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Tavolino
riservato a Fabio
Lauri

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| I
Caffè Culturali: |
"Quando
e perché ha scritto Una ragione per correre
?". |
| Fabio
Lauri: |
"Prima
di tutto, il dovere. Ringrazio sentitamente i Caffè Culturali
per l'onore concessomi di inaugurare la Biblioteca del
sito. La sento come una responsabilità di un certo conto.
Perchè, voglio chiarire, io sono solo un piccolissimo
dilettante della penna. Con questo, mi auguro che la lettura
di "Una ragione per correre", possa suscitare un piccolo
dibattito e, perchè no, anche polemiche sull'argomento
preso in questione: la letteratura di spionaggio ed i
suoi protagonisti nella nefasta era della globalizzazione.
Vado a rispondere al quesito. Perchè lo scrissi? Devo
ritornare con la memoria all'ormai lontano 1989. Il mondo
cambiò, purtroppo e per sempre. Cadde il Muro di Berlino.
Tutto non sarà più come prima, si profetizzò. Ed oggi
possiamo tristemente renderci conto nel vivere quotidiano
di quanto fosse esatto quel pronostico. Da lettore, quale
ero e sono rimasto, di narrativa poliziesca e di spionaggio,
oltre che attento spettatore della cinematografia avventurosa,
mi ero anche inserito in alcune associazioni di amici
del genere in questione. La mia passione per James Bond
è sempre stata naturale ed istintiva. Penso perchè, prediligo
da sempre la figura simbolica dell'eroe. Dell'uomo capace
di agire e di mettere la faccia e la reputazione in prima
linea per risolvere i grandi problemi. Non mi ha mai infastidito
il talento altrui. Anzi. La luce del sole può giovare
a chiunque a mio modesto avviso. Per questo mi ha sempre
stupito, sin dall'infanzia, la piccola/grande polemica
fomentata dai mezzi di comunicazione sul ruolo dell'eroe
nel mondo della fiction letteraria e non. Non ho mai capito
perchè tutti criticassero le qualità del Bond di Ian Fleming.
Sociologi, psicologi, soloni occasionali, giornalisti,
critici, talvolta i lettori e gli spettatori stessi. Per
poi farne un campione di incassi per copie vendute e biglietti
staccati al cinematografo. Non sopporto l'invidia incapace
di accettare le qualità dei migliori, dei più coraggiosi,
di coloro i quali si rendono utili. Oppure semplicemente
appassionano la nostra fantasia per natura votata all'azione
ed all'avventura. Essere piccoli e "piccini" nelle azioni
reali è più che accettabile. Esserlo anche nelle idee
e nelle aspirazioni della mente, ci rende inqualificabili
come esseri umani. Così, all'interno di una piccola associazione
di appassionati di cui facevo ancora parte in quell'autunno
del 1989, scoppiò la polemica sul ruolo ormai desueto
che una figura dello spionaggio classico quale James Bond
potesse rappresentare in un mondo in tumultuosa evoluzione.
A mia volta polemico, mi ritrovai solo a difendere il
personaggio di Bond anche nello scenario contemporaneo.
Scrissi "Una ragione per correre" e lo feci leggere ai
membri del nostro gruppo. La mia difesa del famigerato
campione di Sua Maestà Britannica non piacque. Non tanto
per la modestia delle qualità letterarie del sottoscritto,
bensì per il solo fatto che mi fossi permesso di non schierarmi
con il pensiero dominante del momento. Nessun problema.
Mi dimisi da socio (in democrazia chi perde dovrebbe sempre
farlo) e continuai a leggere con grande gusto i romanzi
di Ian Fleming e ad assistere alle nuove pellicole bondiane.
Il mondo cambiava ma i cinema erano sempre pieni. Gli
incassi per le società di Albert Broccoli continuarono
ad essere cospicui. Questo mi stupiva e mi rallegrava.
In fondo, lo spionaggio eroico e dei tempi d'oro teneva
sempre ed ancora banco senza trasformismi o penosi compromessi.
Così, siamo arrivati solo alla ventiduesima pellicola
della serie. Tanto per dare un'idea del fenomeno. E quindi,
dopo essermi goduto anche il nuovo e formidabile Bond
di Daniel Craig, ho deciso di regalare ai nostri Caffè
Culturali questo modestissimo omaggio all'eroe d'azione
per eccellenza. Uno che, a quanto sembra, è ancora in
grado di far guadagnare in una sola giornata 6 milioni
di euro ai suoi fortunati e lungimiranti produttori. Ovviamente
le opinioni e gli articoli critici sul personaggio non
si sono fatti attendere una volta di più anche per l'ultimo
film intitolato "Quantum of Solace". Ma questo, credo,
sia elemento costitutivo non della tanto sbandierata "democrazia"
occidentale, bensì della sua ormai ridicola e patetica
ipocrisia da mass media omologati e politically correct.
Lunga vita al Comandante Bond. Tutto qui". |
| I
Caffè Culturali: |
"Ci
potrebbe riassumere la trama di Una ragione per correre
?". |
| Fabio
Lauri: |
"Con
grande piacere. I personaggi fisici, sono solo tre. Innanzitutto
un ex direttore dei servizi di spionaggio inglesi, da
me ribattezzato "Il Ciambellano". Costui è stato smascherato
come traditore per la parte avversa. Quindi incarcerato
e riutilizzato per cercare di scoprire quante informazioni
abbia vendute al nemico. Siamo nel più classico dei canovacci
dello spionaggio letterario e cinematografico, fino a
questo punto. Si deve quindi nominare un successore alla
guida dell'agenzia. Il designato è la mitica spia Jason
Dee (alter ego di James Bond per essere più semplici e
chiari). Il Ciambellano e Jason Dee, si affrontano quindi
in un surreale faccia a faccia tra il rappresentante del
tradimento ed il paladino dell'ex impero britannico e
della democrazia europea-occidentale. Il Muro di Berlino
è crollato da poco. Il vecchio mondo della Guerra Fredda
sembra lasciare il posto ad un nuovo ordine mondiale ancora
più magmatico ed indefinito. I dialoghi tra i due protagonisti
si intrecciano tra i ricordi del passato, le due differenti
personalità, la manifestazione del senso del dovere e
sulla incerta natura del tradimento in quanto tale. Nella
parte finale del dramma, fa la sua comparsa il terzo personaggio,
Mark Smith. Costui, con la nomina di Jason Dee a direttore
del controspionaggio, dovrebbe sostituirlo nelle missioni
sul campo. Viene così a crearsi un nuovo dialogo tra il
passato (Jason Dee) della figura della spia ed il futuro
(Mark Smith). L'eroe Dee (Bond) è giunto ormai al capolinea
della sua folgorante carriera, mentre Smith si presenta
con tutte le incognite delle nuove generazioni. Cresciute
in un mondo migliore e più facile materialmente ma in
buona parte privo di ideali, motivazioni, senso di responsabilità
e disciplina. Il confronto a tre, si conclude con il ritorno
in cella del Ciambellano, l'assunzione definitiva dell'incarico
di direttore da parte di Jason Dee e la partenza di Smith
per la sua prima missione con licenza di uccidere. Il
tutto è stato da me lasciato in quell'indecifrabile clima
di incertezza tipico della narrativa spionistica. Lo spionaggio
letterario è una nebulosa nella quale è sempre difficile
distinguere con nitidezza i contorni del bene e del male.
