Tavolino riservato a Manuel Malavenda

     


Manuel Malavenda



Nome: Manuel
Cognome: Malavenda
Data di nascita: 27/09/1994
Nazionalità: italiana
Sito web o collegamenti inerenti l'ospite: https://www.facebook.com
"E mail": mrmanu@live.it
Interessi: "In generale amo tutto ciò che riguarda l'arte di esprimere emozioni. Amo in particolar modo la musica: in una prossima vita, se potessi scegliere, vorrei sicuramente nascere intonato e diventare, chissà, un cantante. Amo disegnare, anche se non sono particolarmente portato, amo creare, inventare, pensare. Amo il cinema e guardare film. Ovviamente, essendo un giovane autore emergente, amo leggere e scrivere, ma questo mi sembra inutile sottolinearlo".
Note di presentazione: "Sono nato a Sassuolo, in provincia di Modena, nel lontano - neanche troppo - 1994. Adesso vivo a Formigine, sempre in provincia di Modena, ho diciassette anni e frequento il liceo scientifico - da cui non vedo l'ora di uscire. Ho origini calabresi, infatti entrambi i miei genitori sono nati a Reggio Calabria, ed in famiglia siamo in quattro: ho una sorella più grande di me di sette anni che si chiama Cristel. Sono sempre stata una persona creativa, e da piccolo, ad essere sincero, non ho mai letto molto. E' stato in terza media che ho scoperto il mio amore per la scrittura - a leggere invece avevo già iniziato da un po' - grazie alla mia professoressa di italiano. Da allora non mi sono mai fermato, ogni volta che ho un'idea o qualcosa mi colpisce, sento la necessità di scriverlo".
Comunicazioni dell'ospite:

"Questo è uno dei racconti brevi a cui sono più affezionato ed è intitolato

Fuga dal cuore

(http://bambinoalba.altervista.org/bambinoalba_0003.html)"

Collegamento ai
lavori pubblicati:
"Il mio primo romanzo è Il bambino che voleva vedere l'alba.
Per maggiori informazioni potete visitare la pagina facebook
(https://www.facebook.com/pages/Il-bambino-che-voleva-vedere-lalba/133700393375512) oppure il sito ufficiale (www.bambinoalba.blogspot.com)
".

