Tavolino riservato a Giordano Boscolo

     


Giordano
Boscolo
Nome: Giordano
Cognome: Boscolo
Data di nascita: 22.11.1969
Nazionalità: Italiana
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http://finepercorsovita.wordpress.com/
"E mail": giordbos@gmail.com
Interessi: -
Note di presentazione:

-

Comunicazioni dell'ospite:

"Un giorno, passeggiando lungo un argine attrezzato per gli esercizi ginnici, mi sono imbattuto in un cartello che diceva: fine percorso vita. Ci sono rimasto male".

Collegamento ai
lavori pubblicati:

http://www.autodafe-edizioni.com/catalogo/95-le-nausee-di-darwin


L'intervista all'ospite
I Caffè Culturali: "Chi è Giordano Boscolo?".
Giordano Boscolo: "Sono nato a Padova, dove vivo tuttora. Ho avuto un'infanzia dorata. Ho fatto le elementari dalle suore, le medie e il liceo scientifico dai preti. Non ho fatto il servizio militare. Mi sono laureato in scienze biologiche e attualmente lavoro presso uno dei più grandi laboratori italiani di analisi chimiche. Ho la patente B e non ricordo mai qual è il mio gruppo sanguigno. Pur non avendo celebrato nozze religiose o civili, sono sposato da dieci anni con una pittrice. Non ho figli, né animali domestici. Fumo da circa vent'anni e aspetto di pagarne le conseguenze. Recito in una compagnia amatoriale di teatro. Non mi interessa lo sport, anche se da ragazzo ho praticato per qualche anno l'atletica leggera. Ah, mi piace sciare. Amo andare al cinema e cenare fuori casa, ma non in posti eleganti. Detesto l'afa estiva della pianura padana. Non sopporto gli uomini che pisciano ai bordi delle strade. Ritengo che la lavatrice sia una delle invenzioni più utili della storia. Invidio le persone che dormono poco. Dai miei errori ho imparato solo come commettere gli stessi errori in modo diverso. La quantità delle cose che ignoro è incommensurabile rispetto a quella delle cose che conosco. I fanatici religiosi e i fanatici atei mi paiono ridicoli allo stesso modo. Trovo sia sempre più difficile mantenere uno sguardo critico sulla realtà. Ho un debole per le grandi città, mentre la campagna dopo un po' mi deprime. La lettura mi ha regalato momenti di intenso godimento. Questo è un elenco di cose, fatti e opinioni che mi riguardano. Non so se rispondano alla domanda Chi è Giordano Boscolo, ma sicuramente hanno contribuito (e contribuiscono) a fare di me quello che sono".
I Caffè Culturali: "Ha dichiarato che: Un giorno, passeggiando lungo un argine attrezzato per gli esercizi ginnici, mi sono imbattuto in un cartello che diceva: "Fine percorso vita". Ci sono rimasto male. Cosa le ha suscitato quel cartello?".
Giordano Boscolo: "Talvolta capita che un suono, cui non avevamo fatto caso per via della sua costanza e uniformità, diventi improvvisamente udibile perché ha subìto una brusca variazione di frequenza. Quel suono c'era anche prima, eravamo immersi in esso, talmente assuefatti da non badarci nemmeno, ed è bastata una minima discontinuità a farlo affiorare in superficie e a renderlo evidente. A quel punto anche la nostra memoria si è attivata, e in effetti ricordiamo benissimo che il suono era sempre stato lì, in sottofondo. Ebbene, quando mi sono trovato di fronte a quel cartello è successa più o meno la stessa cosa: il suo messaggio, quel fine percorso vita così inaspettato e fuori contesto rispetto alla mia tranquilla passeggiata domenicale, ha risvegliato una consapevolezza che ci accompagna, me come chiunque altro, in ogni momento della vita. E quando dico in ogni momento lo intendo proprio in senso letterale. Ogni nostra azione, esperienza, pensiero, relazione, ha una certa durata e poi finisce. Questa stessa risposta scritta è il risultato di un atto che sarà già stato compiuto da un pezzo nel momento in cui la leggerete. Anche se di solito non ci badiamo, in ogni istante si ripropone uno schema che, testimoniando la caducità di tutte le cose, viene a dirci che in un tempo neanche troppo remoto dovremo schiattare. Qualcuno potrebbe farmi notare che se quel giorno avessi eseguito gli esercizi di ginnastica previsti dal percorso, la vista del cartello mi avrebbe fatto tutto un altro effetto, magari avrei provato pure un senso di sollievo. E’ vero. Ma il percorso sarebbe terminato comunque, il benessere dovuto alla ginnastica sarebbe durato poche ore per poi finire anch’esso, e magari me ne sarei tornato a casa dicendo: però, che bella giornata. Peccato che sia già finita. Insomma, quel suono, quel basso continuo, quel brusio costante, è sempre dentro di noi. Possiamo non dargli ascolto, ma non possiamo liberarcene".