I buoni dai veri cattivi. Unica certezza, in questo intricato
panorama, la figura di James Bond. Uomo con i suoi pregi
e difetti, certamente, ma sempre pronto a pagare il prezzo
anche salato delle sue scelte di campo. Mai e poi mai,
disposto a scendere al compromesso supremo del tradimento.
Per soddisfare la propria ambizione od un ego smisurato.
"Una ragione per correre", come già detto, risale al lontano
1989. Quindi è un fossile generazionale ed un omaggio
ad un genere letterario da me molto amato. E come tale
va considerato anche dal punto di vista storico". |
| I
Caffè Culturali: |
"Perché
è stato attratto da questo genere letterario?" |
| Fabio
Lauri: |
"Lo
devo in parte al mio carattere ed in parte alla grande
passione di mio padre per il cinema. Grazie a lui, sfegatato
appassionato di pellicole d'azione, ebbi modo sin dalla
più tenera infanzia di frequentare quello che allora si
chiamava ancora il "cinematografo". A 4 anni, in sua compagnia,
ebbi già la fortuna di assistere a capolavori leggendari
quali "Missione Goldfinger", "Licenza di uccidere", "Dalla
Russia con amore", "Funerale a Berlino" "Operazione Ipcress".
Questo svezzamento precocissimo all'intrigo, consentì
alla mia indole votata geneticamente all'azione ed alla
libertà, di trovare subito cosa le piacesse veramente
della e nella vita. E cioè vedere o sentire raccontata
una bella storia avventurosa. A rinforzare il mio convincimento
e la vocazione, si aggiunse poi il fatto che alle scuole
elementari le mie prime letture siano state i romanzi
di Emilio Salgari. A otto anni già sapevo che cosa mi
avrebbe fatto palpitare per il resto dell'esistenza. Con
gli anni, poi, la passione per il romanzo poliziesco britannico
e per quello di spionaggio si è affinata e completata.
Tra i pochi capisaldi, però, non ha mai vacillato quello
rappresentato dai romanzi di Ian Fleming e dalle pellicole
aventi James Bond quale protagonista. E' come l'amore.
Non si può e non si deve spiegare. Lo si vive e lo si
gode, semplicemente. Io la chiamerei passione istintiva.
Quasi viscerale. Ma sono in buona compagnia. Credo qualche
centinaio di milioni di individui infatuati quanto il
sottoscritto". |
| I
Caffè Culturali: |
"Perché
ha scelto l'esposizione teatrale per il suo lavoro?" |
| Fabio
Lauri: |
"Per
un motivo di una semplicità disarmante. La coscienza dei
miei limiti. Non ho il talento del narratore capace di
spaziare sul lungo periodo. Mi manca il dono. Anche nella
forma del racconto breve, mi ha sempre fatto difetto l'incisiva
capacità di sintesi necessaria per il genere. Tra tutte
le forme possibili, quindi, ho ritenuto di dovermi rivolgere
alla dinamica del botta e risposta. Amando, da lettore,
le interviste di qualsiasi genere, optai per un genere
che le ricordasse. Sintetico, istintivo, teatrale, anche
un po' ingannatorio e criptico per il lettore, non lo
nego. Ma che io amo parecchio. Ho più semplicemente scelto
ciò che mi piaceva, tenendo innanzitutto in debito conto
i miei eventuali pregi ed i miei accertati difetti. Di
necessità virtù, se così si può dire". |
| I
Caffè Culturali: |
"...quindi
non è stata scritta per un allestimento teatrale,
una scena fisica, ma per una scena letteraria?" |
| Fabio
Lauri: |
"In
realtà la scrissi proprio nella speranza che venisse rappresentata
a livello amatoriale. Questo almeno era uno dei progetti
dell'associazione della quale facevo parte. La quale mi
chiese un racconto oppure una breve commedia. Avendo io
optato per la forma teatrale per i motivi già spiegati,
si era pensato di farla poi rappresentare ad uso e consumo
dei soci. Oltre che degli appassionati del genere e di
tutti coloro i quali volessero eventualmente partecipare.
La cosa non andò in porto in quanto, chi di dovere, si
aspettava che io recitassi il De Profundis per un certo
tipo di narrativa spionistica. Ed inoltre, anche e soprattutto
per il personaggio di James Bond. Evidentemente non molto
amato come ebbi modo di rendermi conto. Tutto ciò, ovviamente,
venne a galla solo ad atto unico già redatto e terminato.
Quest'ultimo non piacque affatto e perciò, il suddetto
salmo mortuario venne declamato per il sottoscritto e
le sue povere paginette pro 007. Come potrebbe dire, sorridendo
sornione e lungimirante, lo stesso Ian Fleming...that's
life". |
| I
Caffè Culturali: |
"Come
spiega la notevole diffusione nel pubblico di produzioni
letterarie e televisive legate al crimine, all'intrigo
ed al sangue?" |
| Fabio
Lauri: |
"Rispondendo
a questa interessante domanda, perchè lo è davvero per
un cultore del genere, finirò invece per scoprire l'acqua
calda. L'interesse per tutto ciò che sia intrigo, avventura
e mistero risale agli albori della nostra civiltà organizzata.
Dalla elettrizzante vicenda di Edipo e Clitemnestra in
poi, fu tutto un trionfo per ogni vicenda cantata o romanzata
che avesse il crimine e l'avventura quali elementi fondanti.
