Tavolino riservato a Pietro Ratto
l'ospite


Pietro Ratto




Nome:

Pietro

Cognome:

Ratto

Nazionalità:

Italiana

Data di nascita: 11 aprile 1965

Interessi:

Filosofia, storia, musica, psicologia.

Note biografiche:

Genovese, insegnante di filosofia, storia e psicologia, musicista, saggista e giornalista (collaboratore de La Stampa per la pagina nazionale della cultura, su cui saltuariamente si occupa di scuola),
Pietro Ratto vive in un bosco, l'habitat ideale per riflettere e creare, il luogo su cui ha ricostruito, in una sorta di metafora digitale, il suo sito "BoscoCeduo.it". Per quanto concerne la sua carriera musicale, dal 1983 ad oggi ha inciso parecchi dischi, sia da solista che con il suo gruppo di Rock Progressivo ATON'S. (Sito ufficiale: www.atons.it).
Diversi suoi lavori filosofici sono stati pubblicati su siti specializzati, come ad esempio "Il Giardino dei Pensieri" (vedi il relativo indice dei suoi scritti) o su riviste del settore come "Diogene, filosofare oggi". Molti suoi articoli e studi (come lo scoop relativo ai vertici ed all'organismo che gestisce l'INValSI) sono stati pubblicati in rete. Ad esempio su "La Stampa.it", "CadoInPiedi", "PoliticamenteCorretto.com", "CronacheLaiche.it".
Al convegno di filosofia "Leggere la complessità. La Filosofia e il quotidiano" - tenutosi a Firenze il 27 marzo 2012 - è intervenuto con una conferenza intitolata "Il volo della Civetta. L'irrinunciabile inutilità della Filosofia".
Relativamente alla sua attività di scrittore, nel 2003 il suo racconto "Scacco Matto" si è aggiudicato il primo posto del Premio letterario indetto dalla Società Dante Alighieri. Per gravi problemi familiari non si è presentato a ritirare il riconoscimento, per questo motivo assegnato al secondo classificato. Nel 2008 il suo "Scacco Matto" ha vinto il "Premio letterario Racconti nella Rete 2008". Nel 2009 il suo articolo "L'uomo avvisato" ha vinto il "Premio Giornalistico Scrivere Oltrepensiero 2009". Nel 2010 il suo racconto "La Torre tradita" ha vinto il terzo "Premio Guido Gozzano". Nel 2011 lo stesso racconto si è classificato terzo al premio letterario "Il Giovane Holden" ed è stato pubblicato dall'omonima casa editrice nell'antologia dedicata al concorso.
Nel 2014 sono usciti due suoi libri: "La Passeggiata al tramonto - Vita e Scritti di Immanuel Kant" Edizioni Leucotea e "Le pagine strappate", irriverente saggio contro-storico ("Edizioni Elmi's World"), finalista al "Premio Letterario Carver" 2014. Nella primavera 2015 è prevista l'uscita del suo "I Rothschild e gli altri", Macro Edizioni.
Dal 2011 gestisce un sito di ricerca storica "alternativa" chiamato "IN-CONTRO/STORIA".

L'Ospite sul web: I siti web:
http://www.boscoceduo.it/

http://www.incontrostoria.it/
http://www.atons.it/
http://it.wikipedia.org/wiki/Aton%27s
https://myspace.com/pietroratto
https://www.youtube.com/user/AKETATONS


La pagina Facebook:
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https://it-it.facebook.com/AKETATONS
"E mail": admin@boscoceduo.it

Reperibilità dei lavori:

Oltre che in libreria e presso i normali distributori "on-line", tutti gli aggiornamenti relativi ai libri ed alle sopracitate opere di Pietro Ratto sono rintracciabili, oltre ai collegamenti segnalati, anche ai seguenti indirizzi internet:

https://www.facebook.com/pages/

http://www.edizionileucotea.it

"Pietro Ratto e le pagine strappate": intervista rilasciata a Radiolibro durante "La Valle dei Libri", salone della piccola e media editoria, svoltosi a Saint Vincent (AO), il 9 e 10 agosto 2014, organizzato dalla casa editrice Elmi's World.
prima parte
seconda parte
Comunicazioni:
    

