Tavolino riservato a Alessandro Maiucchi

     


Alessandro
Maiucchi


Nome:

Alessandro

Cognome:

Maiucchi

Data di nascita: 01/10/1966
Nazionalità:

Italiana

Sito web o collegamenti inerenti l'ospite: http://www.alexmai.it/
http://maiucchi.splinder.com/
"E mail": alessandro@alexmai.it
Interessi: "Amo leggere, lo faccio in ogni momento libero della giornata. Ho un libro sul comodino, di quelli che forse sono noiosi ma che mi concilieranno il sonno. Ho un vecchio classico in bagno, perché certi libri vanno letti e magari si scoprono storie che pur vecchie di 50 o 100 anni sono ancora attuali. Ho infine il libro "titolare" nello zaino, in modo da poterlo leggere sul bus o in ogni altro momento... Poi amo scrivere, perché mi capitano in testa idee spesso balzane ed è fantastico trovare il modo di vedere come possono essere sviluppate. Poi amo ascoltare musica rock degli anni '70, quella dei gruppi con cui sono cresciuto: Queen, Kiss, Rush, Led Zeppelin, Pink Floyd e mille altri (anche se non disdegno certa musica più recente). Ancora, amo guardare i miei "cult movies" preferiti, da Blade Runner ai Blues Brothers ai primi di Gabriele Salvatores...".
Note di presentazione:

"Sono nato a Roma 45 anni fa, sono sposato e ho due figli. Lavoro in campo informatico e forse per questo cerco di evadere con la scrittura. Ho sempre avuto ottimi voti in italiano scritto ma mi sono deciso a scrivere seriamente solo nel 2000, dopo aver passato di slancio il test del Mensa, the High IQ Society: prima non credevo nei miei mezzi e mi fermavo prima di dar loro modo di brillare. Durante una lunga vacanza nel 2001 sulla East Coast degli Stati Uniti ho gettato le basi per cinque romanzi (di cui tre strettamente correlati tra loro, a formare una trilogia orizzontale), che ho scritto nei tre anni successivi. Nel 2005 ho pubblicato il primo di essi, Orchidea. Tra il 2011 e il 2012 uscirà la trilogia formata da Ossa, Snuff e Marionette, quindi l'ultimo romanzo americano intitolato Nel buio. Attualmente sono in fase di revisione del settimo romanzo, ambientato a Roma nel 2022".

Comunicazioni dell'autore:

Martedì 24 gennaio 2012 alle ore 17.30 presso la libreria Mondadori di via Piave a Roma, presentazione del romanzo Snuff con Fabrizio Finamore, Claudia Resta e Arduino Sacco.

Collegamento ai
lavori pubblicati:

