Infanzia, scuola e dintorni: Anna Bossi
l'ospite


Anna Bossi


Nome:

Anna

Cognome:

Bossi

Nazionalità:

Italiana

Data di nascita: 26 gennaio 1955

Interessi:

"La mia famiglia, la scuola, viaggiare, leggere e scrivere".

Note biografiche:

"Mi ritengo una maestra data in prestito alla scrittura. Insegno alle Scuole Elementari da 40 anni, amo la scuola nonostante tutto ... Vivo in una cascina con mio marito che è un architetto del paesaggio e con una cagnolona affettuosissima e una gatta nera molto indipendente. Ho tre figli: un insolito ingegnere ricercatore ad Harvad che recentemente mi ha resa felice con la nascita della sua bimba, un chimico che vive per lo sport e soprattutto per i cavalli e una figlia che studia molto all’estero e che seguirà presto le orme del papà. Ho scritto libri per bambini e per adulti e la maggioranza di questi sostengono dei progetti. Cerco con i miei scritti di proporre insegnamenti attraverso letture divertenti e facilmente comprensibili ai bambini. Per gli adulti ho scritto di storie vere perché credo che solo attraverso l’esperienza diretta e talvolta la sofferenza si possa entrare davvero in relazione con le persone e crescere tutti insieme. Mi sforzo in ogni momento di vedere il lato positivo delle cose, quello che ti rende felice anche se talvolta può risultare molto difficile".
L'Ospite sul web: Il sito:
http://www.annabossi.com/

Pagina Facebook:
https://www.facebook.com/pantaleone.gino
"E mail": annabossi@fastwebnet.it

Reperibilità dei lavori:



  Comunicazioni:

- "Che dicono?", di Anna Bossi, illustrato da Liliana Carone, pubblicato da Edizioni    Astragalo, ha vinto in Austria il premio “Reihe Europäische Kinder - und Jugendliteratur”    dedicato ai bambini in Europa e alla letterature giovanile.

- Speciale "Infanzia, scuola e dintorni" Parole per "crescere"...un futuro.
   Una riflessione sui risultati del progetto "REDSSO".
    

