Tavolino riservato a Maria Genovese

      

Maria Genovese
vicepresidente
Associazione
Culturale Babylonbus




Nome:

Maria

Cognome: Genovese
Anno di nascita: 8/2/1965
Nazionalità:

Italiana

Sito web o collegamenti inerenti l'ospite:

http://www.babylonbus.org/
https://www.facebook.com/#!/mammamaria
https://www.facebook.com/#!/group.php?gid=135431506472256
https://www.facebook.com/#!/pages/EVA/273958213096

"E mail": maria.genovese@babylonbus.org
Interessi: Letteratura, giornalismo, teatro/lettura/narrazione, mafia, sociale... in pratica tutto quello che è cultura e sociale, che seguo con l'Associazione Culturale Babylonbus di cui sono vicepresidente e attraverso la quale organizzo eventi letterari/teatrali/ludici.
Note di presentazione: "Da bambina avevo un diario personale: era un po' la cronaca di tutto quello che facevo durante il giorno, delle mie emozioni, dei miei desideri. Spesso i miei fratelli lo prendevano e lo leggevano pubblicamente: e come si sbellicavano tutti dalle risate! Un po' mi dispiaceva... un po' mi feriva. Ma guai darlo a vedere, anche se credo si vedesse benissimo. Ma continuavo a scrivere, cercando di dare il massimo nei temi a scuola, provando a scrivere poesie, iniziando numerosi romanzi che non arrivavano mai alla parola “fine”. Ma scrivevo, per me.
Da bambina guardavo una mia compagna di classe: era antipaticissima. Ma forse non lo era affatto, forse la mia era solo invidia: era elegante nei movimenti e nel vestire... e faceva danza classica. Credo che se da bambina qualcuno mi avesse chiesto "c'è qualcosa che desideri?" io avrei risposto "Ballare". Ma purtroppo nessuno me lo ha mai chiesto. E così sono cresciuta chiudendomi in soggiorno con lo stereo acceso: non per ascoltare la musica, ma per ballare.
Da bambina, frugavo nell'armadio di mia madre: il suo passato da sarta le aveva lasciato un piccolo patrimonio in stoffe e tessuti preziosi, abiti di fattura sartoriale elegantissima, vestaglie e camice da notte cucite a mano da lei. Trascorrevo ore ad indossare quegli indumenti, immaginando di essere una regina, Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany, Ginger Rogers in Cappello a Cilindro. Qualche volta la notte aspettavo che tutti dormissero: nell'attesa, immaginavo e creavo veri e propri copioni, e poi, una volta che tutti erano addormentati, mi inginocchiavo nel centro del letto, e cominciavo a recitarli, senza voce, solo muovendo le labbra. Le bambine spesso si chiudono in bagno a lungo: in genere lo fanno perché hanno scoperto i trucchi di mamma, e li provano. Io provavo a interpretare quei copioni notturni con un filo di voce in più, lontano da occhi ed orecchie indiscreti.
Sogni, desideri. Cose che nella vita non farai mai.
Perché rinunciamo ai sogni? Perché ci ostiniamo a pensare che alcune cose, sempre quelle che desideriamo più intensamente, siano cose stupide? Perché dovrebbe essere stupido lavorare su se stessi per riuscire a scrivere, recitare, disegnare, ballare? Amavo anche disegnare, e avendo la fortuna di avere un padre artista, restauratore, ho avuto ampio modo di sfogare questa passione. Il resto l'ho represso. Chiuso per anni in tanti cassetti del mio cuore.
Un cassettino per la danza, che in qualche maniera esprimevo, andando in discoteca. Un cassettino per la scrittura, che trovava un po' di spazio fintanto che ho frequentato la scuola.
Un cassetto per il teatro, che trovava spazio solo nella quotidiana falsità dei rapporti con gli altri.
Dio se sentivo il cuore esplodere!
Ho fatto tante cose, tanti lavori diversi, che mi hanno consentito di alleggerire il peso: la quotidianità consente di diventare sordi al chiasso che fa il cuore quando esplode.
Nel frattempo sono diventata mamma, e il pensiero di insegnare ai miei bambini l'ipocrisia della rinuncia non mi dava pace, così, a un certo punto, ho deciso di aprire uno ad uno quei cassetti.
Ho indossato le "scarpette rosa", con il risultato di rompermi una caviglia... ma, dio sa quanto mi sentissi leggera prima di quel tremendo dolore!
Ho messo la penna su carta, ed ho visto le mie parole avvolte da una copertina.
Ho finalmente lasciato che la voce venisse fuori, sempre più forte e alta, perché potesse sentirsi da un palcoscenico.
E sono felice."