l'intervista
I Caffè Culturali:
"Chi è Pietro Ratto?".
Pietro Ratto:
"Difficile dirlo, tanto più da parte mia. Chi è Pietro Ratto? Un forte sentire, un irruente agire, una raccolta d’idee e progetti da realizzare, assolutamente. Un continuo, fortissimo desiderio di vivere, di bruciare. Un irrefrenabile amore per la ricerca della verità, in ogni direzione. Soprattutto in quella contraria al senso di marcia con cui, implacabile, avanza il potere.
Un bimbo, insomma, che non si riconosce più allo specchio da tanto tempo, ma che continua a rabbrividire e a sognare di volare, non appena si alza il vento tra le foglie dei suoi alberi".
I Caffè Culturali:
"Perché non si riconosce più?".
Pietro Ratto:
Credo che accada a molti, spero non solo a me. Ho ancora in mente la mia immagine da ragazzo. Passando davanti a una vetrina, a volte mi spavento. “Chi è quel vecchietto spelacchiato che mi cammina accanto?”, esclamo disorientato fra me e me.
Devo subire senz’altro un certo condizionamento dall’ambiente di lavoro che frequento; una specie di malattia professionale, insomma. Tutte le mattine della mia vita le passo a scuola, in mezzo a centinaia di ragazzi che, al massimo, hanno diciannove anni. Per tutti loro io, ormai, sono quasi decrepito. Il meglio che mi possa sentir dire è: “Prof, ma lei quand’era giovane...”. Quando sono in vena di tristezze autolesionistiche e mi metto a fare qualche calcolo, arrivo a conclusioni del tipo: “I miei primi alunni adesso hanno quarantatré anni. Oddio!”
È l’annoso problema del gap generazionale, che affligge ogni insegnante interessato a mantenere con i suoi alunni un contatto forte, coinvolgente come all’inizio della sua carriera...
I Caffè Culturali:
"A proposito di tempo che passa: cos'è la storia, per Pietro Ratto?".
Pietro Ratto:
"Distinguerei cosa essa sia da cosa, invece, dovrebbe essere.
La Storia che studiamo ed insegniamo si riduce ad un’analisi fortemente ideologica del flusso degli eventi passati. Tutto sommato, si pone come un’elencazione delle varie tappe attraverso cui il forte giunge a prevaricare - completamente e, tanto più ci si avvicina al nostro tempo, spudoratamente - sul più debole. È narrazione di rapine, aggressioni, depredazioni su larga scala. Ma al di là di questo, ciò che conta è che è narrazione riveduta e corretta da parte dei vincitori. Si tratta, insomma, di una ricostruzione, di una rielaborazione di fatti, messa a punto da chi ha l’interesse a far sì che colpe e responsabilità ricadano soprattutto, se non esclusivamente, sugli sconfitti.
Da questo punto di vista, la Storia spesso ha più a che fare col non-essere che con l’essere: più precisamente, col non-essere-accaduto, con il non-essersi-verificato effettivamente. Ne consegue che determinati eventi, soprattutto quelli da ritenersi gli snodi principali di questo processo di violenta affermazione dei vincitori sui vinti, vengano rivestiti di un’aura di sacralità atta a preservarli da qualsiasi tentativo di revisione. Argomenti e temi intoccabili, che in alcun modo possono venir messi in discussione senza rischiare la cattedra o, in generale, il lavoro.
Chiaramente, però, agli occhi di un osservatore un po’ più attento degli altri questo genere di narrazione censurata risulta ben poco convincente, a volte raffazzonata alla bell’e meglio. Potrei paragonare questa Storia banalmente criminale - questa monotona sonata, per dirla con Schopenhauer - ad una calza piena di buchi che i più si accontentano di indossare così com’è e che solo qualche folle, invece, si prefigge di rammendare o, a tratti, di ricostruire, letteralmente.