Con l'avvento ed il susseguente trionfo della cultura
anglosassone (particolarmente portata sin dai tempi del
genere "gotico" per tutto quanto riguardasse il mistero
e l'indagine) a partire dal diciottesimo secolo, questo
fenomeno andò a consolidarsi definitavamente. I mitici
racconti "I delitti della Rue Morgue", "La lettera rubata",
"Il pozzo ed il pendolo" del grande Edgar Allan Poe, segnarono
in pratica la nascita quasi contemporanea di tre grandi
generi ancora oggi padroni della scena. Quelli del Poliziesco,
dello Spionaggio e del Thriller. A distanza di quasi due
secoli, il loro successo non sembra conoscere flessioni
o tentennamenti. Il successo cosmico di un personaggio
quale Sherlock Holmes ha sigillato questa supremazia british
nel genere mistery. Dopo di lui, il gioco era ormai fatto.
Pur evolvendosi, seguendo il mutare delle epoche, delle
mode e del sentire, questo ha addirittura rafforzato la
sua fama grazie all'invenzione di quel diabolico mezzo
di comunicazione chiamato cinema. Con l'arrivo della televisione,
poi, l'onda si è fatta uragano. Le possibilità di "raccontare"
una storia avvincente, violenta, avventurosa e misteriosa,
si sono fatte innumerevoli. Gli ultimi 30 anni, hanno
quindi segnato un nuovo e progressivo espandersi della
offerta di crimine ed avventure virtuali. La liberalizzazione
dei costumi, l'imporsi della teconologia, la tirannia
dell'informazione e la dittatura della violenza trasmessa
in ogni angolo del mondo, ha permesso di moltiplicare
a dismisura le occasioni di nutrirsi di mistero. Il genere
giallo si è trasformato in una truculenta macelleria a
cavallo tra il patologico e lo psichiatrico. Lo spionaggio
si è riciclato senza sforzo, grazie un mondo ipertecnologico
e quasi fantascientifico anche nel vivere quotidiano.
Da ultimo il thriller, il quale a sua volta non ha fatto
altro che agganciarsi al carro del genere horror. Il matrimonio
sembra riuscitissimo ed i figli sani, robusti e numerosi.
Il crimine, l'intrigo ed il sangue spopolano ancora e
sempre più. La mia è un'opinione personalissima sia ben
chiaro. Sostanzialmente perchè, l'essere umano è truculento,
curioso, nobile, meschino, invidioso, investigativo, intelligente,
morboso. E moltissimo altro ancora, è ovvio. Non facciamo
altro che inseguire misteri per tutta la vita. Dai più
futili ai più tragici. Figuriamoci adesso nell'era delle
piattaforme satellitari e di Internet. L'uomo è una bestia
pericolosa e misteriosa. Inevitabile che trionfasse il
gioco più intrigante tra tutti. L'indagine sui perchè
ed i percome della nostra stessa natura. Al tempo stesso
indecifrabile e chiarissima". |
| I
Caffè Culturali: |
"Come
è nato il titolo di Una ragione per correre" |
| Fabio
Lauri: |
"Il
titolo vorrebbe essere la sintesi riassuntiva del senso
stesso della commedia. In buona parte, invero, della figura
dell'agente segreto come è andata formandosi, dal secondo
dopoguerra nella letteratura e nel cinema. Soprattutto
in quest'ultimo. James Bond, per esempio, nei romanzi
di Ian Fleming, non si limita ad essere una macchina invulnerabile,
senza macchia e senza paura. La sua umanità, per chi volesse
leggere i suoi romanzi uscendo dallo stereotipo cinematografico,
emerge in più di una occasione. Ciò non toglie però, che
rimanga predominante la figura ed il taglio dell'uomo
d'azione per eccellenza. Ma se la letteratura spionistica
riconosce ed esalta più facce per la figura dell'agente
segreto, si pensi alle spie inquiete e tormentate di autori
quali Eric Ambler o John Le Carrè, così non ha potuto
o voluto fare del tutto a livello cinematografico. Qui
impera, giustamente, l'immagine. Ian Fleming e Robert
Ludlum, cito le due firme più prestigiose a cavallo tra
gli anni 50 e 70, hanno però avuto il merito di creare
due personaggi i quali trovano nel movimento, una ragione
vera e propria di essere ed esistere. Ma non la sola per
fortuna. Non per niente, lo straordinario successo della
trilogia cinematografica di Jason Bourne, ha riproposto
il fascino di colui il quale agisce e pensa all'interno
di un'avventura. Cervello e muscoli sono paritetici. L'uomo
completo, per intenderci. James Bond e Jason Bourne, a
mio avviso, incarnano al meglio questa tipologia di eroe.
Uso questo termine non a casaccio. Costoro, pur tra luci
ed ombre inevitabili, vivono la commedia umana nella pienezza
dei mezzi espressivi. Non hanno nulla a che spartire con
gli intellettualoidi frustrati da scrivania, con il cinismo
degli strateghi e della ragione di stato. Ma, al tempo
stesso, non saranno mai dei bruti, dei killer senz'anima
o sentimento. Il loro successo, volendo sintetizzare,
si basa sul dato di fatto più semplice ed ovvio che ci
sia. Sono uomini a tutto tondo, affascinanti e completi.
Ragionano, agiscono, riflettono, saltano, corrono, soffrono,
vedono e giudicano. Tutt'altro che macchine, nientemeno
che ammirevoli. Possiedono quella spinta insopprimibile
alla vita nella sua completezza. Hanno, come io ho cercato
di descrivere, soprattutto "una ragione per correre".