Comunicazioni dell'autore:



"Se questa estate capitate a Bologna, arrivate fino a Minerbio per assistere a
LIBRI SOTTO LE STELLE, rassegna dedicata al libro della Associazione Culturale Babylonbus. I prossimi appuntamenti:

- 15 luglio ore 21:
PAZ PIZ, di Gabriele de Maria
Una voce, una chitarra... e un orco dal Cuore Nero. In un indefinito futuro il mondo virtuale di Internet è un luogo reale: ciò che accade su internet avviene anche nella vita reale. Il secondo romanzo di Gabriele De Maria, cantautore, attore e scrittore.

- 26 agosto ore 21:
SALARIATE DELL'AMORE di Sara Accorsi e Anna Natali, Maglio Editore
Voci di piazza farsesche e tragiche per raccontare storie e faccende di meretrici dell'Ottocento bolognese. Polverosi documenti d'archivio che diventano "reality".

- 2 settembre ore 21:
NINNAO' di Nicola Bonazzi
Incarico delicatissimo per il detective Viller Maurizzi: trovare e distruggere l'ultimo film di una ex pornostar. Come Philip Marlowe... ma non proprio. Romanzo tra sonno e veglia di Nicola Bonazzi, scrittore, regista e drammaturgo del Teatro dell'Argine di San Lazzaro".

Collegamento ai
lavori pubblicati:

L'intervista all'autore
I Caffè Culturali: "Chi è Maria Genovese?".
Maria Genovese:

"Oddio che brutta domanda!
Posso rispondere Non lo so?
Forse potrei rispondere “Sono una biologa”. Non deve stupirei questa risposta: in realtà lo dico perché essere biologa di formazione non è solo la possibilità di una professione, ma un modo di essere, di pensare, di approcciarsi a quello che si incontra. E pur non svolgendo la mia professione ho mantenuto quella forma mentis. Sono una curiosa, che va a fondo delle cose, qualche volta al punto di farsi male: non mi basta la superficie. In genere osservo gli eventi, li analizzo e comincio a cercare risposte, sperimentando e confrontando i risultati. È così che mi sono ritrovata ad essere giornalista. Le virgolette sono d’obbligo perché è qualcosa che faccio con passione, ma non ho patentini o iscrizioni ad albi che mi consentano di utilizzare a pieno diritto questo titolo. È così che mi sono ritrovata ad essere “attrice”. E' così che mi sono ritrovata ad organizzare eventi culturali. È così che mi sono ritrovata ad essere scrittrice.
Le cose che scrivo, dal mio primo libro alle piccole cose che appunto sul mio computer o che lascio in rete come note su Facebook, sono il risultato di una ricerca: la reazione del mio mondo interiore a quello che accade nel mondo esterno.
Le cose che ho fatto, faccio e farò sono il mio modo per comunicare gli esiti di questa ricerca.
Ma forse il termine più adatto per definirmi è madre. In senso stretto e in senso lato: ho due bambini, gemelli. Guardo loro, e vedo me: quella che sono, quella che non sono stata, quella che potrò ancora essere. E vedo quello che non vorrei che fosse. Allora sono madre: madre della bambina Maria che devo educare perché sia da esempio ai bambini; ma non basta: madre del mondo che mi circonda, che devo educare perché diventi il mondo in cui i miei bambini possano crescere e vivere da persone civili e libere. Sono loro il mio motore. Comunque credo di avere trovato la definizione più precisa... presuntuosa".