Se invece intendiamo la Storia per ciò che dovrebbe essere per dirsi autentica raffigurazione della verità, così da ricominciare ad esercitare anche una funzione educativa su chi la studia, allora il discorso cambia radicalmente. Una Storia autentica si costruisce senza omissis, senza censura, senza segreti. Una Storia che voglia definirsi vera, in senso scientifico, deve poter contare su archivi aperti a tutti, deve edificare le sue tesi su prove, su documenti effettivi. Deve invogliare alla ricerca. Deve poter nascere dal dibattito alla pari tra studiosi - e perché no, anche tra appassionati - delle più diverse estrazioni sociali e nazionalità, dal democratico confronto tra le prospettive dei vincitori e dei vinti. Deve scaturire dall’ascolto di tutte le parti in gioco, senza le distinzioni tra storici di serie A e di serie B opportunamente costruite su logiche di potere. Una Storia siffatta non annoia, come invece fa, ogni mattina in classe, quella preconfezionata dai trionfatori di regime. Perché non si tratta più di un semplice elenco di date e nomi che non hanno più nulla da dire e che servono solo a produrre quell’ignorante indifferenza su cui conta chi tende ad esercitare un potere, bensì di una disciplina di altissima levatura e di profonda valenza pedagogica, che invita alla ricerca personale, al ragionamento, alla rielaborazione critica".
I Caffè Culturali:
"A chi serve la storia e chi si sta servendo della storia, oggi? Chi sono i trionfatori di regime, oggi? Serve servirsi della storia e quali sono i risultati di tale coercizione?".
Pietro Ratto:
"Io penso che la storia venga adoperata un po’ come la cosiddetta informazione. Più per occultare che per mettere in risalto. Ho imparato a fare questo gioco, con me stesso. Quando i mass media strombazzano le loro novità (per altro sempre eclatanti, per carità, sempre destinate a far spettacolo, a montare la audience, della serie: Ed è già polemica sul caso...), quando, insomma, costringono insistentemente l’ignaro e indifeso spettatore a guardare in una certa direzione, ebbene: quello è il momento di girarsi ad osservare attentamente nel senso opposto. Quella loro insistenza altro non è che la solita abile, antica, collaudatissima tecnica del distrarre l’opinione pubblica così da poterla, facilmente, abbindolare. Questo preteso e sacrosanto dovere d’informazione, in altre parole, va considerato molto più un dovere - ed un favore - che si fa a chi esercita il potere, piuttosto che a chi lo subisce. È questo, per molti versi, l’argomento che ho trattato nel mio L’Uomo avvisato.
Proprio perciò, sulla copertina della pagina di BoscoCeduo - quella in cui compare l’affresco dell’Astronomo, che fa capolino tra le stupende meridiane della pittoresca piazza San Pietro, a Mondovì - ho inserito la dicitura: Scrutando attentamente in tutt’altra direzione. Ecco, la storia serve a chi gestisce il potere allo stesso scopo. Sviare. E fornire esattamente le motivazioni che devono esser fornite. Motivazioni che rafforzino la prospettiva dei vincitori a discapito di quella - rigorosamente trascurata - dei vinti. Punto e basta.
La storia che si pratica in classe, insomma, ha più a che fare coi soldi e col potere, che con la verità. Ha a che fare con gli interessi e con la volontà di potere e di deformazione del vero, di quei trionfatori di regime a cui alludevo. Dei pochi che prevaricano sui molti in seguito ad una loro decisiva vittoria e che intendono consolidare la proprio posizione, politica ed economica, avendo tutti gli strumenti per farlo. Gestendo il controllo dell’informazione, dell’editoria, dei Media, della politica e, persino, della moralità. Io lo dico sempre. 1984 non è solo una fantastica distopia. È un perfetto manuale di istruzioni.
Come sostenevo prima, uno dei principali escamotage per strumentalizzare la Storia a questo fine consiste proprio nel renderla il più possibile noiosa, il più possibile superficiale, il più possibile silenziosa. La storia deve addormentare e lasciar tutto com’era. Vanno messi in risalto solo gli elementi e le vicende che rafforzino la posizione dominante. Tutto lì. Vanno alimentati i miti del Male (gli sconfitti) e del Bene (i vittoriosi, ossia noi). Bisogna mantenere i giovani nella convinzione di vivere dalla parte giusta, nella zona geografica di chi ha ragione, nel continente abitato da chi ha avuto l’incredibile fortuna di nascere nella verità, nel bene.