L'intervista all'autore
I Caffè Culturali: "Chi è Alessandro Maiucchi?".
Alessandro Maiucchi: "Domanda cui è difficile rispondere, anche per me. Ricordo che a scuola una professoressa mi chiamava l'oggetto misterioso, perché ero piuttosto chiuso di carattere. Sono il primo di quattro figli maschi e ho subìto molto le aspettative di mio padre. Quando è morto avevo diciotto anni ed eravamo nel periodo più conflittuale, quindi la tragedia mi colpì come un maglio. Fu una tragedia duplice, come se fosse morto due volte: seppi a novembre che aveva un male incurabile (per il quale anche dopo ventisette anni non c'è scampo) quindi ebbi sia la notizia traumatica (come per le morti per incidente) sia quella lenta (per le morti da malattia) a dicembre. A quel punto ci fu una scossa fortissima: iniziai a lavorare al suo posto, anche se dovevo ancora finire il quarto anno di ragioneria. La scossa servì, perché l'immersione in un ambiente di quarantenni mi cambiò radicalmente. Due anni dopo ci fu l'incontro all'università con una ragazza speciale, poi diventata mia moglie, che nelle sue parole ha trovato 'sta perla nell'ostrica che ero. Insomma, Alessandro Maiucchi è innanzitutto una persona che ha costruito la sua vita su un rapporto di amore/odio (come probabilmente milioni di altri). Con gli anni compresi meglio mio padre, le sue passioni e le sue mirabolanti capacità. Aveva le mie doti matematiche (materia in cui ero il migliore a scuola) e letterarie (ero il migliore anche in italiano scritto: però andavo male in tutte le altre materie, causa la poca voglia di studiare) unite alle notevoli capacità artistiche dei miei fratelli, tutte riunite in una sola persona. Come vedete, tendo a perdere l'obiettivo, ad andare fuori tema come mi diceva il professore di italiano... Alessandro Maiucchi oggi è una persona felice, che ha trovato nella scrittura il suo mondo. Un modo per giocare a fare Dio come dicono gli anglofoni, per creare mondi e personaggi che affronteranno destini imprevedibili. Nel mondo reale ha un lavoro che lo soddisfa (ma che è molto lontano dal pianeta fantastico della letteratura) e una famiglia che ama, ma nel mondo virtuale veste di volta in volta i panni di mille personaggi e li fa vivere. Un'attività che consiglio a tutti!"
I Caffè Culturali: "Quando e come Alessandro Maiucchi ha iniziato a scrivere?".
Alessandro Maiucchi: "Come tutti, ai tempi della scuola. Ma non subito. Dopo le medie provai il liceo scientifico con esiti disastrosi. Poi passai a ragioneria. Il primo giorno di scuola, la professoressa di italiano ci chiese di scrivere un tema sulla Cultura in generale, quella con la C maiuscola. Ricordo che iniziò a chiamare i nomi, e il mio non usciva mai… Pensai fosse perché era un quattro. Poi la sentii dire “Ho lasciato per ultimo il tema di Maiucchi, perché è l’unico sette…” e diventai più alto di dieci centimetri! Ricordo che le piacque il pezzo in cui dicevo che la cultura è l’unica cosa che ti rimane quando sei vittima di un naufragio e arrivi a nuoto sulla spiaggia, tutto nudo…
Da allora mi impegnai sempre al massimo, con ottimi risultati, peraltro uniti a una velocità di realizzazione notevole: una volta consegnai in bella copia due temi completi. Alla maturità presi un ottimo voto (malgrado gli orali disastrosi, alla fine uscii con 42/60) in soli 70 minuti. Dopo di allora però, complice il lavoro dove c’erano molti numeri e poche “lettere”, il demone della scrittura mi abbandonò per anni. Fino al 2000 e al test del Mensa. Quando vidi che non avevo niente in meno degli altri, ma anzi avevo i mezzi per qualsiasi traguardo, mi dissi “Ma allora posso riprovare anche a scrivere!”
I primi tentativi furono dei brevi racconti, premiati con la pubblicazione su diversi siti internet. Fu allora che conobbi uno scrittore professionista, Raffaele Mangano, che mi invitò a cimentarmi con un romanzo dato che i racconti – allora come oggi – non hanno mercato. Presi il coraggio a due mani, scrissi su un foglio una dozzina di cose che mi affascinavano (e di cui mi piaceva leggere, nei romanzi di Stephen King) e cominciai a trovare il modo di farle incrociare tra loro: c’erano tigri, squali, donne bellissime, eroi insospettabili, entità oscure, nemici imbattibili. Poi nell’estate del 2001 feci una lunga vacanza negli USA e collocai i personaggi nei luoghi che vedevo (senza quindi inventare nulla, ma ambientando le scene sui marciapiedi che ho calcato di persona). Il 5 settembre raccontai a un mio collega la trama, che conteneva attentati negli Stati Uniti, società segrete e misteri. L’11 settembre quel collega tornò da me a farsi spiegare meglio quello di cui gli avevo accennato… pochi mesi dopo, la “trilogia orizzontale” era pronta, nella forma di un lungo e complicato romanzo intitolato Basta!...".