I Caffè Culturali: "Che rapporto ha con le parole?".
Maria Genovese: "Le parole? Sono le mie migliori amiche! La forma, il suono, il colore. Mi piace giocare con le parole: scriverle con caratteri e forme diverse, pronunciarle a voce alta e dargli tono, intensitá forza. Adoro metterle in fila una dietro l´altra, sperimentare l´effetto che si puó ottenere collocandole in una data sequenza o se le sposto in altra posizione. Ma soprattutto mi piacciono le parole non dette: quelle che si nascondono tra un rigo e l´altro, tra una parola e l´altra invitando chi legge o ascolta ad una caccia al tesoro entusiasmate. Perché una volta che l´hai scoperta sei diventato piú ricco. Di un comizio, dibattito, film, opera teatrale, canzone, libro mi piace seguire il testo, ma ancora di piú il sottotesto: mi affascina chi raccontando una storia riesce a fartene conoscere un´altra, piú profonda, piú importante. Il racconto come metafora per mostrare la realtá. Il racconto come emozione per far arrivare in maniera piú immediata al contenuto: è per questo che quando lavoro su un libro da presentare non penso mai ad una intervista all´autore che, anche se c´è, occupa di solito uno spazio esiguo rispetto al resto: penso ad un copione, una scenografia, una colonna sonora, un video. Penso a far vivere il libro, ed una volta mossa l´emozione, passo all´analisi, lasciando parlare l´autore. E anche quando scrivo, tendo a raccontare piccole quotidianitá, magari anche familiari, che fotografano la situazione che ci circonda: tu che leggi puoi riconoscerti nel mio racconto e condividere un vissuto; puoi umanizzare un vissuto che non conosci, che magari hai criticato o giudicato, ed arrivare a comprenderlo meglio, accettarlo o anche solo osservarlo senza le lenti offuscate del pregiudizio. Soffro quasi fisicamente nel vedere le parole storpiate, o imprigionate in una grammatica sbagliata. Vengono svilite, private del loro significato profondo: le parole sono importanti, hanno significati precisi che non possono lasciare adito a dubbi... e per questo sento che in questo periodo della nostra storia diventano particolarmente importanti: ho la sensazione che oggi le parole vengano usate con leggerezza, senza comprenderne necessariamente il senso, con la conseguenza che diventi possibile ritrattare le parole dette con un semplice sono stato frainteso o addirittura un Mai detto nulla del genere: o peggio ancora che si possa definire innocente chi è invece solamente prescritto. Per questo motivo con l´associazione abbiamo avviato in una scuola primaria della provincia di Bologna, un laboratorio di Lettura espressiva e animata: per partire proprio da loro, dai bambini che saranno gli adulti e i cittadini di domani, ed aiutarli a riappropriarsi delle parole, del loro senso, della loro importanza".
I Caffè Culturali: "Cosa scrive Maria Genovese?".
Maria Genovese: "Maria Genovese scrive essenzialmente racconti: spesso si tratta di racconti per bambini (e i loro genitori) che nascono dall'esigenza di comunicare qualcosa ai miei figli. I bambini sono istinto puro e nella formula del racconto comprendono in maniera immediata quello che voglio far capire loro. Quella del racconto, della narrazione, è una dimensione che sto sperimentando in varie forme, non solo quella scritta, infatti spesso i miei racconti diventano piccoli monologhi. Sono racconti spesso ironici, il più delle volte molto riflessivi, intimi: parto sempre da una quotidianità, che può essere un evento, un ricordo, un'emozione, o anche la semplice osservazione di comportamenti esterni di vicende altrui che mi colpiscono. Ho iniziato come forma di catarsi, una forma originale di elaborazione del lutto in seguito alla perdita di mia madre: in un forum che frequentavo anni fa, ogni volta che ne sentivo l'esigenza pubblicavo delle pillole, veri e propri quadretti in cui ricordavo episodi apparentemente insignificanti ma per me estremamente ricchi su mia madre e il mio rapporto con lei. Episodi che mi hanno portato ad elaborare un altro lutto: la lontananza dalla mia città di origine, Napoli. Una città che ha bisogno di un traduttore simultaneo per comprendere quello che succede, quello che si legge sui giornali. E tutto questo è diventato il mio secondo manoscritto, che per ora è chiuso in un cassetto in cerca di editore. In realtà da questa esigenza è nata la mia prima forma di scrittura: il sito da cui è nata l'associazione aspirava ad essere una sorta di giornale on line, su cui mi occupavo essenzialmente di argomenti come la mafia, la legalità. Nello scrivere cecavo di mantenermi sull'impersonale, esponendo fatti ed evitando giudizi, per non scivolare nell'editoriale e non