, legge determinate situazioni. Ora questo accade anche quando lavori insieme a delle persone (e sul termine persona avrei da dubitare) che ancora definisce handicappato il diversamente abile che, probabilmente, non riesce a manifestare le sue molteplici capacità per la limitata predisposizione di chi lo circonda ad aprirsi, uscire al di fuori del proprio piccolo orticello (quando ripenso a certe cose e personifico i soggetti che le commettono ho una rabbia…). Questa premessa per sottolineare come un cambiamento di sesso smarrisce chi assiste alla trasformazione perché una tale possibilità non è prevista nell’educazione che riceviamo, nell’istruzione che apprendiamo all’interno della scuola. Molti miei colleghi, infatti, si ostinano ad utilizzare l’espressione: “Ma tu non sei normale!” ostentando così una linea di demarcazione tra ciò che è comprensibile e ciò che va oltre quella soglia e dunque dev’essere respinto con tutte le forze. Chi transita da un sesso all’altro non è accettato, forse al limite tollerato, ma non gli si propone un nuovo lavoro, non lo si invita facilmente nella propria schiera di amicizie. Nell’immaginario collettivo chi transita è destinato a “battere” nel senso classico di questo vocabolo da marciapiede. Il tutto in un’equazione matematica di facile soluzione. In tal modo si crea una categoria, uno status che impedisce il riconoscimento e l’accettazione, favorisce il misconoscimento, enfatizza l’omofobia. Poi, se qualcuno si prendesse la briga di analizzare i social network si renderebbe conto che tanti bravi, premurosi e veramente maschi padri di famiglia, non fanno altro che cercare un transessuale per soddisfare i propri 10 minuti di maschia vittoria. È uno stato di cose che andrebbe contrattato con la formazione per evitare che il sistema riproduci se stesso. Non è semplice ma nemmeno difficile. Basterebbe non tacere, compiere un primo passo. Donare il beneficio del dubbio. Esattamente come si fa nei confronti della più diffusa istituzione religiosa del nostro paese che non perde il consenso dinanzi a impressionanti casi di pedofilia. Eppure si diceva che la pederastia era appannaggio dell’omosessualità. Perché non si dona anche a quest’ultimi il beneficio del dubbio?".
I Caffè Culturali: "A chi, quando e come si rivolge chi è alla ricerca della propria forma sessuale? Esistono delle strutture disponibili sul territorio?".
Gian Franco Meneo: "La possibilità di cambiare sesso nel nostro ordinamento giuridico è disciplinata dalla Legge 164 del 1982 che prevede la richiesta da produrre al Tribunale per procedere alla rettifica dello stato civile con la presenza con possibilità di trattamento medico-chirurgo dopo un periodo di cure ormonali. In Italia i luoghi dove poterle eseguire sono pochi, i tempi di attesa lunghi e spesso si decide di andare all’estero. L’iter è lungo e spesso si accompagna ad un lungo percorso di travaglio di coloro che lo richiedono che si trasforma in un investimento notevole sulla persona. Quanta sofferenza per un corpo che non riflette se stesso. Non è un percorso semplice o breve e le difficoltà sono notevoli, intense. Vi sono alcuni centri importanti come Trieste, Torino, Bologna, Roma. i centri, però, sono insufficienti a garantire una tempistica che si sposi con il tormentato iter che accompagna questa scelta".
I Caffè Culturali: "Come vive Luana, oggi, la sua condizione?"
Gian Franco Meneo: "Io non posso giudicare, dopo un’intervista, come può sentirsi Luana, oggi. Soprattutto non voglio esprimere giudizi perché quest’attività, anche in ambito positivo, corrisponderebbe all’errore e a quel vizio di forma che caratterizza l’essenza umana protesa a “condannare” o “assolvere” secondo il metro di giudizio di chi osserva. Mi sento solo di sottolineare che una persona priva di timori nel rappresentare se stess* agli altri è in grado di avere da un lato la forza che solo la sincerità può avere di abbattere muri e, dall’altro, tutta le fragilità di presentarsi “nud*” alla società. Un connubio fragilità – forza che è indiscutibilmente, indissolubilmente, irrimediabilmente umano. Per fortuna".
I Caffè Culturali: "Quale futuro prevede per coloro che vivono tali problematiche?"