I Caffè Culturali: "Esiste un rapporto tra il risveglio, a cui ha accennato prima, e la sua attività di scrittore?".
Giordano Boscolo: "E' inevitabile che scosse del genere finiscano, prima o poi, in qualcuno dei miei testi, così come è inevitabile che chi scrive sia condizionato dalle proprie paure, ossessioni, manie, inquietudini, gioie, e così via. Per questo motivo, indipendentemente dal desiderio di pubblicare, desiderio che potrebbe anche non presentarsi mai (non è vero, a un certo punto si presenta. Sempre), il bello della scrittura è innanzitutto quello di essere un potente strumento di autoanalisi. D'altra parte, un testo interessante e utile per chi l'ha scritto potrebbe non essere né interessante, né utile, per il pubblico dei lettori. Ecco, dunque, che le cose cambiano radicalmente quando ci si scontra con l'urgenza di pubblicare; a quel punto tutto il bene che possiamo aver tratto dall'esercizio della scrittura ci si rivolta contro come un cane rabbioso. La scrittura, da benefico mezzo di autoconoscenza, può diventare allora fonte di dubbi e frustrazioni, un po' come quei farmaci i cui effetti collaterali sono peggiori del malessere che dovrebbero curare".
I Caffè Culturali: "Cosa scrive Giordano Boscolo?".
Giordano Boscolo: "Parole. Scrivo parole. Non saprei che altro scrivere. Alcune di queste (le migliori) fanno riferimento a cose che esistono davvero nel mondo e sono quasi prive di connotati ambigui: mela, forbice, sedia, acqua, capra... Altre (intermedie) fanno riferimento a cose che esistono davvero in noi, ma di cui non conosciamo con precisione la natura: paura, amore, odio, grazia... C'è poi tutto un gruppo di parole (le peggiori) che rimandano a concetti sulla cui esistenza reale è lecito nutrire seri dubbi, essendo puri contenitori che chiunque può riempire come gli pare e usare per qualunque scopo: giustizia, anima, democrazia, dio... Non sempre metto tutte queste parole nello stesso testo. Per dire, poco fa ho compilato un'ottima lista della spesa che con un buon lavoro di editing potrebbe anche essere pubblicata, e conteneva soltanto parole del primo tipo (a parte la capra). Devo però ammettere che è raro riuscire a scrivere una lista della spesa così interessante come quella di oggi, nella maggior parte dei casi sono costretto necessariamente (ecco un avverbio potenzialmente pericoloso) a mescolare parole appartenenti alla prima e alla seconda categoria, oppure alla prima e alla terza. Se sono proprio in vena, e ho voglia di compromettermi, uso parole pescate da tutte e tre le categorie (come potete vedere, la prima categoria è imprescindibile). Detto questo posso aggiungere che a parte la scrittura privata e introspettiva, ossia destinata solo a me, cui facevo riferimento nella risposta precedente, molto spesso i miei scritti più che dalla riflessione scaturiscono da stimoli fisici molto precisi: il caldo, il freddo, la nausea, il malessere dovuto a un mio recente tentativo, imposto dal dentista, di smettere temporaneamente di fumare, il nervosismo che provo in questi giorni per via del cambio repentino di stagione, e così via. Quando qualcuna di queste sollecitazioni mi stimola delle intuizioni, le annoto subito su un pezzo di carta e in seguito vedo se è possibile trarne qualcosa di scritto. A volte non viene fuori niente, a volte sì. Le pagine che mi dà più soddisfazione scrivere sono proprio quelle relative alle reazioni del corpo agli stimoli esterni. Sono molto difficili e non possono occupare tutto lo spazio della narrazione, che altrimenti rischierebbe di diventare un esercizio di stile, ma le trovo illuminanti e rivelatrici, non meno delle pagine che riguardano stati mentali e riflessioni vagamente filosofiche. Scrivo soprattutto racconti, alcuni pubblicati in antologie e ultimamente anche su un paio di siti letterari. In passato ho scritto parecchie poesie e un graziosissimo poemetto in forma di canzone petrarchesca, rigorosamente in endecasillabi e settenari. Ho scritto un romanzo, pubblicato da Autodafé edizioni".