trasformarmi in opinionsta, categoria che mal digerisco: perchè mai l'opinione di un qualsivoglia pincopallo, per quanto autorevole e blasonato, dovrebbe essere così importante da meritare spazio nei giornali? Sembra quasi voler indurre la propria opinione in chi legge. Preferisco esporre i fatti in maniera obiettiva, senza paraocchi ideologici. E per questo i miei scritti sono diventati sempre più di frequente dei racconti: non c'è bisogno di dire la mia opinione su cosa deve cambiare nei nostri comportamenti e atteggiamenti se vogliamo superare l'infiltrazione mafiosa, è sufficiente raccontare la storia di Felicia Impastato per far comprendere in quale substrato culturale sia cresciuto Peppino Impastato al punto da portarlo a combattere così duramente la mafia. Il mio primo (e spero non ultimo) libro è nato con la volontà di fare un'inchiesta giornalistica sull'universo delle chat line: ma poi sono rimasta così affascinata dai personaggi che incontravo nel corso della mia ricerca, con le loro debolezze e la loro umanità, da rendere più interessante raccontare quelle storie piuttosto che analizzarle . E così è nato EVA VADO UN ATTIMO ALL'INFERMO... MA POI TORNO. EVA non è un romanzo e non è una raccolta di racconti. E' un po' tutti e due: c'è un interprete principale, Eva, operatrice per necessità in una chat line, e una serie di personaggi satellite che le orbitano intorno. Ad ognuno di loro è dedicato un capitolo che è un piccolo racconto. Il libro ha un inizio ed una fine, come un romanzo, ma ogni capitolo è assolutamente svincolato dall'altro e può essere letto a sé, così come può essere trasformato in monologo. Più di impatto di un'inchiesta, più immediato il messaggio".
I Caffè Culturali: "Quanto sono importanti gli altri, il pubblico, per il suo atto creativo?".
Maria Genovese: "Direi che sono il mio faro. Fatta eccezione per i momenti in cui scrivo per me, come atto catartico, gli altri sono la mia guida, e non potrebbe essere altrimenti: gli atti creativi sono una forma di comunicazione, se non avessi un ipotetico pubblico come riferimento non farei altro che parlarmi addosso! Questo però non significa che mi lasci influenzare dagli altri, dal gusto del pubblico, per creare quello che può piacere loro, anzi. Non lo troverei neanche giusto, per nessuno: in questi anni si è vista una preoccupante tendenza ad abbassare la cultura alla massa, piuttosto che innalzare la massa alla cultura. Parole snob, vero? Credo però che sia vero il contrario. Faccio mie le parole di Vargas Llosa: La cultura è divertimento, ma se è solo divertimento non è più cultura. Stiamo assistendo alla vittoria dell’immagine, all’imposizione di forme d’intrattenimento che devono essere forzatamente facili e accessibili alla maggioranza delle persone. Concordo con lui in pieno, e trovo qualcosa di offensivo in questa logica, un non dare fiducia alle persone e alla loro intelligenza: una piazza in estate può essere occupata da una sagra, dalla Filuzzi (per i non felsinei la Filuzzi è il ballo liscio bolognese), da uno spettacolo di burattini... ma può accogliere anche presentazioni di libri, teatro, poesia. E non è detto che il pubblico non sia lo stesso. Su questo presupposto nasce il mio rapporto con gli altri, con il pubblico: la mia esigenza interiore di comunicare un sentimento, un'emozione, una rabbia, una gioia, una denuncia si traduce nel ricerca del linguaggio adatto per far arrivare agli altri quel sentimento, quell'emozione, quella rabbia, quella gioia, quella denuncia. E questo linguaggio cambia di volta in volta, a seconda di quello che mi prefiggo di comunicare. Nello scrivere Eva ho usato in alcuni momenti un linguaggio duro e forte, perché il lettore vivesse esattamente le emozioni della protagonista, perché si sentisse esattamente come lei. E' un racconto in prima persona, fatto soprattutto dei pensieri della protagonista, e di conseguenza delle sue emozioni, espresse in tempo reale; e quando ci sono dialoghi faccio ricorso esclusivamente al discorso diretto, come interruzione o conseguenza dei suoi pensieri e delle sue emozioni: il lettore è catapultato così nel mondo di Eva. Lo vive, lo sente, e quindi lo capisce. In occasione del 2 agosto, ho scelto di ricordare la strage alla stazione di Bologna attraverso un faccia a faccia tra due scrittori, Loriano Macchiavelli autore di Strage e Patrick Fogli autore de Il tempo infranto, due noir dedicati alla strage del 2 agosto. Abbiamo invitato anche Libero Mancuso, l'ex magistrato che si occupò delle inchiesta. Nel corso della serata, abbiamo rappresentato alcuni brani tratti dai due libri, deposizioni tratte dagli atti processuali e interviste, facendo confondere la verità storica con quella romanzesca: volevo che il pubblico provasse il disorientamento del depistaggio, la confusione dell'invenzione spacciata per realtà. Volevo che provasse la stessa rabbia che ho provato io studiando articoli e documenti, ascoltando deposizioni e interviste, visionando filmati di repertorio: che si sentisse come me defraudato del diritto di conoscere la verità. Il mio atto creativo nasce per condividere... se non ci fossero gli altri sarebbe impossibile".