I ragazzi si sono allontanati dallo studio della storia della stessa distanza con cui si sono allontanati dalla lettura, dai libri. Perché non serve e non giova investire in un’istruzione che faccia crescere. Perché la scuola dell’obbligo, che non a caso vede esponenzialmente aumentare il numero degli anni che ogni individuo è costretto a trascorrere sui libri, non serve a formar uomini. Serve a plasmare semplici, banali, uniformatissimi cittadini. I perfetti cittadini-consumatori.
D’altra parte, se la scuola fosse messa in condizione di mostrare davvero il suo lato interessante e se discipline come la Storia tornassero a rivelare il loro fondamentale ruolo educativo, se risaltasse con chiarezza a tutti la capacità di queste materie di render le persone più colte, più informate, più in grado di pensare e di esprimere le particolari e naturali inclinazioni di ogni individuo, se tutto ciò fosse permesso, insomma, si può davvero pensare che servirebbe obbligare qualcuno a studiare?".
I Caffè Culturali:
"Tra quanto da lei asserito sino ad ora ed il suo ultimo saggio, Le pagine strappate, che relazione intercorre?".
Pietro Ratto:
In realtà, se stiamo alla data di pubblicazione, è un po’ più recente La passeggiata al Tramonto. Vita e scritti di Immanuel Kant, uscito qualche mese dopo. Ma entrambi i saggi sono stati pubblicati nel 2014. Che anno, ragazzi!
Dunque, Le Pagine strappate nasce proprio da uno studio comparato tra la versione ufficiale relativa ad un certo evento (in questo caso, addirittura, considerato un non-evento, una pura leggenda) e quella che, invece, affiora dall’esame dei documenti. Studio comparato che, nello specifico, si concretizza nel confronto tra l’edizione del 1552 di un’opera storiografica rinascimentale di una notevole rilevanza - il Delle vite de’ Pontefici di Bartolomeo Sacchi detto il Platina - e due edizioni successive dello stesso voluminosissimo scritto, pubblicate rispettivamente nel 1562 e nel 1650, quindi, ormai, sotto il vigile, implacabile controllo revisionistico della censura messa in atto dalla Chiesa dal Concilio di Trento in poi.
In pratica, da una parte ciò che un importante storico del Quattrocento ha scritto, dall’altra quello che gli hanno fatto scrivere. Ebbene, confrontando la cronologia dei Papi della versione incensurata con quella contenuta nelle due edizioni posteriori, accuratamente passate al vaglio del Revisore vaticano Onofrio Panvinio, emerge un complesso meccanismo di ri-numerazione dei papi Giovanni da Giovanni VIII - nell'edizione del 1552 palesemente identificato nella famosa Papessa, quella che la Chiesa ha sempre liquidato come una leggenda - al Giovanni a cui il Delle vite del 1552 attribuisce il numerale XXIV riferendosi a Baldassarre Cossa. Pontefice, quest'ultimo, che nelle edizioni del 1562 e del 1650 viene invece drasticamente retrocesso al numerale XXIII (e oggi ritenuto Antipapa), proprio per effetto della rimozione di Giovanni VIII (ossia Giovanna), successore di Leone IV. Ma la ricerca non si riduce certo ad una banale questione di numerali. Essa, al contrario, mette in luce un complicatissimo procedimento escogitato dai censori vaticani consistente nella correzione di date e nomi di papi (e non solo) al fine di far svanire nel nulla i due anni di pontificato di Giovanna. Un pontificato da cancellare dalla storia soltanto perché amministrato da una donna. Semplificando parecchio, il meccanismo censorio adottato dal Panvinio assottiglia progressivamente la differenza tra la versione del 1552 e quella del 1650, a partire dall'anno della morte di Leone IV (avvenuta nell’855), fino alla consacrazione di Benedetto IX, verificatasi nel dicembre 1032, in occasione della quale si verifica magicamente il definitivo riallineamento delle due cronologie. Con la conseguenza che due interi secoli di storia, quelli che i nostri ragazzi studiano a scuola, risultano drasticamente falsificati.