l'intervista
I Caffè Culturali:
"Chi è Anna Bossi?".
Anna Bossi:
"All’apparenza può sembrare semplice rispondere a questa domanda, ma io credo che sia veramente complicato.
Intanto la conoscenza di sé non è affatto scontata. La conoscenza di sé è una scoperta continua e, a voler essere sinceri davvero, comporta un lavoro di osservazione analisi e tentativi per capirsi e per modificarsi, possibilmente in meglio, che dura tutta la vita.
Per me è così.
Quindi non mi piace l’idea di definirmi con aggettivi o termini sintetici in quanto mi sembra di etichettarmi in maniera un po’ superficiale.
Dirò ciò che amo e ciò che detesto, ciò che ritengo prioritario nella mia vita e ciò di cui farei volentieri a meno, le mie speranze, i miei desideri.
Amo: la Natura, i bambini, la scuola di un po’ di anni fa, cani e gatti e gli animali in genere, la lealtà, la fedeltà, passeggiare, leggere, viaggiare, fantasticare a occhi aperti, ascoltare alcuni cantanti, sentire la radio e in generale ciò che mi rilassa.
Detesto: l’ipocrisia, l’opportunismo, la banalità, far ginnastica, la maggioranza degli insetti, gli arroganti e gli ignoranti che sovente sono la stessa persona, guidare, fumare, guardare la TV che tra l’altro non so nemmeno usare con tutti i telecomandi che richiede, la rigidità in genere.
Prioritaria è la mia famiglia e la salute.
Superfluo: quasi tutto quello che non rientra nella sfera affettiva.
II miei comportamenti: cerco di migliorare il mio lavoro, di mantenere o di ricucire i rapporti con le persone, di ignorare chi mi ha fatto del male perché non merita la mia attenzione e offusca la possibilità di sentirsi felice.
Spero di poter fare la nonna. Vorrei tanto essere una nonna paziente, attenta, anche severa se necessario, giocosa e creativa per divertirmi con la mia nipotina di pochi mesi e con gli altri nipoti che spero arriveranno.
Spero anche di avere abbastanza salute per poter viaggiare e raggiungere i miei figli lontani.
Desidero invecchiare … e diventare un po’ più saggia di come lo sono stata e di come ancora oggi non lo sono abbastanza.
Amo leggere, ma la scrittura mi piace anche perché mi aiuta a capire meglio le cose, me le fa analizzare con la dovuta calma, mi emoziona, mi rilassa e mi diverte. Quasi una terapia …
Ora credo di avervi rivelato dati sufficienti per consentirvi di rispondere voi alla domanda iniziale: Chi è Anna Bossi?".
I Caffè Culturali:
"Questo sito è dedicato alle parole: cosa sono le parole per Anna Bossi?".
Anna Bossi:
"Parole: insieme di lettere che danno origine a un significato, parti del discorso.
Il loro uso è assai vasto perciò vengono impiegate per differenti scopi: comunicare, convincere, unire o dividere, difendere o offendere, semplificare o complicare, mentire o rivelare, spiegare o ingarbugliare …
Con le parole posso rendere magico un momento.
Una sola parola può sciogliere i dubbi o crearne.
Uso le parole per far spuntare un sorriso o una lacrima.
Le parole possono essere comprensibili o incomprensibili, ricche di suggestione o banali, eleganti o volgari, dense di significato o assolutamente vuote, musicali e ricche di estetica sonora oppure aride vuote scarne o metalliche.
Le parole creano linguaggi necessari per favorire la comprensione reciproca o al contrario linguaggi che la ostacolano.
Le parole sono un universo variegato, una foresta mai del tutto esplorata, una musica sempre uguale o sempre diversa.
Noi cosa ci vogliamo fare con le parole?
Dal primo vagito all’ultima parola della nostra vita cerchiamo il contatto attraverso la voglia di esprimerci. Ecco: dobbiamo sempre cercare di farlo e al meglio.
E per questo: ne servono tante o poche di parole?
Non esistono ricette o quantità consigliate. Esiste solo la personale capacità di usarle e di dosarle. Poche parole possono dire molto, molte lasciare solo il vuoto.
Dobbiamo avere la voglia e la curiosità di esplorare il mondo delle parole, da soli o in compagnia: scoprirne le origini e saperlo utilizzare.
Il buon uso delle parole riporta all’avere una cultura.
Nei detti popolari creati dalla saggia osservazione della gente senza istruzione, ma non per questo sciocca, restiamo folgorati dall’uso essenziale ed efficace delle parole.
Questo significa coglierne appieno il senso e saperlo trasmettere.
Quando usiamo un termine dovremmo fingere di essere l’ascoltatore delle nostre parole per vedere che effetto fanno. Stare dall’altra parte, in ogni circostanza, è sempre una buona pratica.
Le parole, per la loro sonorità si prestano a creare dei giochi: i giochi di parole appunto.
Ridendo scherzando e riflettendo su di esse forse avremo maggiori possibilità di farci capire e di capire, ma anche di insegnare ai bambini i segreti che esse nascondono.
Le parole sono scoperte.
Ho una nipotina che per ragioni familiari crescerà trilingue. Con lei vivrò un’esperienza che non mi sarei aspettata di affrontare: un’esperienza che mi aprirà scenari comunicativi nuovi che passeranno attraverso l’uso delle parole. Saranno una scoperta e una sfida da vincere perché io voglio mettermi in relazione con lei.
È l’idea di scoperta che può motivarci ad un uso consapevole, appagante, veritiero e ampio dei moltissimi significati che le parole suggeriscono o nascondono.
Quindi le parole per me non sono solo indispensabili e fondamentali per creare una relazione con il resto degli esseri viventi, e intendo anche animali e vegetali con i quali a volte discorro, ma sono un’autentica forza.
Cito due detti:
Ne ferisce più la penna che la spada.
La lingua non ha ossa, ma le può far rompere.
La parola scritta oppure orale ha la forza dell’offesa o del perdono, dell’odio o dell’amore ed è più forte di molte azioni.
Credo quindi nella necessità di tornare a insegnare, all’interno delle famiglie come delle scuole e di tutti gli ambienti soprattutto se pubblici o istituzionali, il buon uso della lingua.
I bambini vanno motivati a parlare bene, a riflettere sull’uso della lingua e a scoprire nuove parole con le quali entrare sempre più e sempre meglio in contatto con chiunque.
Saranno necessari ottimi adulti ed educatori con l’instancabile voglia di parlare e di giocare con i bambini attraverso parole utili a dipingere gli scenari della loro crescita.
Saranno necessari libri ricchi di sorprese e di contenuti insospettabili che amplino gli orizzonti mentali dei bimbi invogliandoli a scoprirne di sempre nuovi.
Le parole possono essere la forza e la libertà dell’intelletto.
Occorre farne un buon uso e anche questo va insegnato per crescere generazioni migliori".
I Caffè Culturali:
"Per Anna Bossi, educatrice ed autrice, cos'è il buon uso della lingua?".
Anna Bossi:
"Forse la risposta ha bisogno di partire più da osservazioni di carattere sociologico che non di genere letterario o didattico.
Provo a spiegarmi.
Partiamo dal presupposto che la lingua è nata dall’esigenza di comunicare a vari scopi: dare informazioni, spiegazioni, approfondimenti, manifestare comprensione o incomprensione, esternare uno stato d’animo, relazionarsi all’interno di un passatempo ... quindi la adopero per rivolgermi agli altri.
L’uso, sia scritto sia orale, della lingua credo quindi che passi innanzitutto dal rispetto fra interlocutori. Se questo non c’è, non si ha un buon uso della lingua. Le frasi infarcite di parole offensive o articolate al solo scopo di colpire l’altro, magari aiutandosi con un tono di voce elevato, offrono uno spettacolo disdicevole di bassissimo livello e rivelano l’incapacità di comunicare. Proprio incapacità di comunicare, non solo maleducazione. Purtroppo siamo oberati da questi cattivi modelli che si manifestano a tutti i livelli sociali.
Un tempo gli sproloqui e il turpiloquio si avevano principalmente in situazioni sociali culturalmente basse, oggi purtroppo ciò accade a ogni livello e la cosa è tanto più imbarazzante quanto più avviene in ambiti di elevata responsabilità sociale.
Con l’offesa non si aprono canali costruttivi di comunicazione, al contrario si bloccano portando i dibattiti in un vicolo cieco inutile, se non dannoso, alla risoluzione dei problemi.
Se mettiamo innanzi a noi educazione e rispetto, troveremo parole adeguate e pertinenti per esprimere il nostro pensiero. Cercheremo frasi ben costruite per offrire una comprensione più chiara. Ci sforzeremo di non esser fraintesi scegliendo i termini e gli esempi più significativi. In questo desiderio costante di ben parlare, ci applicheremo in uno sforzo che ci condurrà alla scoperta di parole sempre adeguate e di gradevole ascolto. Non è che non sia lecita la critica, ma anch’essa per essere costruttiva e non creare muri e rigidità, deve seguire le regole del garbo e dell’educazione.
Si possono dire cose feroci, ma con stile.
Il turpiloquio e il parlare scurrile, inducono ad uno stato di sciatteria morale, nervosismo e aggressività non certo utili al dialogo, al relazionarsi e nemmeno alla nostra salute. Viviamo già gli stress quotidiani di una vita troppo legata ai tempi e alle prestazioni per aggiungere altro nervosismo e altre tensioni attraverso confronti verbali o scritti discutibili.
Credo che uno dei mali del nostro tempo e che contamina l’uso della lingua, sia proprio l’aggressività e la prevaricazione che ci portano ad ascoltare solo noi stessi e di quel che dicono gli altri, ci restano unicamente le offese. È chiaro che così non va bene.
Anche quando ci troviamo ad esprimere aspre critiche, lo dobbiamo fare con stile, con un linguaggio idoneo e corretto. Ci faremo ascoltare più attentamente perché un discorso ben articolato suscita interesse e produce il desiderio di una risposta all’altezza.
Quindi, secondo me, un buon uso della lingua per essere tale, deve essere contaminante e portare ad un atteggiamento costruttivo.
Un buon discorso o un buon testo restano nelle menti delle persone, vivono a lungo perché suscitano emozioni e riflessioni di cui tutti, e l’intera società, abbiamo bisogno come il pane che mangiamo.
In particolare, per quanto riguarda lo scrivere, credo si dovrebbero ripristinare le relazioni epistolari: so che sono considerate superate dai mezzi comunicativi odierni assai efficienti ed immediati. Tuttavia questi mezzi portano a comunicazioni frettolose e talvolta superficiali al punto che messaggiandosi ci si scrive un’infinità di brevi frasi volte a fornire tutte le precisazioni che sono necessarie, ma che son mancate inizialmente. Questo vale per i cellulari come per le e-mail. Invece la lettera, oltre ad avere tutto il fascino di un foglio da riempire con notizie, pensieri, considerazioni e riflessioni, induce a una procedura assai più lenta, significativa, meditata e sottintende l’uso di una buona scrittura. In fondo è un esercizio utile e piacevole poiché anche chi riceve potrà rileggere tutte le volte che lo desidererà quel che ha ricevuto e quindi riassaporare e rivedere le comunicazioni di qualsiasi genere siano.
Comunque il buon uso della lingua non è solo il parlar bene, cioè correttamente e con educazione. È saper usare i registri giusti. A seconda dell’interlocutore, io devo adeguare la mia comunicazione.
Parlar forbito sempre, può sortire effetti sbagliati: non essere compresi, allontanare le persone perché si sentono inadeguate a quel genere di linguaggio, badare unicamente all’estetica linguistica.
Lo stesso vale per il linguaggio amichevole: non lo si può usare con tutti per quanto immediato e simpatico possa essere.
Persino nei saluti trovo disdicevole l’uso del ciao o del tu a chiunque. Il voi è stato archiviato, ma il lei è doveroso e il suo impiego già mette in una condizione di rispetto verso l’altro, cosa che al contrario sfugge totalmente col confidenziale, ma immotivato, tu facendo di sovente scaturire frasi che scivolano presto verso un tono scarsamente rispettoso dell’altro. Anche qui è tutta questione di educazione. Il sociale contamina il linguaggio.
Scopo prioritario di quest’ultimo è quello di essere usato per mettere in relazione, comunicare al meglio.