I Caffè Culturali: "A proposito di condivisione e degli altri: perché Babylonbus?".
Maria Genovese: "Oddio, quasi mi vergogno! Siamo seduti intorno ad un tavolino culturale in un caffé culturale: dovrei sperticarmi in una approfondita e dettagliata disamina di quello che è il concetto di Babilonia nella cultura cristiana. Questa immagine rappresentativa del dissolvimento del valori dell´era della globalizzazione che vede Babilonia come simbolo dell´ingordigia e della superbia del mondo occidentale.... invece è stato solo uno squisitissimo fraintendimento, dettato da pura ignoranza! Babylonbus nasce da un gruppo di amici che si è conosciuto in rete, frequentando il forum di un sito il cui nome richiamava la Terra Promessa: sito dal quale questo gruppo di amici è fuoriuscito per divergenze di opinione con le persone che lo gestivano, provocando un vero e proprio esodo. Abbiamo creato un nostro sito e in molti ci hanno seguiti. Volevamo trovare un nome che simboleggiasse questo rimettersi in movimento per tornare alla nostra terra promessa, e ci siamo fatti ispirare dall´album Babylon by bus di Bob Marley... convinti che la Zion cosí ricorrente nei testi reggae fosse Babilonia, altrettanto ricorrente nei testi reggae. Babilonia... il nemico, la cittá dei malvagi che trassero gli ebrei in cattività. Un colossale fraintendimento! Poi però ci è piaciuta quell´idea di melting pot che associavamo a Babilonia: quel crogiolo di lingue, di razze e di culture che nacque quando arrivò il Signore e disse Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perchè non comprendano più l´uno la lingua dell´altro. Perché in fondo era questo che volevamo essere: un crocevia di cultura e di culture. E ci stiamo lavorando".
I Caffè Culturali: "A cosa state lavorando?"
Maria Genovese: "Alle contaminazioni: di cultura e di culture, di lingue e di linguaggi. Nell'ambito di una festa dell'associazionismo abbiamo fatto una animazione per bambini: comincio presentando un pomeriggio di favole, interrotta da un colpo di tosse da gola secca, per cui, rivolgendomi ad uno degli attori, chiedo un bicchiere d'acqua, perchè la saliva mi si annozza in ganna. E lui sa vut? (cosa vuoi in bolognese): io contrariata mi rivolgo ad una attrice marocchina, e dopo di lei ad una attrice iraniana... e non capendoci tra di noi cominciamo una discussione animata che diverte tantissimo il pubblico. Una caotica discussione in napoletano, bolognese, iraniano e marocchino... perché anche se li confondiamo, ogni paese del mondo arabo ha la sua lingua, e di conseguenza tra loro non si capiscono. Da lì siamo partiti col raccontare favole delle nostre terre di origine, ognuno con il proprio accento. La gag iniziale ha ben disposto il pubblico, soprattutto quello adulto, dal momento che i bambini sono più portati all'interculturalità: le classi ormai sono miste ovunque, e il gioco è gioco, da qualsiasi paese tu provenga. La difficoltà vera è di noi adulti: che in quell'occasione hanno dovuto realizzare una verità che difficilmente noi italiani accettiamo: la condizione femminile nel mondo arabo. Le due attrici non avevano velo, recitavano, non abbassavano lo sguardo... erano evidentemente arabe, mantenendo saldo il rapporto culturale con la loro terra di origine, ma senza per questo sottostare a dettami incivili, e accogliendo con entusiasmo quanto della nostra cultura possono incontrare. Abbiamo confuso le lingue e le culture, arrivando ad un punto in comune: la favola. Non a caso lo spettacolo lo abbiamo chiamato "La torre di Babele". Contaminazione di lingue e di culture In questo preciso momento, invece, stiamo lavorando alla contaminazione di linguaggi: musica, poesia, teatro. Si chiama Jam session. Una jam session è una riunione di musicisti che si ritrovano per una performance musicale senza aver nulla di preordinato, di solito improvvisando su griglie di accordi e temi conosciuti: in questo spettacolo faremo qualcosa di analogo, considerando strumenti diverse forme d'arte, appunto musica, poesia, teatro. Insieme con Alessandro Dall'Olio, poeta e giornalista bolognese, e Igor Pitturi, chitarrista e cantante dei mannaggiattè, anconitano improvviseremo su griglie di temi, alternandoci, sovrapponendoci, mescolandoci, in una contaminazione continua di stili, forme d'arte e dialetti. Anche la rassegna dedicata al libro che stiamo portando avanti in questi giorni (prossimo appuntamento il 26 agosto con Salariate dell'amore di Sara Accorsi e Anna Natali, ed Maglio) sarà l'incontro di diversi forme d'arte diverse: il libro, il teatro, la musica. In pratica, ce la stiamo mettendo tutta per diventare quel crogiolo di razze che tanto ci ispira!".