I Caffè Culturali: "Che differenza trova nel comporre un racconto o un romanzo?".
Giordano Boscolo: "Direi che le differenze sono sia oggettive che soggettive. Nel primo caso si tratta di differenze facilmente riscontrabili anche come lettore: in un racconto non è necessario che ci sia un intreccio particolarmente complesso e un'unica idea può essere sufficiente per portare a termine la storia, mentre un romanzo richiede una trama più articolata e sarebbe opportuno sviluppare più idee, sotto forma, ad esempio, di storie secondarie rispetto alla trama principale, che però devono confluire in essa e arricchirla di particolari. Inoltre, trovo che il racconto si presti molto bene a raccontare qualcosa partendo da uno stimolo occasionale, o da un'impressione che ci ha colpiti nel corso di una qualunque giornata. Ovviamente, in questo caso non si tratta di scrivere la cronaca pedissequa di un evento di cui si è stati testimoni, o di una sensazione che ci ha illuminati, ma di rielaborare queste cose in forma narrativa, magari stravolgendole completamente. Queste poche indicazioni non costituiscono certo una regola, poiché ci sono racconti, pieni di idee e con un un intreccio molto denso, che si differenziano da un romanzo esclusivamente per il minor numero di pagine.
Per quanto riguarda invece l'aspetto soggettivo, a parte l'individuazione di una buona storia, che non è cosa da poco, per scrivere un romanzo è necessaria una dedizione prolungata nel tempo, per niente facile da mantenere per chi non fa lo scrittore di mestiere (e forse chi non fa lo scrittore di mestiere è proprio perché non è in grado di sviluppare questo tipo di dedizione). Quando dico dedizione intendo: concentrazione, costanza, capacità di vincere le frustrazioni causate da un capitolo che proprio non funziona, coraggio di riscrivere tutto un'altra volta, disponibilità a rinunciare a uscire la sera o la domenica, abitudine a restare soli davanti a fogli bianchi e ostili, eccetera, eccetera, eccetera. Infine, non dimenticare mai di porsi le fatidiche domande: se fossi io il lettore di questa cosa che sto scrivendo, investirei davvero del tempo per leggerla? Non ci sono già altri libri simili al mio, che dicono le stesse cose molto meglio? Se le risposte sono affermative tanto vale deporre la penna e iscriversi in palestra, che uno scrittore ne ha sempre un gran bisogno e gli fa solo bene alla salute".
I Caffè Culturali: "Quanto sono importanti gli altri per uno scrittore?".
Giordano Boscolo: In relazione a me che scrivo (tralasciando il generico “uno scrittore”, di cui non so nulla) gli altri sono molto importanti, ma vorrei fare qualche distinzione.
In primo luogo ci sono gli altri in senso generale, ossia quelli che potrei definire estranei miei contemporanei con i quali interagisco nella vita di tutti i giorni. Questa categoria di soggetti è forse la più irrinunciabile e costituisce un indispensabile serbatoio per la scrittura, che altrimenti sarebbe solo il monologo interiore di un autistico. Se ci si riflette un attimo, patologia a parte, nemmeno il monologo interiore può fare a meno degli altri, dal momento che anche la parte più intima e nascosta del nostro essere viene inevitabilmente modificata, guastata, esaltata, alienata, condizionata, fiaccata, ammalata, guarita, eccetera, dal rapporto con gli altri. In questo senso, prescindendo dagli altri non solo non ci sarebbe scrittura, ma credo sarebbe difficile qualunque altra attività umana.