Quindi non solo ritengo sia indisponente il parlare grossolano di chi ostenta atteggiamenti provocatori, ma anche quello del laureato che col suo vocabolario forbito non spiega in modo adeguato e comprensibile quel che vuol dire lasciando in panne il suo interlocutore che non è certo tenuto ad avere la sua istruzione o le sue competenze, altrimenti sarebbe lui stesso laureato in quell’ambito e non necessiterebbe di ricorrere a un suo pari o lo farebbe per altri scopi.
Giudico quindi arrogante, indisponente e faticosamente ascoltabile, il turpiloquio come il discorrere sgrammaticato o eccessivamente erudito quando quest’ultimo non è indicato all’ascoltatore.
Per ogni interlocutore o situazione serve un registro adeguato.
A scuola ci si sforza di far comprendere questo con non poca fatica soprattutto in considerazione del fatto che alcuni genitori mancano della minima idea di come, per esempio, parlare all’insegnante che è una figura educativa di riferimento per il loro figlio.
Ci si preoccupa moltissimo di difendere i bambini dalle malattie e dalle violenze, ma dobbiamo pensare a difenderli anche dall’assenza di cultura e di stimoli adeguati per il loro sviluppo cognitivo: le opportunità offerte da un buon uso della lingua sono, a mio parere, indispensabili a questo.
Arrivare a questo obiettivo è un processo lungo che richiede molto tempo e molta pazienza. Servono: il tempo da lasciare ai bambini affinché possano appropriarsi delle molte regole e sfaccettature del linguaggio, attività che stimolino la buona lettura indispensabile a fornire esempi importanti, norme per la correttezza nei comportamenti in particolare quelli di comunicazione e di ascolto, pazienza nell’attendere che tutti gli insegnamenti sedimentino dando poi i loro frutti.
Un lavoro immane che deve partire il prima possibile già in famiglia, ma certamente a scuola fin da subito.
A volte penso che l’educare svolga un lavoro simile a quello del contadino che semina molto, vive l’inverno che fa sembrare ogni cosa come fosse morta o sterile, attende il tempo del raccolto che verrà certamente anche se più o meno abbondante.
Per noi insegnanti ed educatori è un po’ così. E l’insegnamento del buon uso della lingua non fa eccezione: spieghiamo incessantemente e cogliamo ogni occasione anche non prevista per dare spiegazioni e indicazioni. La differenza tra noi e il contadino è che non sempre riusciamo a vedere il raccolto che molte volte arriva anni e anni dopo. L’importante però è seminare sempre e in ogni condizione con speranza e fiducia nel domani quando qualcosa nascerà.
Dobbiamo crederci e perseguire tutto ciò nella convinzione e con la motivazione sentita che senza una buona lingua non esiste un futuro di confronto e di crescita insieme".
I Caffè Culturali:
"I mezzi di comunicazione di massa, quale la radio, la televisione ed internet, sovente sono espressione di quella deriva comunicativa da lei descritta. L'emittente radiotelevisiva istituzionale nazionale e pubblica, per esempio, permette, sovente, il citato imbarbarimento. Il Parlamento Italiano, che indirizza le scelte dell'emittente in questione, è la stessa istituzione, da cui dipendono le scelte educative del sistema nazionale scolastico. A noi tale comportamento appare, quantomeno, curioso, poiché due componenti rilevanti della funzione pubblica tendono a lavorare, in tal senso, in contrasto. Il sistema educativo nazionale può intervenire nello scegliere le modalità espressive di ciò che l'emittente propone? Sarebbe auspicabile o l'irriverenza dovrebbe essere iscritta nella Carta Costituzionale, quale diritto inalienabile del cittadino? Cosa rappresenta, alla luce di quanto asserito prima e con il dovuto rispetto per tutte le vittime, il caso Charlie Hebdo?".
Anna Bossi:
"Se il buon uso della lingua viaggia a braccetto di educazione e rispetto, i mass media sono condizionati dall’audience che porta introiti e quindi tutto ciò che è gradito al grande pubblico e porta ascolti va bene: non importa se i messaggi che ne emergono sono scadenti. Le indicazioni ministeriali in campo scolastico sono condizionate dai tagli che sminuiscono i programmi e ovviamente la qualità ne risente. Ovvio.
Il sistema educativo nazionale può intervenire nello scegliere le modalità espressive di ciò che l'emittente propone? Direi che non c’è la preoccupazione o l’interesse a mettere in coerente rapporto i due soggetti: i mass media vanno per la loro strada dando gli esempi che si conoscono e alla Scuola si chiede di educare nello sforzo di rimediare ai deleteri insegnamenti che arrivano dal sociale.
L'irriverenza dovrebbe essere iscritta nella Carta Costituzionale, quale diritto inalienabile del cittadino?
Credo che preoccupazione della Costituzione sia la salvaguardia della cultura dei valori che dovrebbero regolare la vita di un Paese.
Non sono contraria alla satira e tanto meno alla libertà d’espressione: ritengo entrambe sacrosante poiché utili comunicazioni volte a porre una critica che può arrivare a tutti attraverso la ricerca di mezzi espressivi vari e accessibili ai più. Tuttavia nel loro uso ci deve essere una certa etica: non tutto è lecito, c’è sempre il cattivo gusto in agguato o forme di satira eccessivamente offensive.
Il cattivo gusto: tutto ciò che è volgare o grossolano può essere presentato per denunciare volgarità e grossolanità inducendo a prenderne le distanze, ma se ogni cosa ne viene infarcita per far ridere, si scade in qualità e ci scopriamo una società che ride di tutto senza discernimento.
Quando la satira è eccessiva, sconfina con l’offesa e questo porta a segnare confini stabilmente marcati e non funziona, cioè non raggiunge lo scopo che è quello di divertire riflettendo su delle verità.
Anche nell’antica Grecia la satira era molto usata. Goldoni non risparmiò la società del tempo cercando di fare cultura di costume. Però la critica satirica non deve essere fine a se stessa, cosa cui invece assistiamo troppo di sovente.
Si ride, si ride, ma alla fine non cambia nulla: una satira impotente. Credo che le indicazioni dall’alto siano unicamente quelle di far ridere, di essere anche pesanti nel criticare perché alla gente piace la provocazione e quindi si ha la famosa e tanto agognata audience.
Perciò la TV non aiuta affatto.
La radio è diversa: è più varia nelle sue proposte e permette maggior discernimento, più raffinata nella satira si lascia ascoltare con maggior piacevolezza in molti momenti della giornata consentendo di lavorare comunque, al contrario della TV che anche come postura impone un’attenzione fisica e una situazione di immobilismo perché sono le immagini a farla da padrone. E anche l’immagine rientra nelle mie considerazioni: il bombardamento che si ha di esse, fa parte della cultura sociale di questi nostri poveri tempi nei quali l’estetica e l’apparire superano l’importanza dell’essere. Non importa chi sei, importa come appari e da lì, cantonate enormi!
Libertà d’espressione: sacra, ma occorre intendersi.
La libertà: un termine divenuto ambiguo perché sotto la sua aura può trovare riparo di tutto.
La libertà non è assenza di regole, passaporto per il tutto lecito, attenuante a ogni cosa.
Alla libertà devono aver accesso tutti.
Invece sovente vi accedono in larga misura i prevaricatori che a loro volta sono sottomessi ad istinti o ad emozioni che non sanno gestire con la conseguenza di produrre tensioni, imbarbarimenti dei dialoghi e un tutti contro tutti che porta al nulla. Così ci guardiamo intorno e ci troviamo circondati da non-luoghi ove tutto è destrutturato e da lì non nasce nulla che possa essere stimolo alla costruzione di qualcosa.
In riferimento ai fatti accaduti a Parigi alla redazione di Charlie Hebdo, ritengo che il Papa abbia centrato una grande verità: la satira è lecita, ma se io so che indirizzandola a determinati soggetti rischio un conflitto dal quale non nascerà alcun dialogo o peggio, devo evitare almeno di esagerare. Anche a Scuola continuiamo a far riflettere i bambini sul fatto che devono pensare alle conseguenze dei loro gesti: cosa possono causare, cosa provocano? Ci hai pensato? La causa- effetto così importante e non solo per lo studio della Storia, è tra gli obiettivi sempre presenti nelle attività dell’insegnante che coglie ogni segnale per porre una riflessione.A Scuola abbiamo parlato dei fatti anche perché i miei alunni sapevano che avevo mia figlia a Parigi. Una bimba musulmana di classe V mi ha detto: “È giusto avere la libertà di dire quel che si pensa, ma non di offendere.” Chiaro. Le ho solo risposto che però nulla può giustificare la somministrazione della morte anche se si ritiene che la colpa sia grave. E da qui i vari discorsi che hanno portato i bambini a ragionare anche se non a giungere tutti alle stesse conclusioni. Ma si deve fare così, sono convinta si debba fare così: dare libertà di dialogo e quindi di espressione con reale possibilità di confronto, poi quel che viene detto e buttato lì, potrà dare i suoi frutti in seguito.
Comunque crescere a contatto con la cultura è sempre utile per qualsiasi scelta lavorativa successiva. Il popolo ignorante è un popolo sottomesso ai più furbi. Ma se si deve risparmiare …
La cultura ha un suo valore, elevato.
Far cultura è faticoso e impegnativo, richiede sempre nuove idee e nuove energie mentali ed economiche e anche prospettiva e attenzione per ciò che si propone.
Anche un lavoro come quello delle maestre che richiede capacità di insegnare, di motivare all’apprendimento e alla fatica e grande capacità relazionale, è un lavoro che dà soddisfazione e insieme stanca, non si può svolgere per troppe ore consecutive e al contempo non ha limiti veri negli orari perché l’insegnante prosegue il suo impegno anche fuori dall’aula: è quasi un’arte. Eppure non viene debitamente riconosciuto.
Sto parlando di Scuola perché è il mio ambiente, ma non escludo gli altri ambiti culturali che non mancano in Italia e che non sono sempre adeguatamente riconosciuti.
L’arte è cultura e la cultura è arte.
L’arte va riconosciuta … purtroppo da noi non funziona così e si vede".
I Caffè Culturali:
"Perché ha sentito l'esigenza di scrivere?".
Anna Bossi:
"Divertirsi e provare benessere è come mi sento quando scrivo.
È sempre stato così, fin da bambina: durante gli anni delle Elementari frequentate a Milano con un’insegnante eccezionale, la sig. Maria Pollini, adoravo il giorno del tema. Oggi non ricordo più se fosse il martedì, il mercoledì o il giovedì, ma settimanalmente la mia maestra ci assegnava un tema da svolgere: sempre, in modo martellante e costante. Io l’aspettavo e desideravo tantissimo poter raccontare, inventare, esprimere i miei pensieri e mi riuscivano di sovente temi buoni, fatti oggetto di interesse tra le maestre e di lettura curiosa in famiglia. I miei temi erano circondati da un po’ di stupore e il mio lavoro veniva premiato quasi sempre con una votazione soddisfacente. Tutto ciò mi stimolava e incentivava una mia evidente inclinazione. Devo ringraziare la mia maestra che mi ha ispirato a seguire le sue orme anche come insegnante. Lei ha favorito un allenamento necessario e stimolato un piacere inequivocabile nella bambina che ero. Così dalle Elementari in poi, le ore di italiano dedicate alle composizioni scritte, hanno continuato a regalarmi piacere e soddisfazioni.
Cosa amavo dello scrivere? Potermi esprimere con la calma di cui necessitavo. Infatti io son sempre stata di carattere piuttosto timido ed emotivo: a voce l’imbarazzo e l’emozione mi sopraffacevano e non riuscivo a dimostrare alcun valore particolare. Quindi per me scrivere era un salvagente grazie al quale mostravo il mio lato interiore e le mie abilità.
Col tempo riuscii a vincere le mie timidezze mostrando capacità anche verbali sia che si trattasse di interventi preparati sia improvvisati, ma per arrivare a questo ci volle tempo e una crescita generale della mia personalità assai inibita da una maturità ancora insicura e traboccante di timidezza.