I Caffè Culturali: "Che rapporto ha con le parole? Come nasce il suo atto creativo?".
Alessandro Maiucchi: "Con le parole ho un buon rapporto. Il gioco preferito, che facevo coi miei figli quando erano piccoli ma che facciamo spesso anche ora quando c’è da ammazzare il tempo, è quello delle sillabe: uno dice una parola e l’altro ne dice un’altra che inizia con la sillaba finale dell’altra… può durare decine di minuti e per i bambini è divertente e istruttivo. Amo leggere, che poi è essere “inondato” dalle parole… quando posso leggo anche in inglese. Vorrei provare a leggere in francese ma forse ci sono troppi termini che non capisco, dovrei allenarmi di più… quindi la strada verso la scrittura è stata un’evoluzione naturale.
L’approccio alla stesura di un romanzo lo vedo come una scelta personale, quanto lo scriverlo. Nei primi tempi scrivevo “a vista”, come dice di fare Stephen King (di cui consiglio l’ottimo On Writing): partivo da un’idea e vedevo dove portava. King lo racconta come “Metto in un albergo isolato in mezzo alla neve un uomo che sta per impazzire e la sua famiglia, che succederà?”. E’ un approccio interessante, stimolante… però. C’è un però molto grande. Ovvero, c’è il rischio che la storia si areni e che il finale rovini tutta la fatica fatta… ed è una cosa che a Stephen King è accaduta diverse volte! Sull’altro versante c’è il metodo dell’outline usato da Jeffery Deaver: è un’evoluzione della “scaletta”, basata sulla struttura ad albero delle cartelle in cui è diviso il disco fisso di un computer. Si sviluppano man mano i diversi rami fino alle singole foglie, fino ad avere una sorta di storyboard che poi si procede a “travasare” sulla carta. Tra i “pro” c’è la robustezza della storia, ma tra i “contro” c’è la poca “sorpresa” della scrittura in sé, non c’è la magia del “cosa ci sarà dietro quella curva?”.
Ho scritto la trilogia orizzontale usando il metodo di King (ma avendo già in mente i finali di due delle storie): scrivevo scoprendo quello che accadeva man mano. All’inizio erano addirittura cinque documenti separati, poi in corso d’opera sono diventati un unico romanzo. Fu una fatica pazzesca, perché dovevo gestire un numero impressionante di sentieri temporali, ma anche una grossa soddisfazione: alla fine della prima stesura, l’unico errore “di sequenza” era una scena di quello che ora è diventato Snuff in cui l’eroe trovava un filmato prima che lo stesso venisse girato… Poi, negli anni successivi, per Orchidea e Nel buio ho adottato un metodo leggermente diverso: sempre “a vista” ma scrivendo pezzi di scene successive in coda al documento, quindi di fatto implementando quell’outline che poi è diventato il metodo di lavoro successivo.
Quando nel 2007 ho cominciato a lavorare su Carta stampata, il mio primo romanzo ambientato in Italia, ho scelto di partire dall’outline… ma ho commesso un errore. Ho disegnato l’outline della prima parte della storia, lasciando in bianco il resto pensando che sarebbe stato bello scoprirlo mentre lo scrivevo… e così la scienza di Deaver è diventata il caos di King. Il finale di quel romanzo non è all’altezza del suo inizio, e infatti si trova ancora nel cassetto… Nel 2009 ho iniziato a scrivere Ombre dal futuro, il romanzo che sto revisionando in queste settimane (ambientato a Roma nel 2022). Stavolta ho usato l’approccio deaveriano, con l’outline completo. Però la prima stesura era troppo fredda… morale della storia, bisogna trovare la ricetta giusta. Ci vuole tempo e per ognuno è diversa, ma senza quella non si è mai abbastanza soddisfatti del risultato!".
I Caffè Culturali: "Come ci si sente prima, durante e dopo la composizione di un lavoro? Che cosa le hanno lasciato i testi che ha scritto?".