Da notare, incredibilmente, l’importante e inconfutabile prova che questo mio saggio fornisce, relativamente alla presenza del busto di Giovanna, tra quelli degli altri Pontefici, ben visibile nel duomo di Siena ancora nel 1595. Un elemento molto importante, questo, dato che fino ad oggi anche questa particolare circostanza era sempre stata liquidata come l’ennesima falsità collegata alla Fabula della Papessa, messa in circolazione dai soliti eretici protestanti. Si è sempre detto: Che questo busto ci fosse, è tutto da provare. Bene, io l’ho provato.
Ecco, quindi, un esempio di come si possa cercare di far contro-storia, provando a restaurare il nostro passato in modo da riconsegnarlo a chi abbia ancora voglia di ascoltare qualcosa di diverso dalla solita voce del potere - ed assicuro, quello ecclesiastico è, di fatto, uno dei più forti - il più possibile corrispondente alla verità.
I Caffè Culturali:
"Come è stato accolto dalla comunità scientifica, editoriale, culturale e del sistema educativo nazionale questo suo saggio?".
Pietro Ratto:
"Naturalmente non è stato nemmeno recepito. Semplicemente non pervenuto; per lo meno finora".
I Caffè Culturali:
"Come è stato accolto, invece, dalla critica e dal pubblico?".
Pietro Ratto:
"I lettori con cui ho avuto a che fare mi sembrano soddisfatti. Anche perché, se è vero che le pagine più tecniche, quelle dedicate allo smascheramento dei giochi di prestigio del buon Panvinio, sono un po’ complesse, il resto del libro racconta, passo dopo passo, una vera e propria avventura. L’incontro affascinante con un collezionista di pergamene e libri antichi che vuole mantenere l’anonimato - quello che, nel libro, definisco l’Erudito - il suo misterioso propormi il testo rinascimentale in questione, il mio scoprire i vari elementi del grattacapo, narrati passo dopo passo. Il tutto intrecciato alla commuovente vicenda della Papessa, così come raccontata da tutte le testimonianze di cui mi è stato possibile, ad oggi, entrare in possesso.
Quanto alla critica.. Tiepida, in gran parte indifferente.. È un argomento di nicchia mi è stato spiegato. Ora, se s’intende la questione Papessa, posso ancora capire, per quanto io, in questo saggio, non dimostri che la Papessa sia certamente esistita (sarebbe, d’altra parte, impossibile, perché i documenti sono stati fatti sparire o sono, da secoli, bollati come Fabulae dalla Chiesa di Roma). Io mi limito a provare, con certezza matematica, una cancellazione di due anni, un mese e quattro giorni dalla Storia che studiamo, una rimozione di un periodo esattamente equivalente a quello che Platina, e altri storici prima di lui, attribuiscono al pontificato di Giovanna (qualcosa vorrà dire, no?), e dimostro che, ancora a distanza di diversi secoli da quella oscura vicenda, la Chiesa la desse per certa. Non dimentichiamo, tra l’altro, che il Platina - che nel XV secolo racconta la storia della Papessa con la massima serenità - non era uno qualsiasi: era il Direttore della Biblioteca vaticana. Abbiamo un suo celeberrimo ritratto realizzato da Melozzo da Forlì, in cui lo si vede inginocchiato al cospetto di Sisto IV, proprio mentre viene nominato in tal ruolo; il suo Delle vite de’ Pontefici riceve l’Imprimatur pontificio. È un intellettuale, uno storico di grande levatura e cultura, super accreditato presso diversi Papi.
Ma la questione centrale, come dicevo, non è questa. Papessa a parte, qui si tratta di prendere atto della fortissima possibilità che siano stati falsificati due interi secoli di Storia. Duecento anni in cui biografie, nomi e numerali dei Pontefici siano stati modificati. E il problema non tocca solo la Storia della Chiesa. Dallo studio emerge, ad esempio, uno scarto di ben tre anni sulla data di morte dell’imperatore Enrico II.