Tuttavia, nonostante la facilità dimostrata nello scrivere, non pensai mai in passato a diventare scrittrice, solo maestra: il mio grandissimo sogno. Un sogno pienamente realizzato.
Fu un caso. Correva l’anno scolastico 71/72. Arrivò la proposta di un concorso letterario: frequentavo l’Istituto Magistrale di Novara, quando l’insegnante di Tirocinio (materia importantissima ormai scomparsa e non capirò mai il perché) arrivò in classe informando della possibilità di partecipare a un concorso letterario. Per noi studentesse era aperta la sezione B per dilettanti. L’insegnante avrebbe poi scelto se inviare qualche elaborato. Verrà scelto solo il mio: la storia s’intitolava “Piccolo Viso Rosso” e vinse. Io avevo 17 anni e andai a Sestri Levanti-Baia della Favole a ricevere la pergamena e una medaglia d’oro riportante l’effige di Hans Christian Andersen: il concorso era proprio il prestigioso “Andersen”.
Con l’immaturità dei miei giovani anni, ne fui semplicemente felice, ma non mi resi conto fino in fondo di che bella cosa mi fosse accaduta!
Sarà solo in seguito che mi verrà il desiderio di scrivere ancora fiabe per bambini pensando che forse come maestra avrei dovuto saperle inventare per la mia ipotetica classe … Così scrissi ancora, ma tutto rimase un po’ lì, nel cassetto prima e nel pc poi. Nonostante non fossi più troppo timida, restavo insicura e quindi non mi decidevo a inviare qualcosa per una possibile pubblicazione. E le mie fiabe si accumulavano: io le rileggevo, le correggevo, le modificavo e poi le richiudevo. Punto.
Sarà un’altra occasione fortuita a offrirmi l’opportunità di far leggere qualcosa a un’editrice. La cosa mi causò un mal di pancia incredibile e ricordo il disorientamento e l’agitazione nonostante non fossi più un’adolescente, ma una maestra stimata e una persona che si era buttata alle spalle molte delle sue incertezze. Era il 2007. Una mia storia verrà scelta e pubblicata in tre lingue (albanese, inglese e spagnolo) da Tolbà di Matera. Mia madre era morta da poco più di un anno e io decisi di dedicare questo libro a lei che adorava leggere e che mi aveva educata alla buona scrittura un po’ come fece la mia maestra. Il libro “Gli orecchini della madre” verrà molto apprezzato e riceverà diversi riconoscimenti. Da lì proseguii con una certa continuità questa mia passione parallela alla scuola. Mi si aprì un mondo e offerto l’occasione di coltivare un piacere e insieme una necessità che, scoprirò con chiarezza, erano latenti in me.
Non scrivo per vendere a tutti i costi e quindi guadagnare, anche perché il 90% dei miei libri finanziano progetti e quindi per me la vera soddisfazione è che vengano venduti per raggiungere gli scopi per i quali sono stati pubblicati e che in questo modo se ne apprezzi la scrittura piacevole e possibilmente educante. E proprio la motivazione ad educare, un atteggiamento quasi didattico, la molla che mi spinge a scrivere: infatti credo che la lettura debba riempire in positivo il tempo libero, debba essere un vero piacere, deve aggiungere pensieri stimolanti fantasiosi creativi e utili alla crescita morale e cognitiva dei fruitori … In questo modo la scrittura può assumere davvero un ruolo fondamentale e fondante per la collettività. Il voler, anche se molto modestamente, contribuire a realizzare queste convinzioni è l’ulteriore motivazione che mi spinge a continuare a scrivere".
I Caffè Culturali:
"Quando è arrivato Maestre allo sbaraglio e cosa rappresenta questo lavoro per Anna Bossi?".
Anna Bossi:
Maestre allo sbaraglio non era un lavoro previsto ed è arrivato per caso, quasi per gioco. Come spiego nell’Antefatto del libro, una collega di Novara durante un aggiornamento a Pracatinat, mi dice che io, siccome scrivo libri, avrei DOVUTO scrivere un libro su di noi maestre e lei aveva in mente anche il titolo di quello che prevedeva sarebbe diventato un successo.
Quando la gente mi parla, a volte posso sembrare distratta, ma sulle parole torno sempre a riflettere ed è accaduto anche in quell’occasione. Ci ho pensato ritenendo che davvero qualcosa si potesse, o forse anche dovesse, scrivere su di noi e sul nostro lavoro, ma che a farlo non fosse solo una persona: era una stesura da condividere, a più mani, dove tutti e tutte potessero essere protagonisti e narratori in prima persona. Così iniziai a diffondere l’idea di raccogliere aneddoti, riflessioni, considerazioni e tutto ciò che avremmo ritenuto importante e significativo per parlare del nostro lavoro. Le resistenze emersero immediatamente perché all’improvviso nessuna si sentiva capace di scrivere … Ma io insistevo con una costanza e una determinazione che certamente deve aver impressionato alcune colleghe. Poi il miracolo s’è compiuto: qualcuna ha iniziato a mandare un suo racconto, una riflessione … Io facevo circolare questi brani tra le altre amiche e colleghe che a poco a poco rimasero contaminate e iniziarono a scrivere anche loro. Goccia dopo goccia, si formerà un fiume in piena: le colleghe presero coraggio e iniziarono a mandare i loro contributi. Qualcuna pensò di coinvolgere altre colleghe conosciute in paesi e in epoche diverse e così le maglie della rete si dilatarono dando vita ad un mosaico variegato di esperienze vive e vere che sono riuscite a raccontare e a spiegare molto dell’ universo scolastico per molti aspetti NON conosciuto ai più. Dovrò poi, come curatrice di questo progetto, coinvolgere le Edizioni Astragalo e arrivare a chiudere la raccolta dei contributi che continuavano ad arrivare: tutti diversi ed interessanti, ma bisognava fermarsi perché altrimenti non saremmo mai arrivate a pubblicare il tanto già raccolto. Infatti ormai i maestri e le maestre scriventi di ogni età erano diventati 81 e i contributi più di cento. La panoramica che si era formata, era piuttosto ampia.
L’idea del libro arriva in anni molto bui sia per la scuola in generale sia per me in particolare. Infatti, come scrivo nel libro, io stavo vivendo una situazione scolastica pesantissima nella quale constatavo quotidianamente come la mia scuola venisse devastata da un’organizzazione e da progetti che ne hanno minato in modo irreparabile funzionamento e qualità. Persone come me, incapaci ad accettare ciò che non condividono, erano fatte oggetto di trattamenti indegni da parte di una dirigenza priva di valori e maligna. Certo, in quel clima tristissimo denso di prevaricazioni, gli avvocati del lavoro avrebbero potuto abbondantemente operare per salvaguardare le maestre come me, ma alla fine ho pensato che non volevo far parte di un gioco di rivalse e di vendette. Ho così deciso di reagire con la creatività, preferendo esprimermi piuttosto che vivere il mio tempo libero avvelenandomi la vita; quindi meglio il bello, il buono e il creativo al peggio al quale già purtroppo assistevo quotidianamente. Potendo scegliere, ho scelto di ignorare e di biasimare la dirigenza e tutti coloro che l’assecondavano per limitatezza propria o per sfrontato opportunismo. E di andare avanti per la strada che ritenevo la migliore.
Ecco: Maestre allo sbaraglio è la rivincita. Molte colleghe della mia scuola vi hanno partecipato trovando la volontà di voler affermare che la qualità e l’amore per la scuola vivranno oltre quel misero e deleterio periodo.
È stato davvero così: il progetto ha ricucito la rete dei rapporti che era stata strappata (dividi et impera …), noi colleghe ci siamo ritrovate e più forti a voler ribadire che la scuola è una cosa diversa da quella che vogliono far diventare. Certo i vari governi con le loro riforme del sistema scolastico, non hanno aiutato e continuano a non aiutare, ma noi che ci lavoriamo dall’interno cerchiamo sino allo sfinimento di tener alti gli scopi della scuola e dell’educare … nonostante tutto.
Il libro è dunque risultato un caleidoscopio di vita vissuta: tra le valli, le colline, i laghi e le pianure, ma anche nelle zone rurali del sud Italia in un periodo che va dal Novecento fino ad oggi. In ogni epoca si leggono le fatiche e gli sforzi dei maestri e delle maestre sovente abbandonati a se stessi: dunque la storia non è poi così tanto
cambiata …
La Prefazione a cura dell’ex direttore didattico Franco Groppetti è sorprendente per la sua chiarezza e completezza nel disegnare la scuola Elementare. Ci sono inoltre racconti che mettono a fuoco l’importanza delle capacità relazionali che chi insegna deve avere: umanità, fantasia, elasticità, voglia di ricominciare ogni volta che non si ottengono i risultati desiderati e tanto tanto spirito di adattamento.
Non poche persone leggendo questo testo (giunto alla sua terza edizione) hanno ammesso di non conoscere molti degli aspetti del nostro lavoro. Un lavoro per tanti versi oscuro, incessante e senza un vero orario a parte quello che ufficialmente tutti conoscono e che può sembrare poca cosa. Certo: ci sono anche insegnanti non degni di questo nome e che spargono un’ombra sulla categoria, ma chi è motivato in genere è molto in gamba e vive insieme la frustrazione di essere messo nel mazzo con chi fa dell’insegnamento solo un comodo ripiego e l’orgoglio di essere maestra /maestro. Ma fortunatamente questi pessimi esempi di insegnanti sono la minoranza. Noi dell’andata generazione siamo di una tempra fortissima. Forse per questo non ci concedono il meritato congedo … forse senza di noi la scuola andrebbe in frantumi.
Maestre allo sbaraglio ha anche un suo blog. Per chi desiderasse saperne di più o partecipare con contributi o commenti da inviare, può visitarlo a questo indirizzo: http://maestreallosbaraglio.blogspot.it/ "
I Caffè Culturali:
"L'impulso di Maestre allo sbaraglio si è esaurito o sta ispirando altre attività sulla scia dell'esperienza vissuta?".
Anna Bossi:
"L’uscita del libro è stata di grande impatto e ha creato reti tra noi e altre realtà. Dal blog si potrà verificare quante presentazioni e incontri abbiamo tenuto raccogliendo ulteriori testimonianze e favorendo uno scambio di opinioni tra noi maestre e maestri di scuola Elementare/Primaria.
Ora continuiamo a proporci e a proporre occasioni di dibattito, quindi l’impulso non è esaurito e credo che fino a che ci saranno criticità presenti nel mondo della scuola, esso avrà motivo per restare vivo.
Le criticità non sono poche, sia di carattere didattico sia di ruolo.
Alla scuola viene richiesto praticamente tutto e la si reputa responsabile o inadeguata soprattutto in caso di insuccessi o di problemi legati ai propri figli. Naturalmente non si può parlare in assoluto e le eccezioni ci sono, per fortuna! Ma quel che si osserva in ampia misura, è una delega di responsabilità da parte di famiglie e società, che prima di questi tempi non s’era mai vista.
È evidente che davanti a situazioni così dense e impegnative, il nostro libro offre moltissimi spunti di dialogo, confronto e anche impegno per far sentire il nostro pensiero. Non è che si venga molto ascoltati, questo purtroppo è vero, ma è per noi importante e doveroso perseguire questo obiettivo.
Il libro è stato inviato anche al Ministero e nel questionario sulla buona scuola ne abbiamo parlato, ma … l’ascolto è qualcosa di molto ostico anche in chi pensa di proporlo.
A noi le idee non mancano e continueremo il nostro viaggio proprio per l’amore che abbiamo nei confronti dell’ambiente scolastico, ancora di più oggi che quest’ambiente viene continuamente mortificato.
Sabato 21 marzo saremo presenti a un convegno organizzato dalla Fondazione Amiotti: Rinascimente e noi stesse vorremmo riuscire ad organizzarne uno sui temi scolastici che riteniamo più pressanti in quest’epoca.
Quindi l’impegno continua e sarà stimolo anche per chi raggiungerà la pensione poiché chi è maestra/maestro, lo è un po’ per sempre".
I Caffè Culturali:
"A proposito di ascolto e di deleghe: la scuola è forse tra gli ambiti istituzionali più riformati della storia dell'Italia repubblicana, con i risultati che tutti possono riscontrare. Da dove occorrerebbe partire per ridefinire un sistema educativo - scolastico degno di tale nome?".
Anna Bossi:

"Non vorrei dare solo una mia opinione in merito alla domanda postami. Mi piacerebbe invece che ogni lettore delle interviste giungesse alle proprie conclusione dopo aver preso visione delle varie riforme scolastiche che si sono succedute dalla Liberazione ad oggi.
Darò dunque una sintetica e anche parziale elencazione cronologica delle Riforme, dei Decreti e delle Circolari (tratta da Maestre allo sbaraglio) che hanno attribuito alla scuola primaria la sua attuale fisionomia. Senza queste informazioni, è difficile seguire il filo degli eventi che ci portano ai giorni nostri.

1945 - Con Decreto ministeriale del 9/02/ e Decreto Luogotenenziale n.549 del 24/05 dello stesso anno, entrano in vigore i primi programmi per la scuola elementare e materna dell’Italia liberata, stesi con la collaborazione degli Alleati. Il Colonnello C. Washburne, facente parte della commissione istituita dal ministro G. De Ruggiero il 28 luglio 1944, contribuisce a dar loro un’impronta di scuola attiva, ispirata al pragmatismo del filosofo-pedagogista statunitense John Dewey, in contrapposizione con i precedenti programmi, ispirati al neoidealismo di Giovanni Gentile, che tendevano invece a privilegiare gli aspetti ideali e spirituali dell’educazione.