C’è poi quella categoria di altri che fa parte del nostro contorno affettivo: genitori, figli, fratelli, amanti, amici e affini. Inutile sottolineare quanto siano importanti questi soggetti per la costruzione della zavorra emotiva che anche il più scalcagnato degli artisti utilizza per far volare a quote più o meno elevate la propria opera. L’immagine della zavorra mi piace assai, perché mi permette di chiarire che quanto più ci si libera di ciò che identifica soltanto noi (ad esempo: quello che è successo tra me e mia mamma, quello che mi ha fatto il mio moroso, le botte che mi ha dato mio fratello, come ho tradito la fiducia del mio amico), rendendo interessante e, per usare una parola grossa, universale, l’esperienza personale, tanto più la mongolfiera della nostra creazione si librerà alta su nel ciel.
Non dimentichiamo che gli altri sono anche i lettori di quanto scriviamo, sempre che intendiamo rendere pubbliche le nostre pagine. Se non ci fossero loro che cosa scriverei a fare, io che non scrivo solo per me?
Infine, due parole sugli altri che sono dentro di noi e che ci aiutano a non morire di noia ascoltando sempre i nostri pensieri, guardando il mondo sempre dal nostro punto di vista, considerando le cose sempre secondo le nostre idee e i nostri valori. Queste voci interiori, che niente hanno a che fare con la follia, sono i potenziali altri che avremmo potuto essere e non siamo stati; uno scrittore non dovrebbe mai soffocarli del tutto, neanche quelli di cui si vergogna, neanche quelli che gli danno torto su tutto, perché potrebbero avere ragione.
I Caffè Culturali: "Di quali altri parla la sua opera e da quali altri è stata scritta?".
Giordano Boscolo: "Nel mio libro, che narra le vicende di un neolaureato che muove i primi passi nel mondo assai precario del lavoro, si possono individuare due categorie sociali: quella di chi è costretto a cercare da solo il proprio posto nel mondo, costruendosi un'identità a partire da zero senza poter contare sull'aiuto di nessuno, e quella di chi è ancora legato a una comunità di tipo tradizionale che permette ai suoi membri di assumere un'identità precostituita, di giocare un ruolo già assegnato a priori, senza per questo sentirsi sminuiti. Nel romanzo la seconda categoria è rappresentata dai pescatori di Chioggia, piccolo e delizioso paese in provincia di Venezia. Anche la comunità tradizionale è però destinata a fare i conti con la modernità, con la civiltà della tecnica, con l'individualismo. Forse è destinata a sparire. A questo proposito, nel libro ci sono alcuni riferimenti al fatto che i pescatori tentano la fortuna ai videopoker e al gratta e vinci, che io vedo come simboli di forze estremamente disgreganti per la vita sociale. E' come se qualcuno ci sussurrasse: ehi, lascia perdere i progetti a lunga scadenza, fregatene di elaborare un progetto comune per migliorare le cose insieme a chi ti è vicino, concentrati sul colpo di fortuna che può capitare a te e solo a te. E se ti capita allora sei a posto. Gli altri, si fottano. In altre parole, la parte più vulnerabile della società subisce continui condizionamenti che portano gli individui a considerarsi isolati dalla comunità e in balia del fato. Non mi interessa affermare (anche perché non lo penso) che le società tradizionali e statiche siano migliori di quelle in cui ciascuno ha la possibilità di costruirsi una vita sua, voglio solo far notare che certe derive dell'individualismo, di cui siamo tutti testimoni, mi spaventano molto.