Ora mi chiedo: è di nicchia tutto ciò? Non interessa a nessuno il dubbio che la storia che studiamo possa essere falsa? Certo, se tiriamo su giovani a cui puoi insegnare a memoria qualsiasi cosa, anche una filastrocca di bugie, poiché l’unico obiettivo che hanno ben chiaro in testa è il voto (sorry: il credito) da totalizzare, allora tutto è spiegabilissimo. Allora qualsiasi cosa, qualsiasi valore, compresa la Libertà, può diventare di nicchia. Ma, tant’è, viviamo in un tempo in cui quasi tutti pensano a sé e qualsiasi cosa che non abbia a che fare con i propri interessi materiali rimane sullo sfondo. Siamo in un’epoca in cui i Comandanti abbandonano i passeggeri sulle navi che affondano, in cui se uno annega in un fiume ottiene, al massimo, che quelli rimasti a riva lo riprendano col cellulare, per poi postare trionfalmente il video su Facebook.
Gente così, della verità storica se ne frega".
I Caffè Culturali:
"Cosa le ha lasciato la stesura de Le pagine strappate?".
Pietro Ratto:
"Una fortissima emozione. Ho passato le notti a rifletterci, a calcolare e ricalcolare, per paura di sbagliare qualcosa. Ho vissuto mesi in cui mi sembrava di essermi trasferito nel più profondo Medioevo. È stata una fase davvero affascinante della mia vita, a cominciare da quell’incredibile, misterioso incontro con l’Erudito, che mi ha permesso di iniziare questa meravigliosa ricerca.
Ora so che non bisogna mai ammainare la bandiera, che è necessario continuare a scavare nel nostro passato, senza pregiudizi, senza porsi alcun limite. Non a caso, appena finito di scrivere Le pagine strappate, mi sono subito buttato su un altro studio, su un’altra incredibile indagine contro-storica, questa volta su Jan Hus. Ne è scaturita un’opera commuovente, tanto originale quanto urticante e scandalosa. Un saggio che considero il mio lavoro migliore.
Naturalmente, in attesa di adeguata pubblicazione".
I Caffè Culturali:
"Qual è la differenza tra la dimostrazione di una cronologia manomessa e le innumerevoli notizie di scandali che invadono i nostri telegiornali? I suoi studenti, per esempio, si limiterebbero a sentenziare con un nulla di nuovo quindi o il processo di contro - storia potrebbe accompagnare loro su altre posizioni? Come e quali?".
Pietro Ratto:
"Non ci sono molte differenze, naturalmente.
Nell’era della cosiddetta informazione, chi intende davvero guardarsi intorno si trova a dubitare praticamente di tutto. Mai la verità sembra esser stata così lontana dall’uomo. Quello che succede davvero non si sa. Una stessa piazza, in una stessa giornata di sciopero, contiene cinquecentomila persone secondo gli organizzatori e cinquecento secondo la questura. Tutto è deformato secondo il punto di vista di chi lo racconta. E, naturalmente, il punto di vista vincente appartiene a colui che detiene il maggior potere comunicativo. Come diceva Nietzsche, non esistono fatti, ma solo interpretazioni di fatti. Dunque, una Contro-Storia, una Contro-Informazione, deve soprattutto indurre, incoraggiare i giovani a cercare da soli, a guardarsi intorno con senso critico, senza affidarsi ciecamente ai soliti organi di propaganda. Una controinformazione non può aver la pretesa di venir considerata la voce della verità, naturalmente. Ma quanto meno può, e deve, servire a mettere in dubbio che lo siano le solite, quelle che siamo abituati a sentir urlare più forte.
Recentemente, su IN-CONTRO/STORIA, nel mio saggio Solo per il Petrolio mi sono occupato della guerra civile in Siria e del prepotente insorgere dell'ISIS proprio in occasione della nascita del progetto del gigantesco gasdotto Islamic Pipeline, nato per contrastare quel Nabucco Pipeline appoggiato dagli USA proprio per indebolire la dipendenza dell'Europa dal gas russo, e concepito per trasportare questa risorsa energetica (tanto più preziosa quanto più si avvicina il momento in cui il petrolio si sarà completamente esaurito), dall'Iran all'Europa, passando attraverso una nutrita serie di Stati canaglia e, poi, sotto il Mediterraneo. Nella primavera del 2011 questo progetto prende corpo. E, naturalmente, scoppia la guerra civile. La Siria svetta di colpo in cima alle classifiche delle nazioni che alimentano il terrorismo islamico. Viene accusata di usare armi chimiche, di uccidere valanghe di bambini e, dulcis in fundo, di appoggiare questa nuova organizzazione terroristica, al cui confronto Al-Qaida sarebbe un gruppo scout. Ecco, la domanda è: tutta solo una coincidenza?