1955 - DPR n. 503 del 14 giugno, che istituisce i programmi didattici per la scuola elementare.
Recita testualmente la formulazione di questi nuovi programmi è stata sollecitata più direttamente da due esigenze: far aderire maggiormente il piano didattico alla struttura psicologica del fanciullo e tenere conto che per precetto della Costituzione l'istruzione inferiore obbligatoria ha per tutti la durata di almeno otto anni. “ I programmi del ’55 tendono soprattutto a far acquisire le elementari abilità del leggere, scrivere e far di conto ( nel 1951, il 13% degli italiani era analfabeta ), nel contesto di un Paese agricolo e non ancora industrializzato. Nondimeno colgono un aspetto essenziale, valido oggi come allora, nel sottolineare
…. l'importanza e la gravità del compito affidato al maestro. Nessuno, dopo di lui, potrà forse riparare ad una mancata formazione essenziale, e in questo senso elementare, degli alunni che le famiglie e la Patria gli affidano. Ed è pur vero che il grado di civiltà di una Nazione si misura soprattutto dalla cultura di base del suo popolo.

1971 - Legge 820 del 24/09
Recependo le trasformazioni e le esigenze di una società ormai industriale caratterizzata anche dall’espansione dell’occupazione femminile extradomestica e cogliendo la necessità di una maggiore individualizzazione dell’insegnamento, istituisce il tempo pieno nella scuola elementare, come sperimentazione. L’orario delle lezioni è, in questo caso, elevato a 40 ore settimanali (mensa compresa ); su ogni classe operano due insegnanti che attuano settimanalmente alcune ore di compresenza.

1974 – Decreti Delegati: si istituiscono gli organi collegiali, si modifica lo stato giuridico dell’insegnante, stabilendone nuovi diritti e doveri, si regola la sperimentazione e l’aggiornamento.

1977 - Legge n. 517 del 4/08 – Norme sulla valutazione degli alunni e sull'abolizione degli esami di riparazione nonché altre norme di modifica dell'ordinamento scolastico.
Istituisce la figura giuridica dell’insegnante di sostegno.

1985 - D.P.R. n. 104 del 12/02 - Approvazione dei nuovi programmi didattici per la scuola primaria.
Dopo trent’anni vengono abrogati e sostituiti i Programmi del’55.
Più aderenti ad una società profondamente mutata ed alle caratteristiche psicologiche del bambino di fine secolo, introducono lo studio della lingua straniera e l’informatica
Uniformandosi al nuovo Concordato del 18/2/1984 eliminano la frase L'insegnamento religioso sia considerato come fondamento e coronamento di tutta l'opera educativa e stabiliscono la facoltatività delle ore di religione.

1990 - Legge n. 148 del 5/05 - Riforma dell'ordinamento della scuola elementare.
Istituisce il Modulo: tre insegnanti operano su due classi ( o quattro su tre ). Le circolari applicative del 1991 suddividono l’attività didattica viene suddivisa in aree disciplinari ( Linguistica, logico matematica, antropologica ), ognuna delle quali affidata ad un insegnante.

1997- Circ. min. 282 del 24/4 – 2000 Piano per l’introduzione delle nuove tecnologie nelle scuole Contributi finanziari per l’introduzione delle nuove tecnologie nelle scuole e la formazione degli insegnanti alla multimedialità.

1999 - D.P.R. n. 275 dell’8/03 - Regolamento recante norme in materia di autonomia delle istituzioni scolastiche.
Alle scuole viene attribuita l’autonomia nell’elaborare e mettere in atto adattamenti dei piani di studio e dei curricoli alle diverse situazioni ambientali. Viene introdotto il P.O.F. (Piano dell'offerta formativa), documento che deve essere elaborato annualmente da ogni istituto e presentato agli utenti del servizio, alunni e famiglie, al momento dell'iscrizione.
Questo ha come conseguenza un aumento del divario tra scuole e della concorrenzialità tra istituti.

2000 – Legge n. 30 del 10/2
Detta “legge Berlinguer” unisce Scuola elementare e media in 3 cicli di 2 anni l’uno.

2003 - Legge n°53 del 28/3
Detta riforma Moratti, che, oltre ad abrogare la riforma del 2000 elimina il termine scuola elementare che viene sostituito con scuola primaria.
Introduce l’anticipo scolastico cioè la possibilità di iscrivere alla classe prima i bambini che compiono 6 anni entro il 30 aprile dell’anno successivo.

2006 - Circ. min. del 24/03 - Linee guida per l’accoglienza e l’integrazione degli alunni stranieri
2008 - D.L. n.137 ( Riforma del ministro Gelmini ) dell’ 1/9, convertito nella legge n.169 del 29/10

Viene istituito il maestro unico, senza abolire il tempo pieno ma eliminando, di fatto, la compresenza. Viene ridotto l’orario e si ritorna al voto decimale. Le circolari applicative, assegnano alle scuole ampia autonomia e invitano al rispetto delle richieste delle famiglie, che di fatto chiedono orari più lunghi nella quasi totalità. Il tutto causa una notevole confusione, che porta all’effetto opposto: nelle classi entrano spesso troppi insegnanti per poche ore ciascuno.
Dispone che l'insegnamento della lingua inglese sia effettuato dall'insegnante della classe e non più dagli insegnanti specialisti, che in assenza dei requisiti frequenterà un corso di formazione.

Legge n. 133 del 6 agosto 2008

2009 - D. M. n. 5 del 16/01 - Criteri e modalità applicative della valutazione del comportamento.

Reintroduce il voto di condotta e stabilisce che l’insufficienza ( meno di 6/10 ) comporta la non ammissione al successivo anno di corso.

2010 – D.L. n. 78 del 31/5, e L. n. 122 del 30/7, recante misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica, stabilisce che, per il triennio 2010-2012, non si rinnovi il contratto del personale della scuola e il blocco degli scatti stipendiali previsti dalla progressione di carriera.
Il DDL di Stabilità per il 2013 proroga tale misura fino al 2014.

A partire dal 2008 la scuola pubblica italiana è stata colpita da una politica di tagli: dalla riduzione del tempo pieno nella scuola dell’obbligo con impossibilità di svolgere attività laboratoriali e in compresenza, riduzione dei servizi a tutti e in particolare ai disabili e agli studenti di origine straniera, carenza di fondi per l’ordinario funzionamento delle scuole e per qualsiasi progetto didattico, riduzione di oltre centomila tra insegnanti e personale amministrativo.

E oggi attendiamo gli esiti del Questionario sulla Buona Scuola elaborato dall’attuale governo.

A mio parere, fino alle disposizioni del 1971 si ha una connessione tra la società in divenire e la scuola che è preposta a formare il bambino secondo idee e necessità individuate appunto nel sociale. In questo la scuola è tenuta a seguire le tappe dello sviluppo psicologico del bambino e ad applicare metodologie affinché il progetto educativo possa avere successo. Stretto rapporto, dunque tra scuola e società. Il maestro o la maestra vengono indicate come figure importanti per l’impronta che essi daranno ai propri alunni sia formandoli come persone sia dando loro le abilità strumentali e di base. È’ questa l’idea interessante: avere le basi consente la successiva costruzione, quindi le Elementari che devono fornire le basi educative e strumentali, sono la scuola insieme più delicata e più importante proprio perché di base. Per consentire tutto ciò occorre dare l’organizzazione adeguata alla scuola e nasce così il tempo pieno, pieno davvero di offerte educative e di opportunità di ogni genere (sociali, formative, laboratoriali e di sviluppo o recupero nelle varie discipline per chi ne avesse necessità).

Dal 1974 si pensa ad aprire la scuola ai genitori e a nuove norme sulla valutazione, ma questo non significa aprirsi al territorio (il che già accadeva grazie al tempo pieno che introducendo molti laboratori, favoriva contatti educativi con l’esterno), e soprattutto non si pensa a una vera riflessione sulla valutazione, ma solo come esprimerla senza chiarirsi adeguatamente cosa si intende valutare negli alunni.

Dopo trent’anni (tanto sono rimasti validi i programmi del ‘55) ecco la riforma che introduce l’insegnamento della lingua inglese e dell’informatica, la facoltà di seguire o meno le lezioni di IRC (insegnamento della religione cattolica). Certamente cambiamenti aderenti al mutare della società in quest’ultimo periodo del XX secolo. Ma anche in questi provvedimenti non si vede un progetto educativo e formativo complessivo intorno al bambino, ma solo adattamenti al funzionamento della scuola. Il che se è legittimo, non è apprezzabile in quanto avulso da un’indicazione più ampia quale ci si aspetta dopo trent’anni dall’ultima riforma. Infatti se le disposizioni del 1955 sono rimaste valide per sei lustri, nei successivi si assiste ad un susseguirsi di riforme scolastiche che fanno comprendere come in realtà non ci sia un progetto educativo e formativo nazionale a lungo termine. Ogni nuovo ministro dell’Istruzione fa qualcosa talvolta di completamente sganciato dal precedente e sovente non in sintonia col successivo, addirittura a volte sarà in contraddizione. E così i maestri e le maestre si adeguano, ma non so quanti e quanto per convinzione. In coerenza con questo modo di procedere, sbocconcellato e privo di un filo conduttore, arrivano i primi tagli che riducono gli organici e impoveriscono in generale l’intera organizzazione che diviene più simile a quella delle scuole medie, affatto aderente alle necessità psicologiche e pedagogiche dei bambini dell’età delle scuole elementari che necessitano di tempi di ascolto e di apprendimento variabili con figure di riferimento stabili. Il risultato è che per gli insegnanti diventa sempre più difficile progettare insieme intorno al bambino.