In merito agli autori che hanno dato un contributo alla stesura del romanzo, devo menzionarne almeno tre. L'apporto principale è stato dato da quella parte di me che non può fare a meno di leggere gli eventi attraverso le lenti dell'ironia. Possiamo chiamarlo zia Giordy, è l'altra che mi porto appresso da più tempo e devo dire che, pur volendole bene, mi ha un po' rotto le palle. Sì insomma, ormai so in anticipo tutto quello che dirà in ogni occasione, è un pezzo che le sue cavatine non mi fanno più ridere, anzi mi irritano proprio, e quello che mi secca di più è che gli altri sembrano apprezzare più lei di me. Comunque questi sono problemi miei, meglio lasciarli fuori dall'intervista. Il secondo altro si è formato leggendo una gran quantità di letteratura di genere fantastico e vede misteri e fantasmi dappertutto. Fosse stato per lui, a un certo punto la vicenda avrebbe preso una una strada decisamente più misteriosa, ma sono stato costretto a mettergli un freno per impedire che il romanzo andasse alla deriva in mari troppo esoterici. Poi c'è l'amante dei feuilleton vecchio stampo, che mi ha aiutato ad alternare e concludere i capitoli in modo tale da indurre il lettore a proseguire per sapere cosa sarebbe successo in quello successivo. Non so se ci sia riuscito".
I Caffè Culturali: "Quando, come e perché nasce il suo libro Le nausee di Darwin?".
Giordano Boscolo: "Un giorno la zia Giordy mi fa: Senti un po’, perché invece di perdere le giornate a guardare filmini porno non scrivi qualcosa su quella volta che cacciavi le triglie?.
A parte che non erano filmini porno, bensì rarissimi dvd di un regista underground newyorkese*, a parte questo, devo ammettere che lì per lì non sono proprio riuscito a capire cosa stesse cercando di dirmi la zia Giordy con quella cosa delle triglie.
Massì, quando andavi in giro a imbarcare saraghi, che chissà le porcherie che facevi sottocoperta con tutti quei marinai.
Conoscendo ormai da tempo il linguaggio involuto della zia interiore non mi ci è voluto molto per capire quale fosse la sua intenzione: indurmi a scrivere un testo che prendesse spunto dalla mia esperienza di pseudo-ricercatore marino a bordo dei pescherecci di Chioggia. E’ un’attività che ho svolto per un periodo limitato di tempo, si trattava di uno studio volto a mappare la distribuzione delle tartarughe marine nell’Adriatico e doveva essere effettuato a bordo dei pescherecci in modo da sfruttarne le rotte e classificare le tartarughe rimaste accidentalmente impigliate nelle reti dei pescatori. Una cosa alla Piero Angela, insomma, ma con l’aggiunta di un mal di mare della madonna.
In effetti erano passati anni e non avevo mai scritto un rigo su questa avventura marinaresca, forse era giunto il momento di trarne fuori qualcosa. All’inizio non pensavo certo a un romanzo e tanto meno alla pubblicazione, mi sarei accontentato di scrivere qualche pagina di diario così, giusto per serbare il ricordo di quella strana esperienza di lavoro. Invece è andata diversamente, i ricordi non erano poi così tanti, anche perché nel corso di quelle traversate al largo di Chioggia non è che capitassero chissà quali straordinari eventi, ma mi stavo rendendo conto che aggiustando un po’ la storia si sarebbe potuto ricavarne un bel raccontino. Infatti alla fine ho pubblicato il romanzo Le nausee di Darwin. Alle volte.
Il libro è stato interpretato da molti lettori come una cronaca di precariato, ma il mio obiettivo era quello di scrivere una storia divertente basata sul vecchio, ma sempre efficace, espediente di ficcare un personaggio in un ambiente a lui estraneo, circondato da caratteri tendenzialmente ostili. La questione del precariato mi interessava molto poco, nonostante io stesso sia stato un lavoratore precario e non è escluso, considerando la situazione attuale, che torni a esserlo in un futuro più o meno prossimo. D'altra parte ho una naturale avversione per i concetti che entrano troppo in profondità nell'immaginario della gente, perché intravedo il rischio che la situazione, di cui la parola è simbolo, possa essere introiettata al punto da trasformarla in un dato di fatto inevitabile, narcotizzando le risorse che potrebbero portare a un miglioramento della propria condizione.
Questo si ricollega a quanto scrivevo più sopra a proposito del diffondersi del gioco d’azzardo di stato; se ci abituiamo a dare per scontato il precariato e ci convinciamo che solo una casuale botta di culo può salvarci, siamo fregati.