L'intervista all'ospite
I Caffè Culturali: "Perché Manuel Malavenda scrive?".
Manuel Malavenda: "Devo ammettere che se mi fosse stata posta questa stessa domanda un po' di tempo fa forse non avrei saputo rispondere. Avrei risposto che ci sono cose che si fanno senza un particolare motivo, le si fanno e basta. In un certo senso lo penso ancora, è una cosa che mi viene naturale, se mi salta alla mente una storia, un pensiero, un'idea, non la lascio a marcire nella mia testa, piuttosto sento la necessità di scriverla. Se la scrivo sono sicuro che ogni volta che vorrò, quella storia, quel pensiero, quell'idea sarà lì ad aspettarmi. Il motivo per cui scrivo è essenzialmente questo: intrappolare emozioni. Non mi riesce particolarmente bene scrivere qualcosa di estremamente ordinario e piatto, ma se c'è un'emozione da raccontare, allora inspiegabilmente il foglio si riempie con fiumi di parole. Io la inchiodo lì sul foglio quella sensazione, prima di tutto per me, e a volte sento che mi farebbe piacere condividerla con gli altri ed è solo in quel momento che lascio leggere agli altri ciò che ho scritto. Non c'è mai stata una volta in cui ho pensato: Adesso scrivo qualcosa che possa piacere alle persone. Scrivere è arte, ed arte è esprimere prima di tutto noi stessi, quello che siamo veramente".
I Caffè Culturali: "Cosa scrive Manuel Malavenda?".
Manuel Malavenda: "Non mi è mai piaciuto mettere limiti all'arte. Nel caso della musica, non mi piace etichettare per generi, quindi decidere se un cantante è rock, pop, metal, rap... e lo stesso discorso è per la scrittura. Io scrivo tutto quello che mi sento di scrivere. Il mio primo romanzo è un'avventura fantasy, ma non per questo Manuel Malavenda scrive solamente fantasy. Nel mio computer ho una cartella in cui ho riunito tutto ciò che ho scritto e basterebbe dargli una veloce occhiata per rendersi conto di quante varietà di cose si possono trovare: c'è del fantasy, ma ci sono anche esperienze personali, ci sono racconti dall'atmosfera quasi eterea e fiabesca, ed altri sono racconti di paura. Sicuramente, almeno all'inizio, mi è risultato molto più facile inventare situazioni e personaggi fuori dall'ordinario per le mie storie. Una cosa che mi piace spesso dire è che ognuno ha il suo mondo della fantasia nella sua testa, e credo che sia diverso per ognuno. Quello che ci vedo io è raro che possano vedercelo anche altri e quindi scrivo con la sicurezza che quel che è sulla carta nessuno può averlo visto nella vita di tutti i giorni: è qualcosa di speciale, di unico. Credo invece che per scrivere del mondo che ci circonda sia necessario avere un messaggio forte, una situazione reale, ma fuori dal normale allo stesso tempo".
I Caffè Culturali: "Ha scritto che sente l'esigenza di intrappolare emozioni: perché? Cosa la spinge a fissare certi momenti attraverso la scrittura?".
Manuel Malavenda: "E' lo stesso motivo per cui si scatta una fotografia, almeno per me. Se ci troviamo davanti ad un paesaggio meraviglioso, se sta succedendo qualcosa di particolare, o anche semplicemente se c'è qualcosa che non vogliamo dimenticare, allora tiriamo fuori la nostra macchina fotografica e con un click immortaliamo quel momento. Ma un'emozione non è come un bel paesaggio, perché non è qualcosa che si può vedere, ma è qualcosa che si sente, e quindi l'unico modo che conosco per immortalarla è proprio quello di scriverla. Il motivo per cui lo faccio è che essenzialmente noi ci nutriamo proprio di questo: quando, ogni tanto, apriamo il nostro album di fotografie, lo facciamo con l'intenzione di sorridere, provare nostalgia, arrabbiarsi, divertirsi. Spesso si finisce per definire emozionante solo qualcosa che ci porta alle lacrime e io penso che sia sbagliato, perché anche qualcosa che ci fa estremamente divertire è emozionante. Quindi, alla fine, chi è che avrebbe voglia di guardare una fotografia sapendo che non lo farà ridere, piangere, riflettere o divertire? Chi vorrebbe leggere qualcosa sapendo che questo non susciterebbe qualcosa in lui? Nessuno".
I Caffè Culturali: "A proposito del piacere di condividere le sensazioni con qualcuno, a cui ha fatto riferimento prima: come vede gli altri, Manuel Malavenda, ora che sono diventati pubblico? Cosa sta riscontrando ora che il suo scrivere è diventato libro ed è a disposizione degli altri? Come percepisce il pubblico?".
Manuel Malavenda: "Non nascondo che chiamarlo pubblico mi fa ancora un po' sorridere, perché mi fa pensare ad una folla di persone tutte con il mio libro in mano. Sarebbe bellissimo, ma non è ancora la realtà. Nonostante ciò, con questa mia prima esperienza di pubblicazione, il mio piccolo pubblico me lo sono fatto anche io. Racconterò una piccola esperienza dove il pubblico l'ho toccato con mano, essendoci a diretto contatto: il mio libro era stato pubblicato da poco e per promuoverlo un'edicola mi ha permesso di prendere un tavolino, appoggiarci qualche libro, e rimanere lì per vedere se qualche malcapitato era interessato. E' andata piuttosto bene: ogni volta che qualcuno si portava il mio libro a casa ero felicissimo, ma lo ero ancora di più quando, la settimana dopo, incontrando quelle stesse persone, mi dicevano di averlo letto. Molte di loro mi incontravano per puro caso, mentre stavano andando a prendere il giornale, ma una signora è tornata in quell'edicola solo per dirmi che aveva divorato il libro, che le era piaciuto tantissimo e che era strabiliante che lo avesse scritto un ragazzino di tredici anni. In generale Il bambino che voleva vedere l'alba ha avuto un riscontro molto positivo e questo mi ha infuso una nuova forza per continuare in questo lungo percorso che ho appena intrapreso. Il giudice alla fine sono loro: i lettori. Sono loro che decidono se quello che hai scritto vale qualcosa o no. Per adesso non posso lamentarmi e mi sento di dovere un grazie a tutti coloro che, nonostante non sia ancora nessuno, hanno letto e apprezzato il mio libro".