Lo Stato non dà risorse e così chiede alle scuole di reperirle scrivendo ogni anno un Piano dell’Offerta Formativa che attiri alunni e relative famiglie: inizia a delinearsi l’idea della scuola-supermercato dove le famiglie scelgono o scartano senza averne le competenze. La Scuola deve svolgere i programmi arrangiandosi da sola e scrivendo questo POF accattivante … La forbice tra scuole ricche e povere di risorse si fa sempre più ampia e tagliente.

A seguire una serie di cambiamenti di facciata e sempre senza veri contenuti: ne sono la dimostrazione i vari modi di esprimere la valutazione (voto, giudizio, … in un alternarsi con davvero poco senso). Ciò cui si assiste è svilente, molto, poiché ogni alunno è un caleidoscopio da scoprire e da attivare comprendendone le individuali potenzialità. Il giudizio è quanto di più delicato ci possa essere e anche di variabile col crescere e il maturare dello scolaro.

Quindi ognuno dice la sua e cambia qualcosa, ma senza un vero progetto complessivo che veda innanzi tutto una sinergia tra scuola-società-territorio. Un po’ di pubblicità per i vari ministri che in genere non si sono mai occupati di scuola nella loro precedente carriera. In questa confusione, viene meno il ruolo del docente che deve fare tutto e nello stesso tempo è ritenuto inadeguato perché non ci riesce. Questa la realtà. L’insegnante, declassato, non viene più indicato come figura di riferimento. C’è una delega nell’educazione: la famiglia non riesce ad educare e così rimanda alla Scuola senza voler però collaborare con essa … Non voglio generalizzare, ma nei miei quarant’anni di insegnamento sto assistendo a questo genere di degrado che assicuro essere davvero e drammaticamente ampio. Nessuno ce la può fare da solo, soprattutto in una società come la nostra traboccante di variabili e di stimoli d’ogni tipo.

Dei tanti, e direi inutili se non dannosi, cambiamenti, il peggiore a mio giudizio è lo svuotamento dei programmi di storia e di geografia. In una realtà in rete che apre finestre sul mondo intero, noi alla scuola Primaria per Storia ci fermiamo alla caduta dell’Impero Romano e in geografia proponiamo solo il territorio nazionale con una spolverata all’Europa e uno sguardo fuggevole agli altri continenti. È un paradosso. In Storia si toglie il fascino della continuità degli eventi non facendo appassionare alla materia e annoiando enormemente i bambini. In Geografia, materia sempre più svilita dai programmi, non si dà l’opportunità di conoscere i territori dei quali i ragazzini parlano e sentono parlare e che magari visitano durante le vacanze. Molto meglio i vecchi programmi, paradossalmente forse più aderenti degli ultimi a questi nostri tempi.

Ora vedremo cosa suggeriranno le indicazioni per la buona scuola: certo dovrebbero prevedere programmi che invitino sempre più a trattare gli argomenti in modo interdisciplinare abituando le menti dei bambini ad essere elastiche e pronte a cogliere le connessioni e tutto ciò che può mettere in relazione i diversi ambiti disciplinari. In questo modo le materie non verranno penalizzate e nemmeno l’invito a ragionare e a farsi una propria opinione. Le maestre e i maestri ritroveranno un ruolo non solo d’insegnamento, ma anche di personalità educative degne di rispetto e di attenzione. Lo Stato dovrà pensare a dare le risorse per attuare tutto ciò: un progetto educativo ambizioso, ma necessario perché necessaria è l’educazione da dare alle nuove generazioni

Ecco, vorrei concludere questa mia lunghissima risposta con una frase che scrissi in Maestre allo sbaraglio e che credo spieghi quella che secondo me oggi è diventata la Scuola:

Nel vuoto di relazioni e confronti didattici, si sviluppa il NON LUOGO dove regnano e si ampliano le emergenze, dove si ignora la pedagogia e dove le parole macinano la didattica riducendo in polvere la qualità dell’insegnamento".

I Caffè Culturali:
"A cosa dovrà servire la scuola del futuro? Se potesse sognarla, senza problemi di costi, di politica e di ideologie, come l'immaginerebbe?".
Anna Bossi:

Sognare non costa nulla, si dice. Ma io non concordo. A volte sognare scopre illusioni che non concretizzandosi costano brucianti delusioni. Ed è ciò cui vado incontro pensando alla Scuola dei miei sogni.
Cosa immagino di bello per la Scuola Elementare, oggi Primaria?
La Scuola Elementare del futuro, come quella attuale o la passata, dovrà servire a istruire, a formare personalità, a individuare prospettive individuali e/o collettive secondo le potenzialità dei bambini che avrà in carico. Certamente dovrà essere calata nel contesto storico all’interno del quale opera dedicando perciò parte dei suoi contenuti ai problemi che verranno ritenuti i più pressanti. Oggi non esiste più l’emergenza dell’analfabetismo, perciò non è possibile limitare l’insegnamento alle sole strumentalità. Oggi le sfide sono altre e la Scuola deve saperle inserire e affrontare all’interno dei suoi programmi.
Ciò che invece non subirà stagioni, sarà l’educare le nuove generazioni alla cultura in generale, ma nello specifico rivolgere attenzione al sociale (educazione alla cittadinanza/educazione civica). La Scuola dovrà stimolare a: dialogo, buon uso della parola, capacità di confronto, creatività, solidarietà per condurre a saper lavorare insieme, saper cooperare. Tutto ciò contribuirà a dar forma e peso a una cultura di equità sociale e di pace. Si dovrà abituare i bambini a pensare che ognuno è responsabile del vicino e del lontano e che non si può delegare costantemente ad altri le azioni necessarie per la soluzione dei problemi. La mentalità segna le epoche.
Da quest’impostazione formativa ed educativa non ci si potrà sottrarre e credo sinceramente potrà essere estesa anche alle famiglie per poter tornare a pensare a un progetto intorno ai bambini in crescita e in formazione sociale oltre che cognitiva.
L’idea è ambiziosa e deve essere tale perché uno Stato deve pensare di investire sull’educazione che sta alla base di tutto e senza di essa non si possono crescere generazioni responsabili.
Per tutto questo, oltre alle metodologie e alle strategie didattiche cui le maestre e i maestri ricorrono, sarà necessaria un’organizzazione adeguata (le 40 ore a tempo pieno con le compresenze che sono indispensabili per formare gruppi ristretti di alunni coi quali svolgere un lavoro più mirato e approfondito):

                                       - due docenti su ogni classe
                                       - 1 docente di madrelingua per l’insegnamento della lingua straniera
                                       - mediatori linguistici per includere attivamente gli alunni stranieri
                                       - classi numericamente non superiori a 25 alunni o a 20 in caso di presenza di bimbi PH da
                                         inserire il più possibile all’interno del gruppo dei compagni.

Spazi:
oltre alle aule necessarie per le lezioni tradizionali, serviranno aule per laboratori pratici e per l’educazione musicale e/o strumentale, uno spazio per le attività teatrali, un’aula informatica dotata di accesso alla rete, una biblioteca per alunni e una magistrale, la palestra, un giardino o un cortile possibilmente con prato e uno spazio per l’orto scolastico, una mensa con cucina interna che consenta la preparazione di pasti con ricette da tutto il mondo viste le diverse provenienze geografiche degli alunni e anche con alimenti il più possibile a Km ZERO.

Mezzi:
tanti, ma soprattutto funzionanti!!! Qui l’elenco sarebbe lungo e noioso poiché la realtà è che a scuola sono principalmente gli insegnanti che portano tutto ciò che serve: dalle matite alle stampanti ….. a volte le merende per i bambini che non le portano e persino le proprie sedie!

Ma soprattutto servono progetti intorno agli alunni. E uno di questi è condurli all’autonomia personale indispensabile per affrontare le piccole e le grandi fatiche quotidiane che, se superate, accresceranno la consapevolezza di essere capaci di misurarsi con le difficoltà affrontandole e cercando di andare oltre dove ve ne saranno altre ad attenderli … perché la vita è un percorso che va fatto fino in fondo. Quindi motivare alla fatica.

È il poter realizzare dei progetti di crescita educativa il vero sogno per la Scuola italiana.