I Caffè Culturali: "Perché vi ispira tanto il crogiolo di razze?"
Maria Genovese: "Definizione di crogiolo: un crogiolo è uno strumento di laboratorio utilizzato per il contenimento di composti chimici che devono essere portati a temperature elevate. Non si può negare che quando si mettono insieme culture e linguaggi diversi le temperature diventino facilmente elevate, ma la sfida è proprio quella. Ognuno dei fondatori dell'associazione darebbe la sua visione del mondo per rispondere a questa domanda: c'è chi risponderebbe che un mondo multicolore è più bello, qualcuno tirerà in ballo l'interesse antropologico, qualcun'altro ancora potrebbe parlare dei principi del comunismo internazionalista... il motivo essenzialmente è uno, e credo di poterlo spiegare con un esempio personale. Io sono napoletana, e sono sposata con un bolognese: i nostri bambini hanno i miei colori tipicamente mediterranei, ma i caratteri delicati tipici del nord di mio marito. Parlano italiano senza partcolare inflessione ma l'ambiente culturale in cui crescono è quello emiliano, portandosi dietro contaminazioni partenopee. Sono un mix perfetto di culture e linguaggi che si sovrappongono, convivono, si completano. Sono il futuro. E' questo che ci ispira nel crogiolo di razze: è il futuro".
I Caffè Culturali: "A proposito di retroterra culturali: in che modo essere napoletana influisce su tutto ciò e sul suo rapporto con l'epressione letteraria e teatrale?"
Maria Genovese: "Domanda molto difficile a cui rispondere per me. Mi rendo conto che il nostro retroterra culturale ce lo portiamo sempre dietro, come il bagaglio a mano quando facciamo un viaggio. Peró sembra quasi che quando sei napoletano diventi ancora piú importante, e allora il bagaglio diventa quasi pesante. Di solito ci metti tutto ció che devi poter avere sempre a portata di mano, dal libro al lettore mp3 al deodorante: nel mio caso sento di doverlo riempire molto di piú perché è molto di piú quello che mi viene chiesto. Se chiunque porta con se lo spazzolino da denti della personalitá e il dentifricio delle esperienze vissute, io devo portarmi dietro il colluttorio per rinfrescarmi dalla mia napoletanità e le mentine per rinfrescarla, a seconda dei casi. Quando sono arrivata a Bologna per l'azienda per cui lavoravo, pensavo che fossero importanti la mia esperienza e le mie capacità, poi, al primo ¨Ahhhh, ma lei é di Napoli... e io dovrei fidarmi di una azienda che mi manda una napoletana a parlare con me?¨, ho capito che il mio accento poteva essere un handicap. Cosí ho cominciato a lavorarci su, sinceramente non poco risentita per questo: nonostante conoscessi Bologna come la rossa ho capito presto che nei bolognesi c'è un razzismo serpeggiante difficile da estirpare soprattutto perché non lo si ammette. Successivamente, lavorando ad uno spettacolo per un progetto interculturale, i miei maestri hanno fatto di tutto per riportare a galla la mia napoletanità, considerandola come un valore: la lunga ed importante storia culturale del mio paese diventava in quel contesto qualcosa da esaltare, da esibire. Avevo altri compagni di viaggio terroni come me, ma solo a me veniva chiesto esplicitamente di tirare fuori le mie radici, la Filomena Marturano che è in me. Paradossalmente sono stati altrettanto razzisti: nel finale dello spettacolo c'era un ballo liberatorio, al quale era consentito partecipare praticamente solo ai migranti (odio questo termine... fa apparire il migrare quasi un piacere piuttosto che una necessità) mentre gli altri intorno guardavano battendo il ritmo con le mani... uniche eccezioni eravamo io ed un altro attore, anche lui napoletano. Perché noi la musica, come il canto e il teatro, li abbiamo nel sangue, no? A livello di espressione letteraria in fondo il mio retroterra culturale ha ben poca influenza, ma finisce con l'averne molta quando la parola scritta diventa parlata: presente le reazioni a catena che una volta innescate possono solo andare avanti ma non fermarsi o tornare indietro? Ormai quando recito, soprattutto qualcosa di scritto da me, accento, atteggiamenti e movenze dicono apertamente, se non addirittura urlano, le mie origini. In principio tutto questo mi faceva