Un giovane deve imparare proprio a farsi queste domande, a sbattersi, a cercare, a non limitarsi a recepire tutto in modo passivo.
Non trascurerei, però, la componente genitori. Molti di loro, quando si imbattono in un insegnante che tenta di smuovere le coscienze dei loro figlioli, reagiscono in modo negativo, cercando istintivamente di proteggere il più a lungo possibile quella condizione di annichilimento in cui il loro pargolo è stato, più o meno consapevolmente, allevato. Così, tanto per non rinunciare a quei sacri, intoccabili pregiudizi con cui, giorno dopo giorno, è cresciuto".
I Caffè Culturali:
"Come pensa al futuro, Pietro Ratto, insegnante, scrittore, musicista e contro - storico"?
Pietro Ratto:
"Intravedo due possibilità nettamente contrapposte, una molto più probabile dell’altra.
Se da un lato è altamente possibile che il processo di annichilimento e di massificazione operato in questi anni dai media venga portato a pieno compimento, così da rendere la gente del tutto manipolabile, schiava delle menzogne del sistema, succube della demagogia, della burocrazia, disposta a lavorare dieci ore al giorno per cinque euro all’ora e incapace di pensare prima ancora che di esprimere le proprie idee, dall’altro lato spero ancora nella recondita possibilità che i pochi individui ancora capaci di riflettere riescano a diffondere presso gli altri il dubbio, e, con esso, il virus del raziocinio. La speranza, insomma, è che possa avvenire un contagio positivo che risvegli la moltitudine imbambolata, portandola a riflettere. Il progresso, così come pensavano alcuni illuministi del XVIII secolo, è ancora precariamente appeso all’eventualità che venga ripristinato l’uso della ragione. Un ripristino, questo, assolutamente scoraggiato da chi, giorno dopo giorno, consolida da decenni il proprio potere sulle masse, seminando banalità, pochezza e nichilismo.
A proposito della banalità, molti anni fa Beppe Grillo, in un suo famoso programma televisivo, si prendeva gioco dello sconcertante senso dell'umorismo degli americani. Il quadro che dipingeva era quello di una società la cui superficialità si poteva evincere anche solo dalle risate a crepapelle che scaturivano da battute estremamente banali, da una comicità sciocca e scontata.
Bene, ora nella stessa barca siamo finiti anche noi. Film comici demenziali, pieni di stupidità e di volgarità gratuite, suscitano l'ilarità di una moltitudine di giovani che non hanno più la capacità di riflettere, giovani che non sono nemmeno più in grado di capire una barzelletta, se c'è da ragionarci su. Questa dilagante banalità, questo vuoto che avanza e che divora la fantasia, l'originalità, la creatività, sta lasciando dietro di sé ritmi tribali, ossessionanti e seriali, copiati e incollati, tutti uguali, tutti prevedibili. Sta trasformando la musica in una sequela di ovvietà trite e ritrite, di campionamenti e di voci digitalmente corrette in questo tempo spersonalizzato in cui la cover resta l'unica cosa che sono in grado di fare i pochissimi che si scomodano ad imparare a suonare uno strumento. È la stessa banalità che ha trasformato i documentari in compilation di effetti speciali e di trucchetti escogitati solo per far audience, la stessa che confeziona film di cassetta a base di sesso, che porta al fallimento migliaia di case editrici salvando solo quelle che hanno imparato a far pagare i libri ai loro stessi autori, ben sapendo che non riusciranno a venderli a nessun altro.
Il nulla, inesorabile, avanza; soltanto con la riflessione individuale e con la riconquista della personale originalità di ognuno, possiamo ancora sperare di arrestarlo".
    

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Informazioni su questa pagina
titolo:"Tavolino riservato a Pietro Ratto"
autore: INFOGESTIONE dli
data di pubblicazione: 23.12.2014
ultimo aggiornamento
10.08.2015
codice di riferimento:
IICA1412231634MAN

 
     
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