I Caffè Culturali: "Di cosa tratta Il bambino che voleva vedere l'alba?
Manuel Malavenda: "Il bambino che voleva vedere l'alba racconta l'avventura di un bambino e il suo percorso interiore di crescita. Il suo viaggio inizia un po' per caso: dopo aver trovato la mamma senza vita nel suo letto, decide di lasciarsi la sua casa alle spalle e senza neanche accorgersene si ritrova catapultato in un mondo assurdo: esistono persone condannate a cantare per sempre, esiste Sèl, una piccola palla di pelo bianca che vola, la neve che cade dal cielo è rossa come il sangue e un conte vive la sua intera vita con una benda nera sugli occhi. L'intero viaggio è il suo tentativo di ritrovare una strada per tornare a casa sua. Il piccolo protagonista durante questa lunga avventura incontra diversi personaggi, alcuni di loro sono suoi amici, altri suoi nemici, ma tutti hanno un insegnamento che lo aiuterà a crescere. Alla fine è questa la vera avventura del bambino: crescere. Il protagonista, durante tutto il suo viaggio, non ha un nome, se non alla fine. Non è che me ne sia dimenticato: semplicemente quello che in realtà il bambino sta cercando è la sua identità e poi volevo che tutti potessero identificarsi in lui. Tutti noi, magari in momenti diversi della nostra vita, dobbiamo crescere e non dobbiamo mai smettere di migliorarci. Questo è quello che volevo dire, anche se per farlo ho impiegato un centinaio di pagine".
I Caffè Culturali: "Quando e come è nata la sua opera?".
Manuel Malavenda: "A questa domanda sento di avere un po' già risposto nell'introduzione del mio libro e per questo ve ne riporto una piccola parte:
Questo racconto è stato un viaggio anche per me, come salire su una nave armati solo del biglietto per partire. Non avevo orari, né direzioni, solo un inizio. Quando mi accinsi a scrivere la prima pagina non avrei mai pensato che sarebbe stata seguita da molte altre, avevo semplicemente trascritto il sogno che aveva fatto quella notte. Sono salito su quella nave senza l'intenzione di vivere un'avventura, ma una volta a bordo era come se in cuor mio sapessi di dover arrivare da qualche parte, un traguardo molto importante. Mi son messo al timone e ho viaggiato, la nave lasciava una scia di pagine e pagine... E' stata una sensazione unica, scrivere senza freni perché le idee si mettevano in fila da sole nella mia testa. Sono giunto alla parola fine senza neanche accorgermene e riguardando la strada percorsa mi sono reso conto di aver lasciato un po' di me tra una parola e l'altra, che la scia della nave non era la schiuma del mare, ma il riflesso delle mie emozioni.
Come ho scritto, non ho mai avuto l'intenzione di scrivere un libro. E' successo tutto un po' per caso. Avevo tredici anni ed una mattina come un'altra mi sono svegliato: avevo fatto un sogno che mi aveva lasciato una sensazione strana e ho deciso di scrivere qualcosa che fosse impregnato della stessa emozione. Il risultato è stata la prima pagina del racconto. Tempo dopo ho ripensato a quel bambino che avevo lasciato solo sulla strada in quella misera pagina e ho iniziato a scriverne altre, fino a quando mi sono accorto che avevo scritto una lunga storia. Quando sono giunto alla fatidica parola fine il mio pensiero è stato: Oh cavolo. Ho scritto un libro, nemmeno io so come ho fatto, però sono felice e sono orgoglioso di lui".
I Caffè Culturali: "Poco prima ha citato la parola crescere. Cosa significa per lei crescere? Cosa è cambiato nel protagonista del suo libro per essere considerato cresciuto?".
Manuel Malavenda: "Per me crescere è un lungo percorso: spesso non ci accorgiamo quando lo stiamo percorrendo, ma arriva il momento in cui, guardandoci allo specchio, vediamo che c'è qualcosa di diverso ed è in quel momento che ci accorgiamo di essere cambiati. Credo che crescere sia essenzialmente migliorarsi, scoprirsi, a volte può anche voler dire affrontarsi. Il piccolo protagonista all'inizio sa poco della vita e vive tutto con leggerezza: non sa nemmeno cos'è la morte. Durante il suo viaggio lo impara ed è una delle tante consapevolezze che si porterà dietro. Sapendo cos'è la morte, si può dare il giusto valore alla vita. Sapendo dare alle parole il giusto peso, impariamo che bisogna sempre sceglierle con cura. Conoscendo il vero valore dell'amicizia e della famiglia, sappiamo dove trovare rifugio nei momenti difficili. Scoprendo il male, sappiamo riconoscerlo e possiamo decidere di combatterlo. A noi sembrano cose banali, ma credo che siano proprio queste piccole consapevolezze, di cui ho fatto qualche esempio, che ci permettono di migliorarci. Per crescere il piccolo protagonista deve attraversare un momento di dolore, ed è per questo che vuole vedere l'alba: la nascita di un nuovo giorno, la felicità dopo il dolore, l'essere finalmente una persona cresciuta, migliore, dopo aver scoperto aspetti della vita che prima ci erano ignoti. Non potremo mai conoscere a fondo la vita perché avrà sempre sorprese in serbo per noi e credo che, di conseguenza, non smetteremo mai di crescere".