Alessandro Maiucchi: "Dipende dall’argomento di cui si scrive, e da quanto si vive il testo. Per dare vita nel modo migliore alle storie che provo a raccontare, cerco di entrare nello spirito del personaggio, e non è mai facile. Sicuramente non sarà facile immedesimarsi in Giuseppe Garibaldi o in un impiegato di una piccola azienda ligure, ma temo sia molto più difficile immedesimarsi in un uomo che uccide per vendetta o in una donna che picchia il proprio marito. Per scrivere “nei panni” di un personaggio si deve per quanto possibile entrare nela sua mente e non sempre è agevole. Bisogna chiudere gli occhi e capire come si sente, oppure guardare con l’immaginazione il luogo in cui si trova e le possibili armi che può usare per difendersi da un attacco. Oppure capire come ci si trova seduti al tavolino di un caffè all’aperto con una bella ragazza mentre invece fuori piove e magari non hai tempo di sederti a un tavolino da dieci anni… Quindi, come ci si sente? Ci si sente spaesati, si vivono emozioni forti e spesso contrastanti, perché nell’arco di trenta minuti si è vittima e carnefice, se la stesura del romanzo lo richiede. Però la sensazione che si vive nel momento in cui si termina di scrivere una scena faticosa e si capisce che è riuscita bene, ripaga di qualsiasi fatica. Il mio primo romanzo pubblicato (Orchidea, 2005) si apre proprio con l’immagine di uno scrittore che ha appena finito di scrivere una nuova storia. Non si alza da ore, il divano non conserva più la sua impronta, ormai è allo stremo delle forze, eppure è la persona più felice del mondo, almeno fino a quando non gli torna in mente la realtà. Probabilmente è proprio questo poter fuggire dalla realtà, lo stimolo più forte. Anche se la realtà di tutti i giorni è bella e ci piace, quella che possiamo inventare ha un fascino imbattibile. I testi che ho scritto mi hanno lasciato tanti ricordi, come se fossero stati altrettanti viaggi. Mi trovo a ricordare sensazioni di déjà vu nella vita reale per poi rendermi conto che le ho vissute come personaggio nei miei romanzi. Mi trovo a leggere fatti di cronaca e a sorridere o preoccuparmi di quanto siano simili a cose che ho scritto (o letto in romanzi di altri autori, che ho vissuto come fossero miei per quanto li ho amati). Ossa mi ha lasciato un senso di impotenza, da piccolo uomo che si batte contro mostri che non possono essere uccisi. Snuff mi ha lasciato un senso di pace, di missione compiuta, di amore che può rinascere. Marionette, quello che uscirà in primavera, un senso di inquietudine, di minaccia. Orchidea mi ha insegnato che la vendetta non è sempre un elemento negativo, quindi mi ha lasciato un senso di liberazione. Nel buio mi ha dato un senso di forza, mi ha rassicurato sul futuro dell’umanità. Carta stampata mi ha dato un senso di precarietà, la consapevolezza che niente può essere progettato con la certezza che poi avrà successo. Ombre dal futuro lo sto finendo di scrivere, ma è il più spaventoso di tutti. Mi sta lasciando una sensazione di minaccia, perché non so ancora se i personaggi lasceranno vincere il loro lato oscuro, così facile da raggiungere…".
I Caffè Culturali: "Cosa scrive Alessandro Maiucchi? E' importante il cocetto di genere nella composizione?".
Alessandro Maiucchi: "Il genere, a mio avviso, è una lente attraverso la quale osservare una storia. Possiamo vederla con le lenti di Fabio Volo o di Hannibal the Cannibal e leggeremo ovviamente due storie molto diverse. Il modo che preferisco è il thriller o più specificatamente il noir. Quindi un modo inquieto di raccontare, dove non ci si può sentire al sicuro, per storie nelle quali non è detto che il cattivo faccia la figura del cattivo. Anzi, di solito mi innamoro dei miei personaggi negativi, facendoli diventare antieroi per i quali fare il tifo. Penso per esempio a Rebecca, l’angelo vendicatore di Orchidea, che vedrete brevemente anche in Snuff. Beh, la comparsata in Snuff non è proprio uno spot pubblicitario a suo favore! Però le sue motivazioni in Orchidea portano quasi il lettore a chiederle se le serve aiuto… scherzo, naturalmente, dato che in quel romanzo uccide diverse persone! Il genere di Snuff probabilmente è più quello avventuroso, se fosse un film (sto iniziando a buttarne giù la sceneggiatura con una persona più preparata di me in questo campo) sarebbe una corsa contro il tempo. Cerco di scrivere storie che abbiano un tema forte, quando mi è possibile. Orchidea ha il tema della vendetta, che lega molti dei protagonisti. Nel buio, che dovrebbe uscire a fine 2012, ha il tema della sopravvivenza e di quello che si può compiere – di eroico o di atroce – per essa".
I Caffè Culturali: "Che rapporto ha con i suoi lettori, prima, durante e dopo aver scritto un lavoro?".
Alessandro Maiucchi:

"I lettori, croce e delizia degli scrittori… sulla carta. Perché se un autore dovesse scrivere pensando a i lettori come un agglomerato generico, sarebbe difficile anche scrivere una sola pagina, o rispondere a questa domanda. Stephen King dice che bisogna avere in mente il lettore ideale, e cercare di piacere a quello. Una persona che probabilmente corrisponde a decine di migliaia di lettori del mondo reale, ma che non è nessuno di loro, perché le persone reali non sono racchiudibili in un profilo generico. Quindi cerco innanzitutto di scrivere qualcosa che mi piaccia, che mi intrattenga, perché se non mi diverto io per primo non vedo come possano divertirsi gli altri a leggermi. Poi cerco di non essere troppo scontato, di non scrivere storie che siano già state scritte, perché hai voglia a dire che ogni storia è una storia a sé, bisogna comunque essere originali, pur scrivendo di cose in qualche modo già raccontate da altri (come dicono per la musica, le note sono sette: le storie mi pare siano dodici, e tutte derivano da quelle…).
Quindi, prima di scrivere penso a un lettore generico cui può piacere una certa storia. Ma poi, mentre scrivo, tenere incollata al muro la foto di questo lettore generico non è facile: magari si finisce per allontanarsi dall’idea iniziale, per arrivare a un altro lettore meno generico. Si inserisce qualcosa che catturerà un altro tipo di lettore, che per assurdo potrebbe allontanare il primo tipo. Forse una scena troppo “forte” per il palato medio. Però quella scena fa parte della storia, prendere o lasciare. Se il lettore ti ha seguito fino a quel punto e la scena è in tono con la storia, deve essere tenuta. Questo credo sia il confine tra una persona che scrive per piacere alla gente e una che scrive perché crede nella storia che sta raccontando.
Dopo la scrittura, il rapporto è sempre bello. Sia con chi ha amato la storia che ho raccontato, sia con chi me la distrugge con cognizione di causa, giustificando ogni parola. Non sopporto quelli che la criticano per partito preso, perché non sopportano il sangue o le scene di sesso. Basta dire “non è il mio genere”, non serve sparare. Alcune volte le parole che mi arrivano sono talmente belle da commuovermi, e allora me le conservo per i giorni di pioggia… non potrò mai ringraziare abbastanza chi le ha scritte".