Il protagonista del mio libro mi sembra più che altro un tipo che si è adattato a una situazione di ripiego, perché tanto là fuori c'è il precariato. Detta in altre parole, è un precario dentro.
*[nota, non autorizzata, della zia Giordy: dite a Giordano che la deve piantare di sparare minchiate. Lui, che ogni occasione è buona per svillaneggiarmi in pubblico, non immagina nemmeno quanta fatica mi costi doverlo sopportare tutti i santi giorni. E comunque, altro che regista newyorkese underground, quelli erano filmini porno della peggior specie]".
I Caffè Culturali: "Perché Le nausee di Darwin è stato scelto da Autodafé Edizioni ed è stato pubblicato? Come ha vissuto l'iter da zia Giordy alla libreria?".
Giordano Boscolo: "Trovo giusto che chiediate a me, piuttosto che a Cristiano Abbadessa, perché Autodafé Edizioni abbia scelto e pubblicato il mio libro. Il signor Abbadessa, in quanto direttore editoriale, sarebbe stato un po’ troppo di parte, invece io posso essere imparziale e obiettivo. Dunque, Le Nausee di Darwin è stato scelto e pubblicato perché è un gran bel libro.
Il passaggio dalla stramaledetta zia Giordy alla libreria è stato inaspettatamente indolore*: dopo aver selezionato una quindicina di piccoli e medi editori che accettavano l’invio di un estratto del dattiloscritto tramite e-mail, ho spedito i primi capitoli e sono rimasto in attesa. Nel giro di pochi mesi, tre di questi editori mi hanno chiesto il testo integrale in lettura e uno ha deciso di darlo alle stampe. La fase di editing è stata molto piacevole e le indicazioni dell’editore, costruttive e rispettose, non hanno alterato in alcun modo le caratteristiche del libro.
Invece, la cosa che mi ha duramente provato è stata la correzione delle bozze; non che fossero messe male, è solo che proprio non sopporto di commettere errori di ortografia, o banali errori grammaticali. E’ una specie di mania che rasenta la nevrosi, non so quale sia la causa, forse sono state le suore, boh, fatto sta che se in uno qualunque dei miei testi, anche un semplice sms o uno stupido commento su facebook, mi scappa un erore di battitura o un accento sbagliato, vado via di testa. Che poi, per quanto legga e rilegga mille volte, l’errore scappa sempre, quindi a che serve tutta questa paranoia?
Ho trovato molto soddisfacente anche il modo in cui il libro è stato confezionato, a partire dal tipo di rilegatura e qualità della carta, fino all’immagine di copertina e all’impostazione grafica, curate da Anna Chiello. L'unica cosa che mi impensierisce è dove metterò tutti i soldi che arriveranno dalla mia percentuale sulle vendite".
*[ammazza, Giordano, quanto te la tiri]
I Caffè Culturali: "Cosa le ha lasciato l'aver scritto e pubblicato un libro?".
Giordano Boscolo: "Aver portato a termine la stesura di un romanzo mi ha dato ovviamente una moderata soddisfazione, oltre a una maggiore consapevolezza delle mie capacità e dei miei limiti come scrittore, mentre la pubblicazione mi ha permesso di verificare che là fuori esiste almeno un soggetto (l’editore) disponibile ad attribuire al mio libro un qualche valore, al punto da decidere di investire parte del suo tempo e delle sue risorse per pubblicarlo.
Purtroppo ho anche avuto la conferma che i libri (e chi li produce), devono sottostare alle stesse leggi che determinano la vita e il successo delle altre categorie di merci (e dei loro produttori) e, come corollario, ho capito quanto siano importanti le piccole librerie per la sopravvivenza di quei libri che difficilmente riuscirebbero a trovare visibilità nei negozi delle grandi catene. Quello che non mi è ancora chiaro è quale sarà il destino delle piccole librerie nel medio-lungo termine, e cosa sarà dei piccoli editori e dei loro prodotti quando, tra qualche anno, gli umani nasceranno, si accoppieranno e moriranno nei centri commerciali.
E il libro digitale? E la vanity-press? E i testi in 3-D con colonna sonora e giochetti interattivi? E il racconto che si scrive da solo mentre sei in fase REM?