I Caffè Culturali: "Che rapporto intercorre tra lei ed i personaggi del suo lavoro?".
Manuel Malavenda: "Non saprei definire un particolare rapporto con i miei personaggi perché provo qualcosa di diverso per ognuno di loro. Il bambino che voleva vedere l'alba è narrato in prima persona, quindi il legame più forte è sicuramente quello con il piccolo protagonista. Mi identifico in lui e spesso è portavoce dei miei pensieri. Come ho scritto anche nell'introduzione al romanzo, questo libro è stata un'avventura sia per me che per lui, siamo cresciuti entrambi. Mi sta anche portando tante soddisfazioni quindi come non volergli bene? Ci sono altri personaggi poi che sono ispirati a persone che sono state, o tuttora sono, parte della mia vita e quindi in un certo senso portano una vera parte di me nella storia. C'è un personaggio per esempio che si chiama Valentine ed è il primo che insegna qualcosa al bambino: allo stesso modo io sono cresciuto insieme a Valentina, la mia migliore amica. Anche lei ha insegnato a me a volte, così come io ho insegnato a lei. Altri personaggi invece sono completamente frutto della mia fantasia. Questi ultimi li sento un po' come se fossero miei figli: senza di me non sarebbero mai esistiti. Sono mie creature".
I Caffè Culturali: "Cosa le ha lasciato lo scrivere il suo libro? Come è stato accolto da coloro che le sono più vicino?".
Manuel Malavenda: "Non saprei se è più il libro ad aver lasciato qualcosa a me, o sono io ad aver lasciato qualcosa dentro al libro. E' stato forse uno scambio reciproco. Quello che sicuramente ho imparato è che le cose più sincere non bisogna volerle ad ogni costo, vengono da sé. Probabilmente se avessi impugnato la penna e mi fossi messo davanti ad un foglio con l'intenzione di scrivere un libro, allora non ci sarei riuscito. Invece sono state la fantasia e la passione che mi hanno permesso di dare una fine a quell'avventura che stavo scrivendo un po' per gioco. Adesso che questo libro è già scritto, e anche pubblicato, mi sta dando anche l'opportunità di scoprire qualcosa di me. Per esempio, io sono una persona molto timida e non avrei mai pensato di poter impugnare un microfono e parlare davanti a una cinquantina - o forse più - di persone. Invece alla presentazione del mio libro è successo e, nonostante avessi paura che tutto andasse storto, tutto è andato liscio come l'olio. Sembra stupido, eppure mi ha aiutato a scoprire qualcosa di me. Come ho detto prima, mentre cresciamo e impariamo qualcosa non ce ne rendiamo neanche conto. Probabilmente scrivere questo libro mi ha insegnato molto di più, ma me ne accorgerò solo più avanti riguardando la strada percorsa. Le persone vicino a me ovviamente hanno accolto con entusiasmo la stesura di questo libro, prima, e la sua pubblicazione, poi. Mi hanno incoraggiato molto e questo è stato importante, perché le persone che ti sono vicine sono anche le uniche - o le poche - che sono sincere: se ho il loro appoggio allora posso stare tranquillo. Spesso mi son sentito dire che sono stato veramente bravo perché non è da tutti scrivere un libro. Un po' mi viene da storcere il naso: non credo di essere bravo soltanto per aver scritto un libro, ma è la qualità di ciò che si è scritto che determinano la bravura o meno di uno scrittore emergente e quella non posso essere io a giudicarla".
I Caffè Culturali: "Quale futuro per Manuel Malavenda, scrittore?".
Manuel Malavenda: "Al momento ho già concluso la prima stesura di un altro libro, e sono al lavoro su un terzo. Per adesso le idee non mi mancano, quindi finché sono fresche mi conviene scriverle, non sia mai che scappino! Non mi metto fretta però, forzare le cose non aiuta. Ci sono periodi in cui magari non scrivo nulla, ed altri in cui l'unica cosa che vorrei fare è scrivere. Il destino che avranno questi due lavori sinceramente ancora non lo so: sicuramente spero di riuscire a pubblicarli proprio come è successo con Il bambino che voleva vedere l'alba. In ogni caso, in qualsiasi modo vada, sono già felice così perché ho avuto le mie piccole soddisfazioni. Sto con i piedi ben ancorati per terra e non mi faccio grandi aspettative, così da non rimanere troppo deluso nel caso in cui non dovesse accadere niente di eccezionale. Una cosa è certa: spero che Il bambino che voleva vedere l'alba sia il primo di tanti altri e mi auguro di poter migliorare storia dopo storia, la strada da fare è tanta - forse troppa - prima di sentirsi arrivati".

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Informazioni su questa pagina
titolo: "Tavolino riservato a Manuel Malavenda"
data di pubblicazione:
10/02/2012

ultimo aggiornamento:
27/02/2012

codice di riferimento:
I120210.1618.DLI.AP.man
autore:
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