Tra questi, uno apparentemente banale e non lo è, sarebbe vedere i bambini raggiungere la scuola a piedi: è qualcosa di pratico, ma importante. Chi si avvicina a un edificio scolastico al momento degli ingressi o delle uscite degli alunni, vedrebbe una moltitudine di adulti coi propri pargoli e una conseguente confusione pazzesca. Una volta i bambini se ne venivano in compagnia tra loro, senza adulti al seguito, ma ora in nome della sicurezza, questo non accade quasi più e le nuove generazioni restano (per gli spostamenti e le necessità quali vestirsi o mangiare correttamente a tavola) dipendenti dagli adulti troppo a lungo. Trovo perciò lodevole iniziative come il pedibus con pensionati volontari che raccolgono i bambini alle fermate previste e li conducono a scuola a piedi a gruppetti; intorno all’edificio sovente si trovano i nonni-vigile che controllano la zona tenuta pedonale per consentire una libera circolazione dei bambini. Bisognerebbe fare in modo che i genitori facilitassero l’autonomia dei propri figli aderendo alle iniziative in sintonia con la Scuola.

Tra i tanti altri progetti educativi, ci sono quelli di partecipazione e di cittadinanza attiva indispensabili nel far ragionare i bambini e permettere un confronto tra pari sulle problematiche mondiali. A tal proposito vengono annualmente indetti numerosi concorsi cui le classi dovrebbero aderire non tanto per vincere a ogni costo, quanto per cogliere occasioni di lavoro che ben si inserirebbero negli obiettivi didattici. I concorsi non hanno come unica finalità il riconoscimento ufficiale, piuttosto vogliono stimolare un lavoro e una crescita nei bambini.

E ancora … pensare a fare animazione alla lettura: ciò porterà i ragazzini a un ascolto attento dell’altro con la conseguente buona comprensione, alla lettura espressiva e al desiderio di apprendere sempre più grazie a questi amici di carta. Più libri, meno TV e video giochi per crescere con minor condizionamenti nei comportamenti, più pensiero creativo e più ricchezza lessicale utile a spiegarsi e a comprendersi.

Se sogno, sogno una scuola-fucina di idee, cantiere di lavori, dove operano confrontandosi insegnanti innamorati del proprio lavoro e dei bambini. Una Scuola con tutto il necessario e anche se i mezzi non saranno ovunque i più sofisticati, ci saranno però gli spazi adeguati per il fare dei bambini: ciò stimolerà il desiderio di lavorare per alimentare e far brillare ogni iniziativa. Se sogno una Scuola, la sogno che entusiasmi e che comunichi questa emozione al di là dei suoi muri, coinvolgendo le famiglie e il territorio. Una Scuola parte vera e indispensabile, fulcro e riferimento significativo della vita del luogo dove si trova. Per arrivare a questo occorre tanto ottimo lavoro da parte delle maestre e dei maestri, senso di collaborazione e di responsabilità da parte delle famiglie e sinergia col territorio. Una Scuola perfetta, ma sganciata da tutto e in qualche modo isolata, serve a poco.

D’altra parte un noto e bellissimo proverbio africano ben riassume questo concetto … Ci vuole un villaggio per educare un bambino".

I Caffè Culturali:
"Quale futuro per Anna Bossi, maestra ed autrice?".
Anna Bossi:
"Se guardo nella sfera di cristallo dei miei propositi, so che il futuro è sempre da costruire un po’ sperando di avere come alleate: salute e fortuna.
Come maestra sono al quarantesimo anno di insegnamento e dunque dovrei averne ancora due da svolgere. Anche se a volte sento stanchezza, il mio lavoro continua a piacermi e so che lo svolgerò sino alla fine con l’impegno che gli ho sempre dedicato sapendo che avrò costantemente da imparare e da aggiornarmi per poter dare il possibile ai bambini che mi saranno affidati, perché l’apprendimento dura tutta la vita.
Quest’anno terminerò la classe V e non so ancora da quale classe o classi ricomincerò: so comunque che l’organizzazione del mio istituto non è delle migliori e ciò richiederà un impegno particolare. Dunque nel mio futuro c’è la curiosità di sapere quale nuova esperienza sarò chiamata ad affrontare.
Con questa prospettiva mi avvierò alla conclusione della mia carriera di insegnante, ma non farò un bilancio: non mi riescono mai. Semplicemente mi piace ripercorrere con la memoria la mia vita di maestra: mi vengono pensieri dolci e anche un po’ malinconici, mai tristi nonostante abbia vissuto momenti di vario genere. Rifletto su quanti bambini ho cercato di istruire e di educare, sui momenti di crescita e quelli di ricerca di strade sempre nuove e adatte agli obiettivi da raggiungere, sulle amicizie tra colleghe, sugli scontri, su tutti gli alti e bassi che han fatto parte di questo percorso, lungo e ricco. Spero che i miei alunni mi ricorderanno e magari mi verranno a trovare con affetto e benevolenza, che serbino per me simpatia e stima per quel che ho cercato di fare con loro e per i rapporti umani che son sempre stati alla base del mio lavorare. Il riconoscimento della qualità del lavoro svolto e le buone relazioni create, saranno la miglior ricompensa sia come maestra sia come persona. Una ricompensa morale. L’unica.
Detto questo, come sostengo da tempo, una maestra lo è per sempre. Quindi potrei in seguito dedicarmi a seguire qualche bambino presso le classi di colleghe ancora in attività. Mi piacerebbe essere tutor di giovani maestre perché mi appassiona l’idea di motivarle a questo lavoro assai poco riconosciuto, ma con un valore inimmaginabile e sarebbe mio desiderio stimolarle ad avere personalità e carattere nell’insegnamento che attueranno. È fondamentale per non dare solo delle strumentalità: credo che le strumentalità si imparino meglio attraverso percorsi più ampi e significativi anche per la crescita e la maturità dei singoli alunni. È necessario che l’impegno sia rivolto a formare i bambini al pensiero autonomo e personale affinché abbiano la forza e il coraggio di esprimersi. Per questo sono convinta che alle nuove insegnanti occorra un periodo di tirocinio con dei tutor che le aiutino ad assumere questi atteggiamenti a completamento delle tradizionali abilità che impartiranno. Ma per questo ci vorrebbe un progetto importante per la Scuola e per i suoi utenti: un progetto che al momento manca e che non sia solo uno spot.
Ma soprattutto, spero, mi aspetterà il compito di insegnare l’italiano alla mia nipotina che vive negli USA con un padre italiano e una madre francese, e avrà perciò da districarsi con tre lingue. Dunque l’aiuterò volentieri, al di qua o al di là dell’oceano, ad orientarsi e a padroneggiare la lingua del padre.
Come scrittrice, invece, devo dire che attenderò con fiducia il pensionamento per potermi dedicare adeguatamente alla revisione del molto che ho già scritto, ma che non ho mai sottoposto ad alcuna casa editrice per mancanza del tempo e della tranquillità necessarie a scrivere rivedere pensare. Mi stupisco da sola per aver pubblicato parecchi libri nonostante sia ancora una maestra in attività e con molti impegni. Un libro per bambini, intitolato Che dicono?, è in uscita proprio in questi giorni ed è la versione italiana del testo vincitore al concorso internazionale di Schwanenstadt in Austria, 2013.
In futuro mi piacerebbe pubblicare un nuovo libro per adulti oltre ad altri per bambini già in cantiere.
E di conseguenza organizzerò laboratori o presentazioni per incontrare i lettori ed entrare in contatto con loro attraverso le mie storie.
Soprattutto ho un progetto in testa: scrivere insieme alla mia nipotina dei testi che abbiano lo sguardo-bambino, che mi spingano a vedere le cose da un punto di vista non mio. Chissà …
E mi piacerebbe anche immaginare progetti legati a scrittura e lettura con i bambini delle classi: per quel che ho potuto osservare nelle occasioni che ho avuto, sono sempre esperienze entusiasmanti che si sviluppano a volte in modo imprevisto, seguendo strade improbabili, ma sempre curiose ed interessanti.
Non credo mi annoierò una volta collocata a riposo perché non credo che nel mio futuro sia contemplato lo stato di riposo, o almeno lo spero. E la cosa non mi spaventa affatto".
    

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Informazioni su questa pagina
titolo:"Anna Bossi "
autore: INFOGESTIONE dli
data di pubblicazione: 27.01.2015
ultimo aggiornamento:
24.06.2015
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