E' un dono, riservato ai più fortunati e predisposti alle
emozioni vere dell'umana esperienza. Del resto, e qui
mi piacerebbe sentire il sacrosanto parere dei tanti contrari
alla mia visione dell'esistenza, che senso avrebbe una
vita terrena che non fosse fatta di raziocinio, istinto
ma anche movimento?". |
| I
Caffè Culturali: |
"Come
nasce il Suo processo creativo? Come si scrive per il
teatro?" |
| Fabio
Lauri: |
"Nel
caso specifico di "Una ragione per correre", mi sentivo
legato ad una forma e ad una struttura teatrale concordata
in precedenza. Quella dell'atto unico. Anche l'argomento
era vincolante, in linea di massima. Quanto al cosiddetto
processo creativo, partii subito con la ferma idea di
non presentare una serie di sedute psicoanalitiche dei
personaggi. Anche se, leggendo a posteriori, potrebbe
sembrare il contrario. Io, allora, pensavo all'atto unico
come ad una lunga intervista con botta e risposta a farla
da padrone. Nella quale pseudo intervista, come credo
sempre avvenga anche nella realtà, si sarebbero buttate
sul tavolo da gioco dell'esistenza umana, grandi verità
e grosse bugie. Come nella realtà del lavoro e della vita
privata, su un palcoscenico, ci si rivela solo per certi
aspetti. Mentre per altri si tende a difendere con rabbia
e determinazione la più intima profondità della propria
anima. In un caso di argomento spionistico come questo,
poi, mi ero ripromesso di convincere il lettore che gli
intervistati tendessero a gettare fumo negli occhi ai
loro intervistatori. Non solo verità, non solo menzogna.
Potrei sintetizzare così il senso e l'idea centrale della
commedia. Non nego che ci fosse, nei miei intenti, anche
una discreta vena polemica. Contro l'ossessiva preponderanza
psicologico-psichiatrica delle analisi e delle critiche
al genere letterario-cinematografico dello spionaggio.
Contro la demolizione del machismo e delle figure eroiche,
nell'innocuo settore dell'intrattenimento. Ed infine,
in apertissimo disaccordo con quanti, soprattutto tra
gli anni settanta ed ottanta, vollero strumentalizzare
la letteratura popolare con letture di matrice politico-ideologica.
Su come si debba e si possa scrivere per il teatro, il
mio giudizio può limitarsi a quello esclusivo del lettore
ed appassionato del genere. La mia esperienza con la scrittura
per il teatro si è limitata alla stesura di "Una ragione
per correre". Per quello che ne so, comunque, credo non
si possa innanzitutto prescindere dal talento. Dalla capacità
di padroneggiare i tempi ed i modi di una forma di espressione
artistica fatta di parole, idee ma anche tanta azione
e movimento. Per far ciò, è indispensabile prendere le
mosse da un'idea iniziale chiara e precisa. Sulla cui
strada si debba poi continuare a marciare senza indugi,
paure o tentennamenti. Continuando poi con un'altrettanto
chiara definizione del rapporto esistente tra i vari personaggi
della commedia, della farsa o del dramma in questione.
Senza tralasciare, com'è poi ovvio, la cura scrupolosa
dei dialoghi. L'incisività dei quali, penso di non sbagliare
di molto, è alla base di un testo quanto meno degno di
una minima attenzione da parte di chi li legge od assiste
dal vivo. Per quanto riguarda l'eventuale suspence della
vicenda, la sua vena romantica o maggiormente introspettiva,
mi permetterei di suggerire a chiunque, l'unico ed insuperabile
manuale di drammaturgia esistente sul mercato. Trattasi
dell'opera omnia di un certo William Shakespeare. Un ragazzo
di immenso talento, il quale, da ben sei secoli, aspetta
ancora di essere se non eguagliato, almeno avvicinato
quanto a valore e sentimenti. Questo mi sento, in tutta
onestà, di consigliare. Leggete il Bardo Immortale di
Stratford. Senza trascurarne un'oncia od una libbra. Perché,
per essere più chiaro, come era solito ripetere quel genio
mastodontico e luciferino di Orson Welles...Shakespeare
è il pane quotidiano. Nutrimento dell'anima, ragione suprema
di essere ed esistere. Senza togliere nulla ai tantissimi
altri fenomeni della scena drammaturgica, non avrei una
carta migliore per tentare di convincere chi volesse avvicinarsi
al grande palcoscenico del teatro del mondo. Guglielmo
Shakespeare è formidabile ed insuperabile perché
è semplice. Vivo e reale dopo cinquecento anni e per i
prossimi cinquanta secoli. Perché è umano come
nessuno mai, perché in lui c'è tutto. Ma, soprattutto,
perché capace di parlare al cuore ed alle viscere
degli uomini e, nondimeno, delle donne tutte". |
| I
Caffè Culturali: |
"A
proposito di teatro: come mai si scrive così poco
per questa forma di arte e si pratica ancora meno?" |
| Fabio
Lauri: |
"Risponderò
in qualità di spettatore ed appassionato qualsiasi. Sia
di teatro sia di cinematografia e televisione. A mio avviso,
nel mondo attuale, quindi tecnologico, dirompente ma anche
falso ed artefatto per quanto riguarda la cosiddetta offerta
artistica, tutto è diventato difficile se non impervio
per l'Arte. Al contrario, è diventato estremamente facile
far partecipare chiunque o quasi alla produzione ed al
gioco di un'arte, oggi assai più democratica. Ma infinitamente
più piccola ed anche mediocre nei suoi contenuti. Mi vado
a spiegare in soldoni. Una pornostar, una ballerina, un
fotomodello, un dilettante, possono arrivare persino a
praticare la carriera di "ATTORE". Recitare in un film,
diventare famosi con una serie televisiva, per costoro
è adesso normale. Per noi invece, è tragedia quotidiana.
E' capitato persino ad Alberto Tomba, di avere la sua
chance come attore. Grottesco. Che poi nella massa dei
potenziali avventizi dell'arte possa esserci qualche talento,
è quasi ovvio. Ma in questo caso, la quantità non può
mai coincidere con la qualità. Per la mia modestissima
esperienza, sulla celluloide si può anche ingannare e
turlupinare chiunque. Fingere che il sidro di mele sia
Brunello di Montalcino. Un prodotto artefatto è pane quotidiano
in questo campo ormai abustao del consumo di massa. Gli
attori si muovono sopra uno sfondo blu o verde. Su questo
poi, anche la faccia di mostri sacri come De Niro, Al
Pacino o Paul Newman, può essere sovrapposta su altri
corpi digitali. Arrivando a volare nello spazio, all'interno
di una pellicola attuale e ipertecnologica. Ormai esiste
anche se non soprattutto questo. Tutto straordinario e
strabiliante, sia chiaro, però l'elemento umano tende
a stemperarsi ed a recarsi a donne di facilissimi costumi.
A dir poco. In teatro, invece, sulle polverose e consunte
assi del palcoscenico, non si può ancora fingere. Però
il mondo è cambiato. Non esiste più la dura, spietata
ma anche meritocratica e formativa scuola della strada.