rabbia, lo ammetto. Poi col tempo ho imparato (opportunisticamente) a farne tesoro: se sul palco mi trovo in difficoltà, lascio sfuggire qualche espressione in dialetto, tutti ridono, la situazione si sblocca, e io mi sento riscattata. Per me e per la mia città. Sono arrivata al punto di scriverne di questa cosa: un elogio al mocca a mammeta, in cui sostengo che se ti offendo o ti mando a quel paese rischio la vita, ma se ti dico appunto mocca a mammeta suscito la tua ilarità, e finisci con l'accettarlo con il sorriso sulle labbra, inconsapevole del fatto che ti ho offeso in maniera molto piú pesante che con un banale stronzo. Ho intepretato in diverse occasioni questo piccolissimo monologo, accennando una tarantella, intonando una tammuriata nera: una volta anche di fronte alle istituzioni di un comune, sindaco, assessori e parroco. Nessuno che si offendesse per la volgarità di quello che dicevo. Nessuno che si rendesse conto che sostanzialmente li stavo prendendo tutti in giro. Era come se si trovassero di fronte una specie di Pulcinella che li faceva divertire... e di fatto ero un Pulcinella, perchè gli stavo dicendo in faccia una verità che non stavano affatto cogliendo. Ed ecco che il mio retroterra culturale viene fuori di prepotenza e influenza il mio rapporto con l'espressione, qualunque essa sia".
I Caffè Culturali: "Torniamo a "Eva, vado un attimo all'inferno... ma poi torno" : cosa c'è nel suo lavoro del suo retroterra culturale e cosa le ha lasciato questo libro?".
Maria Genovese: "In realtà non molto, se non forse il carattere profondo di Eva, la protagonista. Il libro è ambientato a Bologna, e di questo ce ne è traccia qua e la nel racconto, ma è assolutamente inilfuente. E Eva è bolognese, ed anche questo è ininfluente. Ammetto però che il personaggio è in realtà molto "napoletano". Non oso paragonare Eva a Filomena Marturano, ma in fondo il modo di affrontare la vita che le è toccata in sorte, e la necessità di mantenere forte la sua dignità nonostante tutto sono analogamente partenopei. Eva è una donna di quarant'anni, che trovandosi disoccupata nel bel mezzo della crisi economica, accetta l'umilizione di lavorare come operatrice in una chat line telefonica: è una prostituta "virtuale" che incontra clienti "virtuali". Ma le miserie, le perversioni, le volgarità che deve subire, per quanto parole sono quelle di persone reali, e lei è una persona reale. Deve schermarsi, per se, per il suo equilibrio, e perchè ha una famiglia: un marito ed una bambina che deve in qualche maniera tutelare da tutto lo schifo che quelle telefonate le lasciano addosso. Le strategie per mantenere la sua dignità la mantengono a galla, e le consentono nello stesso momento di sondare il lato più oscuro dell'uomo: nascosta dietro l'anonimato del telefono può ridere e farsi beffe del suo interlocutore, lo può odiare intimamente, o può percepire e comprendere tutta la sua solitudine. Il tutto mentre sforna in piena notte pagnotte, dolci e biscotti per la colazione del mattino dopo, che cercherà sempre di servire da brava madre per non far perdere alla bimba la sua dimensione di figlia, lasciando credere all'interlocutore al telefono che i suoi ansimi siano di piacere, piuttosto che la fatica di impastare o tirare la sfoglia. O che lo sciacquettio dell'acqua che sentono sia quello di una vasca da bagno in cui è immersa mentre parla con loro, piuttosto che lo scroscio dell'acqua con cui sta lavando i piatti o facendo il bucato. C'è tutta l'astuzia partenopea nella partenopea dignità con cui affronta questa nuova imprevista dimensione di vita. Cosa mi ha lasciato questo libro? Ho deciso di scriverlo dopo avere conosciuto una ragazza che faceva realmente questo lavoro, e per comprenderlo meglio sono entrata realmente in quel mondo, lavorandoci materialmente per qualche tempo: decisione presa di concerto con mio marito, perchè entrambi sentivamo l'importanza di quello che stavo facendo. Sentire i racconti di questa ragazza era una cosa, altra cosa era sentire queste persone mentre parlavano con lei. Altra cosa ancora è stata sentire queste persone dire quelle cose direttamente a me: è stato molto difficile affrontare quelle voci, anche se ero consapevole che sarebbe stata una cosa limitata nel tempo, che quella non era la mia vita. E' stata un'esperienza devastante, ma nello stesso momento molto umana. MI ha lasciato l'amaro in bocca, ma anche la consapevolezza della solitudine e della fragilità umana. E poi è stato il mio primo incontro con il mondo dell'editoria... più che un incontro, direi uno scontro. Ma questa è un'altra storia".