Adesso che ci penso, l'aver scritto e pubblicato un libro mi ha lasciato un sacco di dubbi sulla sopravvivenza dell'oggetto libro così come lo conosciamo. E’ grave, dottore?".
I Caffè Culturali: "Quale futuro per Giordano Boscolo, autore?".
Giordano Boscolo: "Detto così sembra quasi il flano di un vecchio film neorealista, qualcosa tipo: Che ne sarà di Demetrio Pianelli, impiegato?, oppure: Quale destino attende Umberto D. e il suo cane?
Giordano B. non conosce il suo futuro di autore, vorrebbe dire che francamente se ne infischia, ma gli ci vorrebbero baffi adatti e un certo sorriso mascalzone che non si addice al suo viso slavato. Egli scrive, certo, siede alla scrivania acquistata all'Ikea e montata con cacciaviti presi in prestito e scrive, con serietà e convinzione. Sappiamo per certo che un suo breve racconto sarà presto pubblicato in un'antologia sulla fine del mondo, argomento che lo inquieta e diverte, ma in cui non crede, e d'altra parte, chi frequenta il bar della parrocchia sa bene che Giordano B., dopo il secondo Averna, ama lasciarsi andare a sentenze lapidarie sulla fine del mondo per il gusto di scandalizzare il sagrestano, che ne ha viste e sentite ben di peggio, dunque ci vuol altro per scalfirlo.
In queste occasioni, Giordano B. valica il limite affermando che il mondo ha ormai smarrito il senso del tragico e dunque non può finire, può tutt'al più svaporare come una scoreggia scappata per sbaglio, e si picca di pronunciar scoreggia con una sola r, essendo, egli dice, parola troppo ordinaria per meritarne due.
Scrive, Giordano B., anche se non con quella dedizione che la scrittura meriterebbe, ma fa quel che può, e si irrita, soprattutto si irrita, è perennemente irritato, dall'anima al colon, per quel che vede e quel che sente. L'altro giorno, per esempio (eravamo al terzo Averna e il sagrestano se n'era già andato da un pezzo scuotendo la testa), Giordano B. era irritato per aver letto su un giornale l'ennesimo predicozzo di non ricordo chi, rivolto agli italiani che, secondo l'estensore dell'articolo, leggono troppo poco e scrivon troppo.
Quest'uomo ha le traveggole disse Giordano B. strappando la pagina e sventolandomela sotto il naso Quand'anche fosse vero che nel nostro paese son più gli scrittori dei lettori, non sarebbe forse una cosa di cui esser lieti? Scrivere non è forse il miglior modo per capir noi stessi e far ordine in soffitta, per così dire? Non è mettendo per iscritto il nostro sangue che potremo purgarci del marcio che ci insozza le vene?
Giordano ti prego dissi, sbirciando il barista, che pareva in procinto di spiccare un balzo da dietro il banco per metter fine ai deliri del mio amico ti prego, lascia andare, è moda scrivere di tali argomenti. Non ti crucciare e torniamo a casa, che s'è fatto tardi.
Ascolta Abelardo così mi chiamo, Abelardo Ora ti dico io quel che faremo: finito il quarto Averna andremo giù in città a bruciare quanti più libri potremo, taglieremo la testa agli occhialuti, sprangheremo a forza le librerie, e urleremo a quanti sono in piazza di tornare a casa a farsi esangui a furia di riempir carte d'inchiostro. E se ci riesce ruberemo un bacio a qualche studentessa.
No Giordano, non tentarmi, lo sai che non condivido il tuo pensiero, a parte il furto dei baci e quel che vien dopo. Dammi retta, paghiamo i nostri amari e andiamo via.
Giordano B. mi guardò smarrito, come sempre accade quando gli smorzo gli entusiasmi. Poi disse: Però, Abelardo, almeno una partita a flipper la facciamo?
Quella te la concedo, ma una solo.
E chi perde paga gli amari?
Sia come vuoi. Chi perde paga gli amari.

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Informazioni su questa pagina
titolo: "Tavolino riservato a Giordano Boscolo"
data di pubblicazione:
27/02/2012

ultimo aggiornamento:
16/04/2012

codice di riferimento:
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autore:
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