Ci siamo ormai dimenticati di scrivere da "uomini" e,
quindi, anche di guardare da "uomini". Abbiamo invece
accettato di metterci nella sola posizione dei consumatori
di vanità. Scrivere "vero" teatro e non surrogati cabarettistici
poi ridenominati "Teatro", in Italia è forse diventato
impresa ardua se non titanica. Oltre che mortificante,
suppongo. Non conosco la situazione di altri paesi. La
mia impressione ed opinione di spettatore, è che forse
in certe realtà sia ancora possibile formare attori veri
ed autentici. La produzione anglosassone, è ancora in
buona parte di alto livello. Però credo sia un fenomeno
abbastanza generalizzato a livello planetario e globale.
Anche in questo campo, la cultura di massa ci ha sfamati
materialmente, sottraendoci però il senso del gusto pieno
dell'arte autentica. Se Justin Timberlake, Britney Spears
e Paris Hilton possono fare del cinema, chi scrive e chi
vorrebbe fare teatro, sarà sempre di più costretto ad
operare in una semi-clandestinità mediatica. Del tipo
dei nostri cospiratori carbonari di risorgimentale memoria,
tanto per intenderci. Questo non vuole dire che, per esempio
in Italia, magari non si scriva o non si faccia anche
del vero Teatro. Ma la qualità dov'è, nella media? Parlo
sempre di "Teatro" con la prima lettera maiuscola, scritto
per e recitato da ATTORI. Non da cabarettisti o belle
figliole con pretese di vis comica o addirittura di ars
dramatis. Eppoi, oggi di cosa si potrebbe o dovrebbe scrivere
di memorabile oggi? Del Grande Fratello, dell'Isola dei
Famosi, della Talpa? Sofocle, Euripide, Shakespeare, Marlowe,
Goldoni, Moliere, MIshima, Harold Pinter ed Arthur Miller
oggi potrebbero regalare la loro arte? Io credo che nascano
ancora, ovunque e sempre, grandi talenti per lo più inespressi.
Però, senza selezione naturale ed in assenza ormai conclamata
di un "mondo reale", quale mai fenomeno talentuoso potrebbe
oggi emergere e diventare immortale? E per chi mai potrebbe
e vorrebbe scrivere? Per un popolo di tronisti e cortigiane
del piccolo schermo, piuttosto che per un re, un mecenate
od un capitalista filantropo? Sinceramente ne dubito,
anche se spero di sbagliarmi su tutta la linea". |
| I
Caffè Culturali: |
"Cosa
occorrerebbe fare?" |
| Fabio
Lauri: |
"Magari
il problema fosse solo quello di ritrovare qualità ed
iniziativa nel nostro mondo teatrale. A mio insignificante
avviso, parlando non solo di teatro ma di cultura tutta,
soprattutto quella spicciola e di strada, ciò che serve
è un indispensabile balzo in avanti del nostro paese.
Cercherò di spiegarmi. Urge un cambio di rotta. Dobbiamo
portare la prua della nostra nave da sud a nord. Solo
navigando verso nuovi mari, potremo rivedere il sole e
forse la terraferma. Questo è purtroppo indispensabile.
Al di là del fatto che la nostra "Italia", sia un paese
bellissimo, variegato, multiforme, affascinante e che
possegga un patrimonio artistico quasi inimmaginabile
per ogni altro vivente, manca un solo grande elemento.
Però fondamentale. Il nostro progresso come popolo, comunità,
nazione, tribù. Godere della cultura e non annoiarsi con
essa. Perché non si tratta di una meta per soli
eletti. E' alla portata di tutti. La poesia è cultura,
la letteratura è arte con la maiuscola. Ma così lo è anche
lo sport. Sturatevi le orecchie signori moralisti. Camminare,
correre e rotolare sulla neve, non ha valore inferiore
di una rima baciata o di un saggio accademico. Leonardo
Da Vinci e Michelangelo Merisi non vi dicono nulla? Non
vi bastano come esempi? Siamo troppo indietro, anche rispetto
a paesi solo apparentemente sulle nostre code. Non parlo
di tutti noi come singoli. Nostro vero pane quotidiano.
In questo frangente, costretti ad arrangiarci, siamo sempre
geniali, vulcanici, magari coltissimi ed assai più informati
di tanti altri. Ma sempre come infelici singoli, dispersi
ed abbandonati senza un riferimento nazionale vero e proprio.
Sarebbe ormai l'ora di finirla con la mitologia del Bel
Paese. Fatta di picchi culturali inarrivabili e di altrettanto
sepolcrali abissi di ignoranza. Avremmo bisogno di sentirci
un popolo una volta tanto. Di non ragionare più come lupi
solitari ed affamati bensì come facenti parte di una comunità
compatta. Orgogliosa dei nostri pregi ed altrettanto vergognosa
dei nostri abominevoli difetti. Acculturata alla base.
Perché il sapere deve essere offerto a tutti, indistintamente.
Gli italiani meriterebbero di essere dotati di un minimo
di bagaglio di conoscenze uniformi e moderne. Necessitiamo,
prima di ogni altra cosa, di possedere finalmente una
lingua comune, vera ed autentica. Parlata da tutti. Bellissimi
i dialetti, stupendi, patrimonio millenario di cultura
inarrivabile. Nessuno li tocca né mai lo vorrebbe.
Non è questo il problema di fondo. Però è scoccata l'ora
fatidica di parlare, TUTTI, la LINGUA ITALIANA. Ed insieme
a questa, anche un paio di altri idiomi europei. Tanto
per cambiare ed incominciare. Viviamo un regresso di base
triste e palpabile. Televisione e radio, ormai si esprimono
solamente in un idioma romanesco-italiota di pessima qualità.
Siamo giunti all'incredibile paradosso per il quale le
vecchie generazioni sono in grado di esprimersi in un
italiano assai più corretto di coloro i quali, oggi, hanno
dai 40 anni in giù. Secondo fattore decisivo. Abbiamo
un disperato bisogno di parlare la LINGUA INGLESE. Tutti
o quasi tutti. Di aprirci al mondo, ed a tutta l'offerta
di sapere, conoscenze ed opportunità, che anche il resto
del globo è in grado di offrire. Nell'anno del Signore
2008, con i mezzi tecnologici a nostra disposizione, non
è più giustificabile un approccio autarchico verso il
basso. Non ci servono elites con il vuoto sotto i piedi.