I Caffè Culturali: "Questo sito è dedicato alle parole. Alla luce della sua ultima risposta ci permetta di ritornare ad una delle prime domande, quella sul suo rapporto con le parole. Sono parole quelle che ascolta il personaggio del suo lavoro, le stesse che lei ha pure ascoltato, per immedesimarsi nel ruolo. Alla luce di tutto questo e di ciò che abbiamo scritto: cosa sono, secondo lei, le parole?".
Maria Genovese: "Uno strumento potentissimo, e come tale anche potenzialmente pericoloso. Ritornando a ¨Eva¨, gli utenti di quella chat potevano essere camionisti in cerca di qualcuno che li tenesse svegli durante il lavoro nelle ore notturne, o persone sole in cerca di conforto o anche di piccoli piaceri ... cercavano parole. E nelle figure piú perverse che Eva incontra le parole dette o ascoltate, pur essendo solo parole provocavano in loro piaceri reali, materiali. Feticisti, boundager, sadici o masochisti nell´infliggere o subire umiliazioni verbali traevano realmente il loro piacere. Ci si nasconde dietro l´illusione che si tratta di finzioni, e in molti casi ho tirato un sospiro di sollievo nel considerare quelle parole solo finzioni. Ma l´effetto di quelle finzioni è reale, non virtuale come la dimensione in cui tutto questo si svolge. Nei social network si creano rapporti e dinamiche che ben poco hanno di virtuale: quando si offende o si minaccia (succede anche questo) qualcuno nascosti dietro un account di facebook, lo si è fatto realmente anche se solo per iscritto, e chi ne è oggetto si offende o si intimorisce realmente non virtualmente. Non è un caso se oggi la Polizia Postale si trova a lavorare quasi esclusivamente su questi rapporti. Le parole possono fare innamorare, o possono lenire dolori, possono risvegliare coscienze, possono muovere rivoluzioni... ma possono anche ferire, stravolgere, riscrivere realtà storiche. Trasformare partigiani in terroristi e terroristi in partigiani. Annientare. Le parole sono importanti ed hanno un gran peso, e non le uso mai a caso: non ho usato a caso il termine annientare. In una percezione di libertà e democrazia si celano regimi dietro le parole: oggi non è più necessario eliminare fisicamente il nemico, è sufficiente mettere in moto la macchina del fango. La vittima non muore fisicamente, ma civilmente sì. E' per questo che ritengo che chi con le parole ci lavora abbia una notevole responsabilità: dal commerciale che ti convince ad impegnare 3000 € per acquistare un aspirapolvere di cui non hai bisogno, a chi fa informazione; dal maestro elementare che forma nuovi cittadini al politico che a quei nuovi cittadini si dovrà rivolgere. Tutti loro hanno in mano un coltello: a loro la responsabilità di usarlo per tagliare una fetta di pane o per ferire".
I Caffè Culturali: "Cosa ci potrebbe essere nel futuro di Maria Genovese?"
Maria Genovese: "Mi è molto difficile rispondere: è una domanda che mi sono posta molto spesso da bambina, ma che ho smesso assolutamente di pormi da adulta: al risveglio dalle prime delusioni. Avere aspettative e vederle naufragare mi destabilizzava, per cui ho cominciato a ragionare sul ¨breve termine¨: piccoli progetti di vita o di lavoro da realizzare per poi passare ad altro. Se aggiungiamo a questo il fatto che sono caratterialmente iperattiva e curiosa è difficile immaginare un futuro. Di sicuro ci saranno le parole, scritte, declamate o lette che siano. Di sicuro l´impegno di passare un testimone a generazioni future, a partire dai miei figli, perché tutte le loro scelte siano sempre consapevoli. Noi adulti abbiamo una enorme responsabilità: nessun bambino chiede di nascere, e erroneamente siamo sempre portati a pensare che per loro sia un dono, che magari ci aspettiamo vedere tornare indietro. Ai bambini è dovuta la nostra attenzione; la loro nei nostri confronti è una loro libera scelta: non ce la devono per obbligo, perché non sono loro che hanno chiesto di nascere. La vita è un dono molto particolare: è uno di quei medaglioni di famiglia che vanno passati di generazione in generazione, da madre a figlia, da padre a figlio. Chi lo riceve ha l´unico grande compito di averne cura, e chi lo dona quello di insegnare come averne cura. Ecco, questa è l´unica cosa che Maria Genovese riesce a vedere nel suo futuro: il gioiello di famiglia conservato con cura da passare ai suoi figli, ai quali avrà insegnato come tenerlo pulito, come evitarne l´ossidazione, come riparare le maglie rotte".

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Informazioni su questa pagina
titolo: "Tavolino riservato a Maria Genovese"
data di pubblicazione:
07/07/2011
ultimo aggiornamento:
06/10/2011

codice di riferimento:
I110707.0046.DI.AP.man
autore:
INFOGESTIONE dipita
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