Gian Franco Meneo: "È una domanda impegnativa. Ripensando alla risposta mi è venuto in mente un luogo da cui far partire la risposta. Mi trovavo su una strada statale della provincia di Foggia. Bene, in un determinato punto, da sempre, si trova un camper che ospita un transessuale che si prostituisce. Nulla di nuovo. Allora, la caratteristica è stata quella di vedere parcheggiata una bella autovettura. Insomma, per farla breve, una di quelle che vedi e trasmettono esclamazioni tipo: “Ehi gente, guardate, sono arrivato!”. Da questa macchina, ovviamente linda e tinta, scende un signore di mezza età, ben vestito, una camicia di quelle che non si sgualciscono nemmeno dopo ore di guida, la testa abbassata, per non farsi vedere, il passo svelto per raggiungere il luogo del piacere. Quale piacere? Che cosa resta alla persona che si prostituisce? Che cosa resta a colui che usufruisce del servizio? È un interrogativo non di poco conto. La prospettiva del futuro delle persone transessuali ma, in senso ampio, anche di coloro che vanno fuori dalla scelta dell’eterosessualità, passa proprio per la distanza tra la macchina di quel signore e il camper del transessuale. In quei pochi passi si cela la grande convinzione capitalista di colui che può acquistare un corpo. Fin qua nessuna scoperta dell’acqua calda. Non per nulla la prostituzione è il mestiere più antico del mondo. Eppure il paradosso si cela nel fatto che si acquista, in questo caso, un corpo che disprezziamo. Mi spiego. La prostituta resta una donna. Il corpo, l’immagine che riflette, appartiene al sesso che viene scelto anche come compagna di vita. E così potremmo fare nel caso della prostituzione maschile. Invece, nell’accompagnarsi al trans, io mercifico il corpo prima e, successivamente, nel pubblico lotto contro quel corpo e le sue forme. È innegabile un dissidio interno. Credo che in quei passi, dunque, ci sia una negoziazione bilaterale perché acquisto il corpo da un lato e dall’altro prostituisco le mie idee che abbandono sul selciato che conduce al camper, per poi riprenderle all’uscita, mentre magari mi sistemo i pantaloni e ripongo il portafogli pensando che, forse, al ritorno sarebbe carino prendere un regalino o anche un semplice mazzo di fiori per mia moglie. Fino a quando ci saranno queste persone che non sanno collocarsi tra il nero e il bianco, finché quel selciato sarà un andrivieni di quei desideri così contrastanti, ecco che non ci sarà futuro. Ho visto persone professare le loro idee, ragioni, condannando ed emettendo sentenze. Ho sentito, soprattutto negli ultimi due-tre anni, soffiare un vento fortissimo di intolleranza, paura. Ho studiato, però, che il mercato delle sessualità disobbedienti aumenta in modo impressionante. Economicamente l’offerta cresce di fronte ad un aumento della richiesta. Se tanto mi dà tanto devo ritenere che non ci sarà futuro fino a quando io sarò convinto di poter acquistare, pagare, dare valore a qualcosa che bollo come amorale, immondo. In queste pieghe si fonda lo sterco dell’esistenza umana e affondano le radici del perbenismo, dell’ipocrisia. Qualcuno potrebbe opinare che non tutti si comportano in questo modo. Meno male. Pensiamo alla tristezza, molto da concezione patriarcale, del voler dire, vabbé si tratta solo di alcuni. Qualcuno mi ha insegnato che se fosse anche un solo corpo a soffrire di un accanimento così forte, ecco che sarei ugualmente fermo nella condanna. Naturalmente i numeri sono tanti, ma, come sempre, anche quelli sono buttati lì in quella stessa distanza che separa la macchina dal camper. Con buona pace di quanti, mentre scrivo, pensano che, forse, il regalo postcoitale da destinare alla moglie non è poi una cattiva idea. Sosteniamo i diritti di chi sceglie diversamente o perlomeno cerchiamo di adottare lo stesso atteggiamento nel pubblico e nel privato. E se ci vai a letto, non sparare sul pianista, non si capirebbe il perché. Questo è il passo nel presente necessario per addivenire ad un futuro".
I Caffè Culturali: "Come insegnante, e quindi come educatore, come è avvertito ed affrontato il tema nella scuola?"
Gian Franco Meneo: "La scuola è un terreno difficile per argomentare su determinate questioni. Mi riferisco ovviamente alla scuola secondaria di II grado e trovo che, spesso, da parte degli insegnanti, vi sia una riottosità a parlare di sesso ma soprattutto a cercare di comprendere momenti particolari come quelli di un ragazzo o di una ragazza che manifesta dubbi e perplessità sulla propria sessualità. Precisiamo, il compito non è degli insegnanti ma è compito della scuola prendere atto di alcuni disagi e magari divenire intermediari con il mondo circostante. Bisogna aiutare in modo particolare coloro che sembrano più deboli poiché sono i più esposti, i più fragili. Non dimentichiamo gesti eclatanti di allievi/e che hanno rinunciato alla vita in un gesto estremo e disperato, soffocati evidentemente dalla solitudine affollata che li circondava. Invece, accade spesso che situazioni di omosessualità siano taciute anche se palesi, che si chiuda gli occhi dinanzi a episodi di bullismo dove per bullismo intendo la sistematica persecuzione cui si trova sottoposto chi legge se stesso in modo diverso. Inoltre, se nei licei le teste pensanti sono più abituate alla riflessione, al confronto, al momento della discussione vi sono istituti tecnici o, peggio, i professionali ove si opera in situazione di emergenza sociale su tanti versanti per motivi familiari, economici, ecc. e dove certe istanze sono ancor più sminuite, forse ridicolizzate anche da parte di chi siede al di là della cattedra. Affronto chiaramente la questione, sono un docente e per mia sfortuna (o in certi casi fortuna) sto girando molteplici istituti. In questo mio girovagare credo che uno degli ostacoli maggiori che io incontro sia fondato proprio sul rapporto con i colleghi. In alcuni indirizzi cui mi rifacevo in precedenza, vi è la difficoltà già a far scuola nel senso ordinario dunque diviene improponibile cercare di arrivare ad instaurare dei discorsi socialmente rilevanti con persone che non guardano al di là del proprio naso e che in alcuni casi partecipano (anche in modo silente o con appropriati sorrisetti) a certe forme di denigrazione. Non è qualcosa di astratto ciò che affermo poiché basti pensare che vi sono scuole dove trovi qualche imbecille di turno che non riesce ancora ad accettare i diversamente abili. Conosco persone (e il termine persona mi pesa da utilizzare) che non riescono a confrontarsi con chi ha disagio mentale dimostrando la grettezza e la povertà spirituale, intellettiva e morale che li sovrasta. Figuriamoci se con questi soggetti asserviti al pensiero della società patriarcale sia possibile parlare, discutere, sfogarsi in un momento delicato come può essere anche la denuncia o la semplice constatazione della propria diversità. Sì, in certi contesti, la parola è un dono prezioso che viene negato a chi vuol manifestare il proprio pensiero e abusata da chi, a torto o ragione, occupa un posto di educatore senza avere la benché minima idea di cosa sia l’educazione".