Non è obbligatorio che tutti amino il teatro o la letteratura,
non è questo il significato più profondo del termine cultura.
Ciascuno, nel corso dell'esistenza, troverà le passioni
a lui più congeniali. Oppure no. Non è obbligatorio. Ma
non dovrà esprimersi a gesti, in casa propria. La cultura
suddetta non si nutre per forza di sensibilità inarrivabile.
Ma di conoscenza, questo si. E' doveroso, in una nazione
sapiente, che un italiano corretto ed un buon inglese
siano parlati allo stesso modo dal capitano d'industria,
dallo scrittore, dall'ingegnere, dall'idraulico, dal camionista
e persino dal tutti fintamente amato "operaio". Figura
mitica e santificata fino alla nausea nel nostro paese.
Tanto da essere sinonimo di razza subalterna, incolta
e rozza quasi lo fosse per necessità divina. Ci sentiamo
migliori perché ci sono loro, non per quello che,
realmente, siamo capaci di apprendere od esprimere. In
Italia, la democrazia culturale e sociale è uno spauracchio
temuto da tutti. Quasi che, per essere all'avanguardia,
si dovesse promuovere la disparità. Non solo quella economica
ma soprattutto quella delle conoscenze e delle cognizioni.
E qui veniamo al ventre molle di questo nostro paese che
purtroppo ancora non c'è. La Francia ha realizzato un
canale televisivo satellitare capace di portare in tutto
il mondo la sua lingua ed il messaggio di una nazione
comunque e sempre, in grado di mostrare il suo orgoglio
e la sua voglia di fare. Ed anche tanta cultura. Bassa,
alta, media. Tralascio di parlare del mondo anglosassone.
Sarebbe troppo facile ed impietoso. Persino i tedeschi
ed i russi, nazionalisti come forse nessun altro, hanno
capito che è fantastico, utile, necessario, imprescindibile,
parlare anche la LINGUA INGLESE. Anche la Cina, possiede
il suo canale in LINGUA INGLESE. Chi mai lo avrebbe detto
solo venti anni orsono? Perché loro si e noi no?
Non mi si venga a dire che è tutta una questione di soldi.
Balle, fandonie, "cazzate" e turlupinature. Non prendiamoci
in giro. Si costruiscono siti Internet nazional-propagandistici,
per venire poi a sapere che non rendono pur essendo costati
cifre iperboliche. I soldi ci sono. In partenza... Noi
possediamo la storia materiale della cultura in termini
quantitativi. Siamo il forziere di gran parte del passato
dell'umanità. Chi ci potrebbe o dovrebbe battere, sarebbe
lecito domandarsi? Moltissimi purtroppo. Why? Perché
viviamo nella paura della libertà e nel terrore del confronto.
Potremmo essere i migliori, eccome se potremmo esserlo
davvero, ed invece godiamo quasi nell'essere poco stimati,
derisi, mal sopportati. Invidiati ma non considerati.
Tiriamo a campare. Espressione orrenda. Modo di essere
ripugnante, mortificante e falso. Il mandolino come simbolo
non è un valore aggiunto. E' una palla al piede. Non dobbiamo,
sia chiaro una volta di più, dimenticare la nostra lingua
e le nostre radici. Giammai. Ma abbiamo un disperato bisogno
di essere anche altro. Non più Pulcinella, Arlecchino,
Meo Patacca o il Dottor Balanzone. Quella è Storia. E
come tale deve essere promossa e salvaguardata. Ma oggi
si deve essere ben altro. Magari finalmente uomini, italiani,
europei, cittadini del mondo. Culturale e non, reale e
virtuale. Per quanto mi riguarda, solo così, potremmo
risollevare la qualità del nostro teatro, della nostra
televisione, della nostra cultura, del nostro popolo.
Infine, della nostra esistenza tutta. Io però, mannaggia
e li mortacci mia, purtroppo non ci credo più". |
| I
Caffè Culturali: |
"Da
cosa dipende il Suo sconforto?" |
| Fabio
Lauri: |
"Non
si tratta di sconforto o disillusione. Ho dato un'impressione
sbagliata riguardo il mio stato d'animo di privato cittadino.
Trattasi solo di personale convinzione. Non mi illudo.
Sarebbe anche eccessivo e presuntuoso farlo o pretenderlo.
Ma se mi sbagliassi, nel medio o lungo periodo, sarei
la persona più felice a tal riguardo. In sintesi, non
credo che l'Homo Italicus rinuncerà al proprio provincialismo
di fondo. Con questo termine non voglio sostenere che
non si debba amare o tenere in grande considerazione la
propria provenienza o le radici della propria cultura.
Per nulla al mondo lo vorrei. Io per primo sono fiero
ed orgoglioso di essere nato in Lombardia e di aver fatte
mie alcune caratteristiche che io reputo, in tutta sincerità,
considerevoli pregi della mia gente. La quale possiede
altresì anche parecchi difetti, non sarò certo io a negarlo.
E questo sono sicuro valga per ogni individuo ed ogni
regione. Non sono invece orgoglioso di essere italiano.
Ma solo per assenza ab origine del suddetto requisito.
Proprio qui risiede il nocciolo della questione per quanto
mi riguarda. Sin dalla prima infanzia ho conosciuto l'ITALIETTA,
l'ITALIUME e, purtroppo, sempre e solo la tanto decantata
ITALIANITA'. Mai però, in tutto questo magma indefinito
ho ritrovato la forma compiuta di quella che io vorrei
essere l'Italia. Un paese che più non ci ingannasse con
ormai inutili polemiche sul passato ma guardasse almeno
al presente. Non pretendo il futuro. Basta con fascismo
e comunismo. Basta con le fazioni. Non faccio confronti
e neppure mi interessano quelli con altre realtà nazionali.
Anche se ho dei modelli di massima ai quali fare riferimento.
Ma ho voluto concentrare l'attenzione sul mio Paese, la
mia Terra di origine. Questo mi ha fatto soffrire da sempre
e, temo, mi procurerà dolore anche per il tempo che mi
sarà concesso di vivere. Riassunti e catalogati i pregi
del genio italico, indubbi e grazie al cielo vivi e fortissimi,
la mia indole ha la tendenza a guardare sempre ai difetti.