I Caffè Culturali: "Cos'è il mercato per uno scrittore, ed in particolare per Alessandro Maiucchi? Che relazione percepisce tra lettori e mercato?".
Alessandro Maiucchi: "Il mercato, per uno scrittore emergente, è come l’arena del Colosseo. Però non quella dei gladiatori bene armati, ma quella della damnatio ad bestias… quelli che andavano verso la tigre a mani nude. Non hai armi e te le devi inventare. Lo scrittore emergente tipico ha alle spalle una casa editrice che a malapena riesce a stare sul mercato e a non chiedere soldi all’autore. Ovviamente fa poca promozione (è una cosa che costa, specie se fatta bene): di solito è l’emergente che deve sgomitare (come diceva il titolo di un sito qualche tempo fa) per farsi in qualche modo notare. Nell’era dei social network è appena più facile, però il rischio di esagerare è sempre dietro l’angolo. Con queste preoccupazioni, non si ha tempo per guardare il mercato di chi – tornando all’esempio iniziale – ha almeno un tridente e una rete. In quel caso hai un editore medio, che si prende – suppongo – cura delle relazioni con i media (per tutti i suoi autori, quindi non è detto che faccia qualcosa di concreto per un singolo titolo), che ha contatti solidi con decine di librerie, ci si può preoccupare del mercato. Quindi si potranno organizzare le presentazioni in modo più capillare, magari all’interno delle fiere editoriali nazionali. Quando infine si è tra i fortunati che entrano nell’arena con l’elmo e la spada (dove l’elmo è un’agenzia letteraria che cura i tuoi affari e la spada un editore in grado di imporre le sue scelte e non di subire quelle degli altri), credo che la tigre non faccia più paura. Ma sono sicuro che ci siano altre bestie spaventose che un emergente non riesce neanche a immaginare… I lettori a mio avviso non li definirei “mercato”. Mercato sono i lettori casuali, quelli da due libri all’anno che sono super-pubblicizzati e venduti nei grandi magazzini. I lettori, anzi Lettori, mi piace pensare non siano influenzati da altro che i propri gusti e dai consigli degli amici. Una volta che sei entrato nelle loro grazie, secondo me, nessuna tigre potrà farti paura…".
I Caffè Culturali: "Quando e perché uno scrittore non è più emergente?".
Alessandro Maiucchi: "Domanda difficile. E’ come chiedere quando un ragazzo diventa un uomo… alcuni ci diventano prima di avere il primo pelo sul mento, altri non ci diventano mai… un emergente, per certi versi, deve restare emergente. Nel senso che deve conservare un po’ della “fame” che ha, per continuare a correre. Ricordo un’intervista a Paul Stanley dei Kiss, quando cambiarono batterista nel 1980: “Cercavamo qualcuno che venisse dalla strada, e che riportasse sulla strada anche noi”. Secondo me, l’attitudine alla lotta, al non adagiarsi mai sugli allori separa uno scrittore di mestiere (uno che deve riempire le pagine per contratto) da uno che lo fa con passione e che riesce a trasmetterla con successo ai suoi lettori. Certo, probabilmente un Wilbur Smith la passione non ce l’ha più da un sacco di tempo, ma per scrivere deve avere qualcosa oltre al senso del dovere… forse la parola ispirazione è abusata. Il Paul Stanley di cui dicevo poco fa, alla domanda su cosa sia l’ispirazione, rispose che una volta disse al suo manager “non posso fare un nuovo disco, non ho l’ispirazione”: il manager gli mostrò la lista dei conti che doveva pagare, e gli chiese “ora ti è tornata, vero?”. L’ispirazione quindi deve esistere, come sprone a combattere sempre. Deve esserci passione, ispirazione e mestiere. Forse è quest’ultimo, quello che manca all’emergente. Manca l’elemento che porta a essere efficaci e continui. Efficaci perché si mette meglio a frutto lo sforzo, continui perché si è consci che la palla deve sempre essere in movimento, che i romanzi non si scrivono con le chiacchiere ma col lavoro di ogni giorno. Probabilmente si sta meglio, nel bozzolo dell’emergente che fa altro per vivere. Non è costretto a scrivere con la spada di Damocle delle bollette da pagare, quando vorrebbe fare altro… e qui mi viene in mente Roger Taylor dei Queen, quando scrisse in una canzone “Il calcio mi dà i brividi, il rock and roll serve solo a pagare le bollette”. Per l’emergente, la scrittura è ancora quel calcio… lui vuole sfondare, ma allo stesso tempo vorrebbe che la sua passione restasse una fidanzata, invece di una moglie che vuole attenzioni continue… La ricetta su come conservare lo spirito da emergente in un corpo da scrittore, credo sia quella ricetta il segreto del successo".
I Caffè Culturali: "Cos'è il successo per Alessandro Maiucchi?".
Alessandro Maiucchi: "Il successo, e qui parlo da spettatore, è una maledizione. Intendiamoci, a tutti farebbe piacere diventare famosi e magari ricchi. Però ci deve essere un lato oscuro, un prezzo da pagare. Innanzitutto, non sai più se stanno con te perché ti vogliono bene o per catturare un po’ di luce o di quattrini: Freddie Mercury in diverse interviste lasciò trapelare questo dubbio che lo distruggeva. In secondo luogo, il successo è una droga: ti mette al centro del palco e ti invita a restarci, se ci riesci. E se è difficile raggiungere il successo, credo che conservarlo sia molto più complicato. Dall’altra parte, il successo è una delle chiavi dell’immortalità, un obiettivo che l’essere umano ha cercato da sempre di raggiungere. Quando si arriva a livelli di successo nazionali e ci si resta per qualche lustro, credo si raggiunga un traguardo che neanche un uomo ricchissimo può sognare. Parlando da autore, il successo… posso dire che non mi interessa? No, sarebbe stupido e inumano. Si cerca l’approvazione degli altri già quando si tenta di dire “mamma” e si gattona, quindi non lo dirò. Diciamo che non mi interessa diventare famoso. Mi piacerebbe avere i soldi del successo, necessari a comprare tranquillità e tempo libero per scrivere di più. E mi piacerebbe avere gente che mi dica grazie, mi hai fatto passare del tempo piacevole, perché anche se scrivo in primis per divertirmi devono essere gli altri a dire se lo faccio bene. La domanda a questo punto sorge spontanea… penso che raggiungerò questo successo? Mi piacerebbe far leggere a più gente possibile il romanzo al quale sto lavorando, Ombre dal futuro. Perché contiene una visione dell’Italia tra dieci anni che sarebbe bello discutere con un gran numero di persone…".
I Caffè Culturali: "A proposito di anni: quale futuro per Alessandro Maiucchi, autore?".
Alessandro Maiucchi: "Sto leggendo in questi giorni il nuovo romanzo di Stephen King, che parla proprio di futuro e passato, e di come quest’ultimo influenzi il primo. Il mio futuro lo vedo con la penna in mano, dato che non prevedo di smettere di scrivere, finché avrò la forza di farlo. Anni fa, proprio King disse di voler smettere di scrivere… credo intendesse smettere di pubblicare, perché non si può smettere di scrivere. E’ la cosa più bella che si possa fare, quando si è soddisfatti di ciò che si è scritto… è vivere a 360 gradi, mille vite contemporaneamente!".

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Informazioni su questa pagina
titolo: "Tavolino riservato ad Alessandro Maiucchi"
data di pubblicazione:
23/11/2011

ultimo aggiornamento:
12/12/2011

codice di riferimento:
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autore:
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