I Caffè Culturali: "Abbiamo parlato di giovani, ma come vengono vissute le problematiche, di cui stiamo trattando, quando si giunge alla vecchiaia?"
Gian Franco Meneo: "Rispondendo a questa domanda correrò il rischio di fare retorica. Indubbiamente un corpo giovane, tonico merita di essere esibito, guardato e desiderato. Il tempo, però, ci dice che inevitabilmente gli anni lasciano su quello stesso corpo dei segni. Onore alla rughe, onore ai vecchi, indubbiamente. Però, quando la propria vita è stata un investimento sul corpo ecco che quei giorni, quei segni possono divenire un compagno indesiderato di viaggio, per intenderci un po’ come coloro che si imbucano alle feste. Non te li aspetti ma a volte diventano i protagonisti della scena principale. È questo tra l’altro un argomento su cui posso esprimere delle semplici considerazioni personali che non sono suffragate da nessuna esperienza diretta, l’unica che può quantificare il reale peso che queste situazioni possono incidere. Per questo ritengo che solo un corpo che ha avuto modo di accettare e di armonizzarsi per quello che è può divenire scrigno della certezza che i segni del tempo, inesorabili e non gentili, possano appoggiarsi, sedimentare , ma non abbattere. È auspicabile, così, che ogni transizione avvenga nei tempi giusti. Rifletto che qualcuno potrebbe opinare che anche la definizione di “tempi giusti” si presta ad un coacervo d’interpretazioni e quindi ecco che la domanda potrebbe nuovamente iniziare scegliendo una nuova strada…".
I Caffè Culturali: "Cosa le ha lasciato la stesura di Transgender. Le sessualità disobbedienti ?"
Gian Franco Meneo: "Questo libro è stato forte, ruvido, dirompente, liberatorio, cattivo, fedele alle idee, disobbediente. È il frutto di tanti mesi di lavoro, di tante difficoltà ma anche di un arricchimento del mio animo notevole. Il libro mi ha dato la certezza di voler avere una missione, lottare per affermare le proprie idee, contare sul valore del raggiungimento della parola: Libertà. È la mia creatura e si è conquistata uno spazio come componente della mia vita".
I Caffè Culturali: "Quale futuro per Gian Franco Meneo, scrittore?"
Gian Franco Meneo: "Questo libro ha avuto la valenza di una chiave, mi ha consentito di aprire una porta che ha spalancato l’entusiasmo, la forza l’energia dirompente per capire, far capire, appoggiare una causa. Il libro è diventato carta ed esattamente come un bambino, inizia a muovere i suoi primi passi. Io lo guardo ammirato ma sono pronto ad appoggiarmi a quella giovane forza per lo slancio necessario proteso al superamento dei grandi e piccoli ostacoli che incontra chiunque vuole un mondo senza muri, condizionamenti e dove la libertà è il bene primario che muove le fila dell’esistenza. Cosa farò nel futuro? È un momento troppo incerto nel campo della progettualità per poterlo dire. Eppure, sono convinto che quando l’inchiostro si è asciugato mentre la tipografia stampava il testo, qualcosa è cambiato dentro di me… Lasciamo che sia il tempo a verificare gli esiti mentre la mia testa cerca di essere pensante per aprirsi alla nuova offensiva contro il pensiero benestante, rafforzato, a senso unico. Impegnativo sì ma stimolante. La vita priva di sussulti, del resto, non è vita. Io sono decisamente ad una fase superiore!".

 

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titolo: "Tavolino riservato a Gianfranco Meneo"
data di pubblicazione:
24/05/2011

ultimo aggiornamento:
23/06/2011

codice di riferimento:
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