A quegli elementi capaci di rendere incivile un popolo
ed una nazione. A rendere peggiore e talvolta infame l'esistenza
in un popolo che ha sempre confuso l'arte con la civiltà.
L'intelligenza con la virtù. Il talento con il progresso.
Mi limiterò quindi a parlare dei miei sogni" culturali"
per quella nostra Italia che ancora non vuole nascere.
Mi piacerebbe uno Stivale nel quale si parlasse "anche"
l'inglese come seconda lingua. Nella quale il numero dei
laureati non fosse grottesco quanto ad esiguità. Un paese,
il mio paese, nel quale si utilizzasse il patrimonio storico
naturalistico al fine di emergere in campo internazionale
e di creare una ricchezza diffusa e veramente sociale.
Un lembo di terra sul quale i patti internazionali venissero
rispettati, facendo di noi un popolo "affidabile". Una
terra nella quale il sussidio finanziario per la ricerca
diventasse un motivo di orgoglio e di successo per chi
merita e perchi può dare alla comunità tutta. Una stramaledetta
nazione nella quale non venissero decurtati i finanziamenti
per la cultura, in quanto trattasi anche e soprattutto
di industria, per chi ancora non lo avesse capito. Perchè
se a noi togliessero, arte, cultura e natura, che cosa
mai ci resterebbe? Una potenza industriale? Un esercito
di artigiani talentuosi, semmai. In definitiva, vorrei
un italiano che non sbandierasse ad oltranza il trito
e ritrito slogan del genio e della sregolatezza congenita
ed inevitabile. Si può essere precisi e metodici, anche
e soprattutto con tante belle qualità. Basterebbe sforzarsi.
Il passato non è una condanna. E' solo un'eredità. E se
provassimo a farla fruttare? Meno romanesco, meno napoletano,
meno lumbard. Più ITALIA". |
| I
Caffè Culturali: |
"Torniamo
al teatro ed al Suo lavoro: lo riscriverebbe come lo ha
scritto?" |
| Fabio
Lauri: |
"Cercherei
di riscriverlo assai meglio, innanzitutto. Ma questo non
è il solo elemento che mi solletica nella domanda da Lei
posta. Difetti a parte, lo riscriverei in modo identico
per quanto riguarda i contenuti ed il clima che esso voleva
descrivere. Molte delle affermazioni dei protagonisti,
mi appartengono in tutto e per tutto. Non posso e non
voglio negarlo. Ma, dopo 20 lunghi anni, non è solo cambiato
il clima storico-politico di allora. Sono cambiato io
pure. Da "giovane uomo" ad "uomo di mezza età", conscio
di questa trasformazione. "Una ragione per correre", è
in realtà un atto unico avente per tema lo scontro-incontro
fra tre diverse generazioni di uomini ed agenti segreti.
Tra epoche diverse, differenti approcci alla realtà dei
fatti, diseguali tipologie di sensibilità umana. Quando
ebbi la temerarietà di scriverlo, la mia realtà anagrafica
era quella del più giovane dei tre personaggi. John Smith.
La recluta in odore di sostituzione di un Jason Dee-James
Bond ormai entrato nella famosa mezza età. E quindi in
procinto di passare ad un nuovo ruolo. Dal lavoro sul
campo a quello d'ufficio. Inevitabile, quindi, che in
qualche modo il mio approccio, si avvicinasse maggiormente
al sentire del più inesperto tra i protagonisti. Ho cercato
di evitarlo ma è assai probabile che il risultato rispecchi
la mia giovinezza e furore di allora. Oggi, rivedendo
il testo, sarei senza dubbio in buona parte immedesimabile
ed immedesimato nel suddetto Jason Dee. Affinità di leva
anagrafica, trasformazione inevitabile dovuta all'esperienza
della vita. Il tempo scheggia, smussa ed ottunde gli esseri
umani. Non si cambia mai veramente. Però si scoprono e
si capiscono molte cose, con il tempo. Si perdono illusioni
e slanci. Si acquista in lucidità di analisi e profondità
del sentire gli uomini e le situazioni. Se mai dovessi
riscriverlo addirittura tra venti anni, per esempio, sarebbe
ancora tutta un'altra storia. Pur con un grande bagaglio
di esperienze non sono sicuro che il risultato sarebbe
migliore o più incisivo. Ecco che, con ogni probabilità
se non certezza, mi verrei a trovare nella condizione
di condividere molte delle problematiche appartenenti
al terzo uomo della vicenda. Il Ciambellano. Un uomo della
terza età, giunto al declinare della sua parabola di essere
umano e di professionista dello spionaggio. Il nuovo che
avanza ed il passato che non vuole lasciare le barricate
e le trincee. Una dinamica vecchia e classica come la
storia dell'Homo Sapiens. Credo che ogni cosa debba essere
valutata all'interno del contesto storico nel quale fu
portata a termine. "Una ragione per correre" era attualità
vissuta nel marasma di un anno decisivo quale fu il 1989.
Oggi, nel 2008, sarebbe cronaca ed analisi di un recente
passato. Più esperienza meno spontaneità. Nel 2028, il
mio atto unico emanerebbe già il profumo stantio della
critica storica. Un soprammobile, magari ben conservato...ma
pieno di ragnatele. Comunque sarebbe una sfida davvero
affascinante. La si potrebbe intitolare nel seguente modo:
Come si cambia". |
| I
Caffè Culturali: |
"Per
quanto concerne la messa in scena, cosa sarebbe cambiato
da vent'anni a questa parte? Come sarebbe percepito ora
e con quale espressione scenica sarebbe rappresentato?" |
| Fabio
Lauri: |
"E'
la domanda più affascinante che si possa fare, a mio avviso.
Dal momento che, i cambiamenti verificatisi nello scenario
storico e sociale da allora ad oggi, sono stati i più
sconvolgenti tra quelli anche solo ipotizzabili. La caduta
del Muro di Berlino, la fine dei regimi comunisti europei
e del mitico Patto di Varsavia. Tutto questo era l'essenza
della "spy story". Lo è stata per 40 anni, l'età d'oro
del genere in questione. Dal 1990 in poi, ci siamo trovati
di fronte ad un universo in parte impazzito ed in parte
indecifrabile. Soprattutto, tirando le somme e pur valutando
le nuove dinamiche legate al terrorismo ed alla guerra
per l'energia, il nocciolo tradizionale dello spionaggio
è venuto a mancare. Quello dei blocchi di superpotenze
contrapposti, delle fazioni ben delineate e per le quali
parteggiare a seconda del credo politico o della propria
collocazione geografica. Almeno dal punto di vista della
cronaca quotidiana, sino al novembre 1989, si era pur
sempre trattato di una guerra con regole quasi canoniche.
Noi contro i rossi. I rossi contro lo spietato imperialismo
occidentale. Era una contrapposizione semplicistica e
non veritiera, è ovvio, però ad esempio per un lettore
di genere, le cose erano molto ma molto più semplici.
Lo spionaggio godeva di uno scenario fisso e quasi cristallizzato.
I maestri erano gli inglesi, seguiti a ruota dalla CIA
americana. Dall'altra parte della barricata, tramavano
minacciosi i compagni bolscevichi. Qualche volta i temuti
e misteriosi bulgari. Niente di più e niente di meno.
Apparentemente monotono, in realtà niente di simile sarà
più riproducibile in campo letterario. Dall'azione imperante
di James Bond ai tormenti dubbiosi di un Le Carrè o di
un Len Deighton, il clima culturale del genere "spy story",
godeva di una stabilità scenografica rassicurante e ricca
di opzioni intrecciabili tra di loro. C'era anche il fascino
straordinario di un mondo "oltrecortina" in gran parte
misterioso e sconosciuto. Mosca, Varsavia, Praga, Berlino
Est, erano mitiche roccaforti di un "impero del male"
vivo e vegeto. Materialmente rintracciabile sulla carta
geografica. Dalla nostra parte della cortina di ferro,
regnava sovrana la tradizione inglese dello spionaggio
storico, figlio del grande impero di Sua Maestà Britannica.
Baluardo di una potenza economica e militare ancora importante,
nonostante le devastazioni del secondo conflitto mondiale.
Oggi, tutto questo non c'è più. Pertanto, riscrivere "Una
ragione per correre", nel 2009, sarebbe un'esperienza
del tutto nuova. Se volessi tentare di essere "attuale"
e contemporaneo, non prenderei neppure in considerazione
i personaggi, il clima, i dialoghi, le considerazioni,
le riflessioni e gli scenari di soli 20 anni orsono. Oggi,
l'elemento umano ha più o meno lo stesso valore del due
di coppe nella briscola a tre. Bisogna eliminarlo in partenza.
Terrorismo, microchip sottocutanei, CNN, coperture satellitari
globali, scansione laser della retina, triplogiochismi
imperanti, globalizzazione merceologica e mediatica, hanno
stravolto il mio universo spionistico. Almeno per come
io lo amavo ed apprezzavo. Pellicole cinematografiche
quali Matrix, credo abbiano disarcionato l'universo della
realtà, per introdurci in una galassia di tutt'altro genere
Sarebbe quindi completamente differente la messa in scena,
contemporanea, dell'atto unico. Questo è sicuro. Ma arrivo
a dire che anche i personaggi di allora, oggi non vorrei
e non potrei riutilizzarli. Sarebbero dei fossili olezzanti
vecchiume e sorpassato approccio all'avventura. Dopo soli
venti anni, sono più che certo che "Una ragione per correre"
sia già un reperto storico sigillato e non riadattabile
per la contemporaneità. Oggi è tempo di hackers e cybernauti.
Il Ciambellano e Jason Dee, se ne stanno al calduccio
nel loro mausoleo. Soddisfatti ed un po' impauriti. Non
credo proprio che vorrebbero avere a che fare con l'era
del digitale e del software miniaturizzato". |
| I
Caffè Culturali: |
"Cosa
ne sarà del teatro, alla luce del progresso tecnologico?" |
| Fabio
Lauri: |
"E'
un bel dilemma storico e futuribile. Secondo me, il teatro,
in quanto rappresentazione scenica di fronte ad un pubblico,
resisterà ancora a lungo. Il bisogno di esibirsi ed esprimersi
dell'essere umano, non credo possa restare mortalmente
colpito dalla nuova società teconologica e spersonalizzante.
Altro discorso, naturalmente, sarà quello riguardo a ciò
che verrà scritto per il teatro e poi rappresentato sulle
fredde assi dei palcoscenici di tutto il mondo. La società
odierna, è in grado di offrire qualcosa di epico? L'utilizzo
delle suddette nuove tecnologie nel corso delle rappresentazioni,
apporterà un surplus di emozioni nuove ed impensabili?
Il mondo teatrale si trasformerà in una pseudo-discoteca
attraversata da raggi laser, effetti sonori sconvolgenti
et similia? Non escludo, anzi sono quasi sicuro, che tutto
ciò accada già oggi. Così come, è quotidiano lo stravolgimento
scenografico dei classici immortali, portati in scena
con allestimenti fantascientifici e pseudo-contemporanei.
Romeo e Giulietta addobbati da rappers. Amleto travestito
da astronauta. Re Lear agghindato e sgargiante quanto
un novello Superman. Le vie del marketing e del botteghino
sono e saranno sempre infinite. Ma, tornando alla domanda,
a mio avviso la partita si giocherà sempre e comunque
nell'ambito della stesura di eventuali e nuove pieces
teatrali nel futuro prossimo. Può la macchina munita di
software sostituire le emozioni suscitate dalle azioni
e dai sentimenti degli esseri umani? Pregi e difetti innati
degli Homines Sapientes, verranno cancellati perchè di
ostacolo al trionfo del microchip? Una commedia recitata
da venti computers capaci di interagire tra loro simulando
l'attore in carne ed ossa, ci regalerà le stesse palpitazioni
nobili e plebee del Bardo Immortale di Stratford on Avon?
La mia risposta non può quindi trasformarmarsi se non
in una serie quasi infinita di domande. Dubbiosa, timorosa
ed anche non poco irritata. Non lo nego e non lo nascondo.
Ma davvero le nuove tecnologie sono e saranno utili per
il teatro? Ci servono davvero? Che cosa ce ne facciamo,
alla fine? A me, personalmente, non interessano affatto.
Mi annoiano. Preferisco l'arte di Omero, nuda e cruda.
Dalla terra e sulla terra. Polvere ed ombre che camminano.
Questo mi interessa". |
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titolo: "Tavolino riservato a Fabio
Lauri "
data di pubblicazione: 14/11/2008
ultimo aggiornamento: 14/01/2009
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autore: Programma
Italiano - Area Didattica
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